laboratorio donnae

tessitura

 di Annarita Del Vecchio 

Uno sguardo che non si distoglie, uno sguardo che ti sostiene e che ti autorizza a essere.

“La madre” prima portatrice di questo sguardo, depositaria iniziale del tuo senso.  Alle volte presente, altre confuso. Troppo spesso però desideroso di vedere un qualcosa che non c’è perché smanioso di incontrare quello che lei non è stata, quello che lei avrebbe voluto che tu fossi: non altro da sé, ma prolungazione di un sé immaginifico.

E quando il tuo “senso” comincia a spingere per venire fuori qualcosa si rompe, irrimediabilmente si spezza ed è allora che inizia TUTTO.

Come ogni inizio è segnato dalla confusione, dall’incertezza, dall’assoluto non sapere. Senti solo che devi andare. Ed è così che vai.

Girovaghi tra dentro e fuori, tra ciò che desideri e ciò che ti hanno insegnato ad essere.  Alle volte respiri, molte altre annaspi, però continui. E’ un peregrinare tra uno stato e l’altro di emozioni contrastanti.

Poi trovi il coraggio di distogliere lo sguardo da quella prigione dorata che qualcuno ha sapientemente costruito per te (e nella quale diligentemente hai deciso di entrare), ed ecco che inizi a vedere che ci sono altre donne. Donne che hanno camminato per quei “non-sensi”, donne portatrici di un altro tipo di sguardo, un significato altro che non abbraccia solamente le loro esistenze.

Donne che guardano  te, me, sguardi che abbracciano ogni donna.

Basta poco e le riconosci, sono donne che hanno deciso di “perdersi per  ri-trovarsi”. Sono donne che non hanno un manuale d’uso, però si hanno le  loro vite che ti spiegano  e ti raccontano il cammino.

Ed è allora che comincia un nuovo andare. Scopri che ci sono così “madri altre” che sono lì pronte a sostenerti.  Donne che ti autorizzano alla “presa di parola” perché loro stesse hanno avuto il coraggio di rompere con il prestabilito ed hanno rischiato tutto per potersi concedere il permesso di “essere e stare”.

E’ uno sguardo che ti perfora l’anima ed è allora capisci che anche tu vuoi quel permesso.

Poi fai un passo ancora e capisci che c’è altro, oramai non si tratta più semplicemente di una questione personale. E’ qualcosa che abbraccia ogni donna, è qualcosa che non ha a che fare solo con te. E le gambe tremano. Ti sfiora l’idea di girare lo sguardo da un’altra parte, ma non puoi. E’ successo qualcosa dentro  e non puoi più far finta di niente.

Ed ancora una volta ti guardi intorno e ri-trovi quei “sguardi” che ti sostengono e capisci che non sei sola, capisci che è non è semplicemente una battaglia, capisci che è la tua stessa vita che attende di essere riconosciuta e legittimata. Ed è allora che decidi che vuoi, che puoi, che devi.


Un commento su “tessitura

  1. nicolettanuzzo2013
    16 ottobre 2013

    Leggo Annarita e ritorna viva la sensazione di quel primo sguardo materno ipnotico, fusionale, senza confini, di una voracità totale, senza scampo, l’ho provato e scritto in una mia poesia (Mater Matuta:..” Non mi sarei staccata da te/ se non avessi sentito il primo morso dell’aria sulla pelle/ non ero sola ma ero pur sempre fuori da te,/ a vederti d’improvviso/ non sapevo se eri proprio tu la voce/ che scivolava umile/ sul mio silenzio lontano e regale di membrana,/ adesso porti i tuoi occhi davanti a me/ e mi guardi così forte/ che io ne avrò una cicatrice.”)… è uno sguardo che porto tatuato sulla pelle, ma lo amo perché è il segno della mia prima passione, quella con mia madre, e ne rifuggo perché quella stessa passione mi ha insegnato che non si può trattenere troppo a lungo il respiro nella stretta dell’altra/o, c’è un dovere/diritto di fedeltà a se stesse, al proprio appartenersi, al proprio inconfondibile richiamo.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 giugno 2012 da in laboratorio, tessitura.

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