laboratorio donnae

mai imparato il greco

– scritto di Zadie Smith –

Nel momento in cui scrivo è la fine di novembre. Da un capo all’altro dell’Europa ci si prepara a un inverno che promette un clima ancora più brutale del solito. Altrove, sulle riviste femminili, alle donne si consiglia di scegliere con la massima attenzione l’unico cappotto invernale che si compreranno quest’anno. Dopotutto, quello è l’indumento con cui usciranno mille volte di casa; parlerà per loro e di loro per tutto il lungo periodo di freddo fino all’arrivo della primavera. La donna che fa una scelta errata in materia viene considerata sciocca, quasi deliberatamente irragionevole. In un altro posto ancora, sulla scena mondiale, c’è una guerra, di cui si discute la legittimità. I giornali pubblicano articoli sullo shopping prenatalizio accanto a pezzi sulla guerra e contro la guerra: ci viene richiesto di tener presente allo stesso tempo che non c’è abbastanza gente che fa shopping e che c’è troppa gente che muore.

È la stagione delle feste. Le donne si stanno preparando. Ogni giorno dell’anno le donne si vestono, si truccano e si guardano allo specchio nell’ingresso. La differenza è che durante la stagione delle feste prendono piede nuove illusioni di potenza. È opinione diffusa che da qualche parte ci sia una donna che entra in una festa affollata e ognuno dei presenti interrompa le proprie attività per voltarsi a guardarla. Ogni stagione c’è una battaglia per stabilire chi sarà la più bella di tutte. Dell’andamento di questa battaglia riferiscono anche i giornali, abbondantemente, anche se in maniera un po’ obliqua. Si parla di regimi di bellezza.

Gli uomini non li notano, questo tipo di discorsi: rappresentano un sussurro al di sotto della cultura. Un rumoreggiare al di sotto della scena mondiale, che dice qualcosa solo alle donne che lo sanno ascoltare, il che significa, in Occidente, tutte le donne. Questo sussurro continua ininterrotto fra le guerre lontane e le notizie di carestie. Viene considerato un fronzolo innocuo seminascosto nelle pagine di costume e società. Nel secolo scorso c’erano donne a cui sembrava importante far venire alla luce il collegamento sotterraneo fra i sussurri delle pagine di costume e i cupi titoli in bianco e nero che appaiono sulle pagine precedenti del giornale, di solito sotto forma di statistiche: quante donne si infliggono tagli dove nessuno li può vedere; quante tubature nelle scuole si disintegrano sotto il peso del vomito femminile che sono costrette a trasportare; quante ragazze preadolescenti mettono da parte i loro soldini, fin da adesso, in previsione del massiccio e superfluo intervento di chirurgia plastica con cui progettano di salutare l’età adulta.

In questo secolo, certi collegamenti sono considerati noiosi, e vengono fatti solo dalla gente noiosa. Lasciar intendere che è in corso una guerra fra uomini e donne, o una guerra fra le donne e loro stesse, significa ostentare un vergognoso attaccamento ideologico ai sogni del secolo scorso. Esistono questioni più urgenti di cui preoccuparsi: in Oriente, milioni di donne vanno in giro velate da capo a piedi.

Viceversa, è unanimemen­te riconosciuto che qui, in Occidente, la guerra è finita. Il regime, allo stato attuale dei fatti, viene definito benevolo, democratico e piacevole. I massicci e superflui interventi di chirurgia plastica vengono ribattezzati accrescimento. In inglese, augmentation: «il processo dell’ingran­dire» – ma è la seconda definizione, meno nota, data dall’Oxford English Dictionary quella che le donne percepiscono meglio: «l’atto o il processo del crescere in stima o dignità; esaltazione, nobilitazione». Questo ci dicono le donne, e, di fronte a questa esaltazione, le femministe – molte delle quali oggi rifiutano di farsi definire tali – si sentono obbligate a credergli, perché cos’altro è una femminista se non una donna che ascolta quello che le dicono le altre donne?

Comunque sia, risulta difficile ascoltare i racconti di prima mano delle donne. Qualunque cosa facciano fra il momento in cui si alzano e quello in cui escono di casa, tendono a tenerlo segreto. È il cosiddetto «mistero della femminilità». Viene dato come il motivo per cui una donna non dovrebbe mai farsi la ceretta al labbro superiore di fronte all’uomo con cui convive. La gente chiama questi preparativi femminili rituali. Ma i veri rituali umani sono collettivi: sta esattamente in questo il loro significato e il loro valore. I rituali femminili, viceversa, sono clandestini e silenziosi. Ah, certo, i mezzi di informazione creati dalle donne e per le donne fanno un gran parlare. Un gran parlare. Ma chiariamo una cosa: credere che i mezzi di informazione creati dalle donne e per le donne dicano veramente qualcosa sulla vita delle donne è come ascoltare i ditirambi nella speranza di comprendere la vita quotidiana dell’antica Grecia.

La narrativa femminile – tanto spesso compianta, ricordata con nostalgia, rimpianta e fatta oggetto di teorie – in verità è qui, in questo monumentale, appassionato, folle, turbolento palazzo di narrazioni tendenti al dilemma insolubile che ci siamo costruite da sole. Il palazzo si chiama industria della bellezza – ma questo significa dargli un nome e separarlo dal tessuto dell’esistenza quotidiana delle donne, il che è sbagliato. Perché esso coincide con la vita. È ormai diventato un’opera narrativa abbastanza grande da poterci vivere dentro.

Viene spesso fatto notare, in particolare dagli uomini, che sono le donne stesse a dirigere le riviste e i saloni di bellezza, che sono le donne stesse ad aprire volontariamente il proprio corpo alle sacche di silicone, a togliersi le sopracciglia per poi ridisegnarsele con la matita, a radersi i peli del pube e a schiarirsi quelli dell’ano, ad aspettare per due ore e mezza che gli si asciughino le unghie finte di plastica che si sono appiccicate sopra quelle vere, a mettersi nei capelli agenti cancerogeni a base di ammoniaca per rinforzarli, a compiere la misteriosa, lunghissima operazione di pulitura, tonificazione e idratazione che la pelle maschile, pur essendo altrettanto umana, non sembra richiedere.

Quando gli uomini fanno notare tutto questo, gli pare di aver tirato fuori un’argomentazione a cui è impossibile ribattere. E le donne, a loro volta, trovano difficile spiegare tutte le complessità del caso, le contraddizioni e la follia e il disprezzo di sé che io ritrovo in me stessa come in tutte le altre. È facile pensare che per dare una risposta esauriente ci vorrebbe una vita intera. Ma in realtà ci sono modi molto più concisi per descrivere la situazione: le donne vivono nel mondo di quella scimmia – descritta da Nabokov – a cui uno scienziato dà carta e penna solo perché possa disegnare le sbarre della sua stessa gabbia

Guardate questa serie di fotografie.

Sono opera di una fotografa olandese che si chiama Annet van der Voort  Raffigurano diverse donne fra gli otto e gli ottant’anni, che sono state fotografate (in primo piano, contro uno sfondo nero, come se si stessero guardando allo specchio) sette volte mentre si preparano a uscire di casa – a mano a mano che si svegliano, si lavano, si vestono, si truccano, indossano gli accessori. La serie si intitola Metamorfosi. Queste donne cosa stanno costruendo? Qual è il loro obiettivo? Le più giovani fra quelle ritratte nelle foto potrebbero rispondere, un po’ sulla difensiva, innervosite dalla domanda: «Essere belle, è chiaro! Essere attraenti. Che male c’è a voler essere il più belle possibile?» Le donne più anziane sono più realistiche, meno romantiche: «Rendersi presentabili, direi. Per non dare l’idea che una si è lasciata andare… insomma, che non ci tiene proprio più». La donna che si è lasciata andare è, in Europa, l’emblema del più profondo fallimento esistenziale. La ragazzina più giovane, quella di otto anni, che è ancora troppo piccola per truccarsi ma porta comunque un paio di trecce molto curate, probabilmente risponderebbe soltanto: «È stata mamma». Una di queste donne potrebbe mai approvare o anche solo comprendere Virginia Woolf – una grande protagonista del secolo scorso – quando scrive: «Con tutto il tempo che ho passato a guardarmi allo specchio avrei potuto benissimo imparare il greco»?

Gli uomini lo capiscono istintivamente. Sono arrivati ad aspettarsi la più totale ignoranza del greco nelle donne più finemente decorate che gli capita di incontrare. Si lamentano della modella che non aveva niente da dire, della reginetta di bellezza che li ha fatti annoiare a morte, della bionda che non aveva mai sentito nominare Barthelme, quando ovviamente sono stati proprio loro a crearla in quel modo; loro a dirle quanto era carina a cinque anni e a farle una carezza sulla testa; a dirle di non correre fuori a giocare, a dodici anni, per evitare di sporcarsi il vestito, e poi a badarla, a diciassette, per farla smettere di parlare.
Ma non serve a niente parlare per metafore. Le metafore non valgono nulla in confronto alle statistiche. Le donne adorano le statistiche, e sono addestrate a compiacere gli esperti di statistica offrendogli proprio il genere di sorprese terrificanti che gli esperti di statistica sperano di ricevere. In un recente sondaggio, una rivista femminile inglese ha scoperto che solo il due per cento delle ragazze, nel Regno Unito, crede che per un uomo la dote più importante della partner sia l’intelligenza. Il resto ha scelto l’aspetto fisico. Per le ragazze, invece, al primo posto c’era – ma avrete già indovinato – «il senso dell’umorismo». Altre statistiche: un uomo passa una media di quindici minuti a prepararsi per uscire. La maggioranza delle donne ci impiegano una media di due ore – o quantomeno, questo sono disposte a confessare ai sondaggisti. Guai a Dio se certe donne non pensano già a cosa mettersi il venerdì sera mentre sono sedute alla scrivania dell’ufficio il lunedì mattina! Ed esistono numerosi soggetti femminili dotati di volontà propria che trascorrono ogni momento della loro giornata meditando su come appaiono agli occhi di altri soggetti dotati di volontà propria. Certe donne hanno incorporato nel proprio regime di bellezza l’idea di un massiccio e superfluo intervento di chirurgia plastica. Più donne di quanto sembrerebbe possibile sono dedite a pratiche di digiuno volontario, spesso protratte fino al ricovero in ospedale o alla morte.

Ma tutte queste considerazioni, ovviamente, sono ridicole. Esilaranti, retrograde. Ormai siamo entrati in un nuovo secolo. Sappiamo tutti che ci sono dei vantaggi nelle maschere, nelle parodie, nei travestimenti. Abbiamo letto del carnevalesco di Bakhtin. Abbiamo letto del ruolo sessuale dell’attore nel teatro elisabettiano. Abbiamo letto del look sovversivo delle drag queen newyorkesi, di Marilyn Monroe o Jackie Kennedy. I mezzi di informazione creati dalle donne e per le donne esaltano questa libertà femminile di costruirsi un’immagine a proprio piacimento. Siamo tenute ad apprezzare la soddisfazione femminile che si prova nel decorare il proprio corpo. E di soddisfazione se ne prova eccome, su questo non c’è dubbio. La prima volta che mi sono preparata per andare a una festa, al college, mi sono preparata a trasformarmi in un’altra persona: era una sorta di avventura metafisica, per così dire. Ma una cosa è travestirsi per andare a una festa. Un’altra cosa è indossare quel travesti­mento ogni giorno della propria vita.

Certi uomini tentano di protestare. Spiegano quanto non gli piaccia tutto quel trucco, e dicono di preferire invece il look acqua e sapone; senza rendersi conto che anche il look acqua e sapone è un tipo di trucco particolar­mente ingannevole. Comunque sia: loro sono stufi quanto noi. Sono stanchi di avere fidanzate in perenne digiuno, ossessive, nevrotiche. E noi siamo stanche di essere in perenne digiuno, ossessive, nevrotiche. Ma gli uomini ormai non ci possono aiutare. Il super-ego della nostra bellezza non si preoccupa più degli uomini. Anche se domani di punto in bianco tutti gli uomini venissero eliminati dalla faccia della terra, asportati chirurgicamente come una maniglia dell’amore, la grande macchina della bellezza continuerebbe a funzionare comunque per molti mesi, forse addirittura anni. Ci sarebbero ancora donne che si toglierebbero scrupolosamente la peluria sottile che hanno sul corpo, pur nella piena consapevolezza che essa ricrescerà. Migliaia di anni in cui si è state continuamente guardate, e giudicate secondo questo criterio, non si possono cancellare in un secolo. È qualcosa che ci portiamo dentro, in profondità. Le ragazze carine e decorate non mentono affatto quando dicono che non si fanno le plastiche al seno e le cerette settimanali per piacere a un qualche uomo, ma a se stesse. È da anni, ormai, che gli uomini non sono più il trofeo di questa battaglia. È una faccenda fra donne, in tutto e per tutto.

(Traduzione di Martina Testa)

http://www.minimumfax.com/libri/speciali/15

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Questa voce è stata pubblicata il 7 giugno 2012 da in letture.

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