laboratorio donnae

autodeterminazione: oltre l’attualità

di Renata Micheli 

Da tempo si è riacceso il dibattito, anche stimolato da quello sulle nuove frontiere della bioetica, intorno alla qualità delle relazioni umane, sulla rilevanza giuridica del concetto di autodeterminazione che potrebbe, se liberato dall’uso ideologico che se ne è fatto, recuperare un compito politico diverso da quello rivendicativo fin qui assolto. Non è escluso che questa rivisitazione preluda ad una assunzione strategica della nozione nello studio del funzionamento delle istituzioni democratiche collegando il tema dei diritti soggettivi a quello delle ragioni “pregiuridiche” dell’appartenenza o dell’esclusione dal milieu politico che li contestualizza e li garantisce. Naturalmente questa possibilità è praticabile se l’approccio giuridico e quello sociologico collaborano a formare una sorta di “combinato disposto”. Non sarebbe del resto il primo esperimento. L’attenzione che si rivolge al contesto esperienziale consente, infatti, di analizzare la tensione che esiste tra il livello statuale della tutela dei diritti e quello personale e soggettivo di questi dal quale dipende oggi, in una società sempre più globale, la possibilità di un godimento effettivo degli stessi.

Il terreno scontro e /convergenza è quello della “cittadinanza” che la sociologia definisce come la “forma di uguaglianza umana fondamentale connessa con il concetto di piena appartenenza ad una comunità” (T.H.Marshall). Questo comporta il godimento di una serie di diritti. Seguendo questa impostazione, la definizione sociologica ed il godimento giuridico dell’ “uguaglianza” corrono insieme ed insieme si implementano tanto che lo sviluppo dei diritti di cittadinanza, può essere permeabile alle dinamiche del “villaggio globale” dove ogni cosa si interseca, si connette, si compone tanto da sembrare che tutto possa stare insieme o insieme cadere. Così del resto avviene anche al tema della pace che non è così lontano o separato da quello dei diritti. L’evoluzione delle società e con esse quella del diritto, sembra darci ragione soltanto che pensiamo a come la definizione di “cittadinanza”, e quella dei diritti e dei doveri, ha permesso l’integrazione, nello status di cittadini, di ceti sociali “nuovi” mentre l’evoluzione verso l’uguaglianza è stata inarrestabile.

Il c.d. diritto all’autodeterminazione, nel linguaggio corrente, è il riconoscimento della capacità di scelta autonoma ed indipendente dell’individuo e compare come sintesi di un diritto “soggettivo” nuovo, durante gli anni delle lotte femministe. Va detto che la fortuna del termine è legata al suo uso politico e, proprio per questo, esso ricapitola il nuovo modo di essere della “coscienza”, di tante donne le quali, insieme all’autodeterminazione del corpo, rivendicano una loro specifica soggettività politica. Malgrado il tempo trascorso, non c’è stata una rivisitazione del “mondo di senso” che la parola “autodeterminazione” comunica, magari di nuovo accessibile senza ideologismi. Anzi. Essa ha assommato le “incrostazioni” di significato tanto che nell’immaginario comune è anche termine che concentra contraddizioni e perciò, spesso, esclude più che circoscrivere. Il punto di convergenza di tutte le polisemie possibili sta nel fatto che si adopera un concetto (quello di “autodeterminazione”) come avesse rilevanza giuridica, cosa che è vera esclusivamente nel diritto internazionale. Ed in effetti l’operazione è riuscita sia con la legge 194/78 (sull’interruzione volontaria della gravidanza) che con la 405/75 (istituzione dei consultori familiari) e la legge 40/04 (fecondazione assistita): tutte “tirate” a coprire e giustificare posizioni pregiudiziali assunte come “principi di valore”.

La domanda è: l’autodeterminazione è un diritto? Se si, ha spessore costituzionale?. Ora, la Costituzione non parla di autodeterminazione in alcuna delle sue disposizioni, e ciò nonostante che la nozione di persona, nelle sue diverse aggettivazione (personale, personalità), sia richiamata 21 volte, quella di uomo (o umano) ben 9 volte, in alcuni casi in reciproca combinazione (nell’art. 3, comma 2, e nell’art. 32, comma 2, Cost.) e la dignità è richiamata due volte (nell’art. 3, comma 1, come dignità sociale, e nell’art. 41, comma 2, come dignità umana).

Del resto il linguaggio del Costituente, in gran parte riconducibile a quello adoperato dalla legislazione del tempo non poteva considerare l’autodeterminazione come una espressione giuridica In definitiva, perciò, secondo Costituzione, non di “autodeterminazione” dell’individuo si dovrebbe parlare, ai fini di una valutazione sulla meritevolezza della tutela costituzionale, ma delle singole scelte e decisioni che l’individuo assume o compie. E queste, considerando sia il livello giuridico che sociologico, ricadono sempre esclusivamente nella disponibilità del singolo? ma anche, capovolgendo la domanda: esse, le singole scelte, sono nella disponibilità del potere pubblico?

Viene allora in discussione la necessità di una sintesi che definirei di “salvaguardia” la quale, tenendo conto del carattere unitario della persona umana, “io valgo più del mio corpo”, sul serio renda assoluta la libertà anche quando essa è crocefissa nelle violenze che diversamente il corpo subisce. Diciamo questo perché la tutela della persona umana, il suo sviluppo in modo pieno, la dignità dell’uomo, ma anche lo stesso diritto alla vita e la morte, sono diventate oggetto di una pluralità di concezioni etiche e di visioni del mondo contrapposte, incommensurabili e tutte ritenute democraticamente non rifiutabili.

Il “relativismo dei valori” ha spostato il campo di osservazione preso in considerazione (e definito dalla dimensione assiologia di un gruppo, in questo caso quello delle donne) ponendosi di fatto in alternativa al diritto costituzionale positivo e/o in contrasto con questo. Il criterio di giudizio, che misura e commisura il diritto all’“autoderteminazione” non è più per così dire esterno, inscritto in un sistema di valori condivisi come quelli della Costituzione, posta sopra il tempo e lo spazio ma non a-temporale né a-spaziale. Ma tutto interno alle opinioni del soggetto e a quelle “storiche” imperanti nella società, colta in un momento particolare del suo sviluppo.

Allora tutto si fa difficile in quanto l’individualismo, che considera lo Stato un’astrazione, giudica anche le costituzioni una realtà astratta che, sebbene siano precedute dagli scopi degli individui che le producono, esse, le costituzioni, tendono a prevaricali. Per questo la rivendicazione del principio di “autodeterminazione” diventa quasi inevitabile. Se così è, perché stupirci se alcune giovani decidono di servirsi del diritto reclamato sul proprio corpo usandolo per pagare le tasse all’università, o per comprarsi una borsa di Prada, o per fare un costosissimo viaggio o altro ancora, che il mercato offre?

E’ ancora valido lo schema assunto dalla sociologia politica di rilevanza marxista che divide il mondo tra oppressori e vittime? Se vale ancora l’esemplificazione “io sono mia”, chi può giudicare dell’uso che faccio di quanto mi appartiene secondo uno schema di riferimento ideologico che può legittimamente competere con altri al pari del mio? Rientra in questa difficoltà anche la separazione tra pubblico e privato che esemplifica il giudizio su uno stereotipo secondo il quale il privato appartiene agli “scopi” individuali e, come tali, insindacabili.

Nel novecento, quando le categorie di giudizio morali e quelle sociologiche contribuivano insieme a determinare areopaghi di pensiero e di sistemi giuridici, la povertà era considerato il condizionamento più forte alla autodeterminazione e, oltre alla differenza di classe, determinava anche la differenza di destini. Filomena Marturano docet. Oggi donne che hanno una laurea e forse anche di più, master, specializzazioni, quasi tutte bilingue, posseggono una cognizione di sé che non ha pari nella storia, contendono al maschio i primati in tutti i settori eppure … quando si tratta della disponibilità del proprio corpo ancora, ma senza apparenti complessi, la pensano come uno strumento piuttosto che come fine. Questa autodeterminazione in tutta la sua complessità e possibili declinazioni, trova la sua unica cifra nel corpo.

Come un oggetto levigato, che non segna l’anima di ferite, un liscio senza angoli o smussature, una possibilità che non mi costringe a competere se non su quel limite che i maschi, malgrado i tempi e la modernità, ancora rivelano. Già individuato da Giovenale nella VI Satira, considerato il testo più antifemminista della antichità, è così riassunto: «T’auguro che la signora seduta accanto non si picchi d’avere un proprio stile e non ti scagli addosso un tortuoso entimèma, che ignori qualcosa di storia e non comprenda tutto quello che legge», perché alla fine di tutto « … la donna che vuol mostrarsi eloquente e dotta a tutti i costi, ahimè, deve rimboccar la tunica a mezza gamba…». La conclusione non è priva di amarezza:« … le mollezze della ricchezza hanno corrotto il nostro tempo con gli eccessi più vergognosi». Se la vecchiaia è la incapacità a rinnovarsi, loro sì, i maschi, invecchiano sotto il cerone, loro sì non cambiano malgrado le sedute nella jacuzzi, loro sì che sperimentano l’eterno ritorno ad un Eden dimenticato dove, per la prima volta, si scoprirono nudi ed ebbero paura.

Occorre che le donne, aprendo una nuova stagione di pensiero, ripartano proprio da qui. L’autodeterminazione che si autofonda deve essere disposta ad accettare la deriva degli individualismi, la polverizzazione delle interpretazioni soggettive, gli estremismi delle posizioni contrapposte anche se ambisce ad assurgere a criterio universale. Se realmente vuole misurarsi con questa ambizione, è costretta ad eterofondarsi confrontandosi con le metafisiche antropologiche. Altrimenti il relativismo, al di là delle suggestioni derivanti da fugaci e fragili vittorie, è la possibile deriva.

Ricominciamo, magari per superarlo, a riprendere le fila di un discorso aggrumato attorno al conflitto tra natura e cultura. E quando diciamo che l’offesa ai corpi va oltre se stessa o che con tutto il corpo soffriamo, amiamo, viviamo a quale paradigma di vita, di persona e di autodeterminazione ci riferiamo? Cosa vale? Quanto vale? Chi vale? E allora se è così, il giudizio è sottomesso al corso degli eventi mentre cade in dubbio la verità di una proposizione (“io valgo più del mio corpo”). Tutto questo non rientra nello schema dell’ortoprassi come contrapposta ad una ortodossia che parla di dignità, di ruha, di una anteriorità che mi proietta oltre.

Il riferimento esclusivo alla vita, come prodotto e sintesi di un contesto sociale e culturale di riferimento, esprime una ideologia, non rende vera la verità del sé.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 giugno 2012 da in corpo generativo, donne, politica.

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