laboratorio donnae

parliamone

– scritto di Laura Piretti –

Autodeterminazione. Parliamone, tuttavia è importante chiedersi in che contesto ciò avvenga.  Una riflessione  promossa da un Laboratorio quale Donnae  significa: parliamone,  parliamone ancora, parliamone sempre. Con libertà intellettuale, innanzi tutto, ma anche con la libertà che deriva dal sapere che chi ti ascolta vuole proprio ascoltarti, vuole parlarti, ha qualche cosa da dire e vuole condividerla.  Parliamone perché mi interessa, perché riguarda la mia vita e la tua, perché dobbiamo guardarci e conoscerci e sapere se una parola che tanto usiamo ha lo stesso significato per me e per te.

Parlarne  perché un giudice ha negato un’interruzione di gravidanza ad una minorenne, in attesa della sentenza di Spoleto sulla legge 194, se per caso essa sia o no incostituzionale, parlarne perché ad intervalli regolari qualcuno esclude inizio vita, fine vita, ma anche molto di quello che c’è in mezzo, orientamenti sessuali compresi, dall’ambito dell’autodeterminazione delle persone, riservandola alla determinazione di un divino o di una natura divinizzata, (comunque a immagine e somiglianza di molte maggioranze silenziose, patriarcali e becere, sotto ogni latitudine), parlarne perché la legge 194 non doveva esistere e dunque  è  legittimato  un tiro al bersaglio che dura da più di trent’anni…è un’altra cosa.

Mi sono trovata a parlarne, con tante donne, il più delle volte nell’UDI,  nel primo modo e anche nel secondo.  Riflessione e lotta, si potrebbe dire, ma l’UDI è questo.

Ricordo alcuni momenti fondamentali, non sempre scanditi da pressioni esterne, ma talvolta sì, nei quali però abbiamo detto: ora parliamo; noi cerchiamo di capire e di farci capire. E ci siamo proprio chieste che cosa è autodeterminazione soprattutto quando riguarda il nostro corpo e  le nostre scelte.

Travolte dall’indignazione per l’articolo 1 della legge 40, abbiamo cercato parole che nascessero da nuovi scenari,  da nuove generazioni tecnologiche e precarie,  e ancora per la difesa della legge 194 e dei consultori, per le scelte informate nell’assistenza alla gravidanza e al parto,  per i ritardi sulla RU486, per l’intollerabile uso ed abuso dell’obiezione di coscienza  ancora riflessioni e mobilitazioni, e seminari e convegni, ma sempre interrogandoci sulle parole  che volevamo all’altezza dei nostri significati.

Autodeterminazione e assunzione di responsabilità, abbiamo detto, ma impossibile la seconda senza la prima. Ciò vale soprattutto per le scelte di maternità, quando dentro al tuo corpo  c’è un altro progetto di vita  che non potrà svilupparsi senza il tuo consenso.   Il consenso: ci vuole il consenso di una donna per sviluppare una vita, che invece può affacciarsi anche senza. Ci vuole il nostro consenso,  e questa è autodeterminazione.

Al partito dell’embrione, ai “non possumus” abbiamo risposto così, ma stavamo parlando anche fra noi,  confrontandoci fra generazioni diverse e fra autodeterminazioni anch’esse forse differenti.

Infine la domanda: se la “precarietà rende sterili” di quanto si allargano (o si restringono) i confini dell’autodeterminazione?  Possiamo scegliere fra lavorare e diventare madri?  fra la mia nuova consapevolezza di donna e amare?  se tutto è infinitamente difficile, quanto mi costa vivere non tradendo me stessa?

Queste le domande delle più giovani (Avere un corpo fertile. Cinque fine settimana di politica Roma, sede UDI nazionale, 24 Aprile 2010) e sentendole mi sembrava  di cogliere un aspetto grottesco della questione. Autodeterminazione è da qualcuna considerata parola troppo tecnica, o troppo connotata politicamente per evocare ormai esigenze complesse, ma per chi non ce l’ha o se la vede sfuggire il significato è davvero poco tecnico o politico: coincide nientemeno con la possibilità di vivere.

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Questa voce è stata pubblicata il 30 giugno 2012 da in donne, politica, tessitura.

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