laboratorio donnae

dovrei, potrei, vorrei

di Doriana Righini  

Ho amiche che hanno fatto un figlio-a e, fin da subito, hanno sostenuto con fermezza “a questo punto ho chiuso l’argomento”; amiche che un figlio-a lo desiderano disperatamente,  però “ ci stiamo provando da un sacco di tempo, ma proprio non arriva”; amiche che quasi con fierezza dicono “figli? non ci penso proprio, non ne voglio assolutamente”; amiche che invece con rassegnazione “non mi sento per niente pronta e poi non arrivo a fine mese, come potrei mai ?”; amiche che hanno scelto di averne due o tre e, distrutte dalla stanchezza, hanno l’ardire di sostenere “più li guardo e più mi sembrano pochi”; amiche che non hanno mai desiderato tanto la maternità ma che, avvicinandosi ai quaranta, si fanno prendere da uno stato di ansia e dal “poi è troppo tardi anche solo per pensarci”, e potrei continuare ancora. Se non fosse che il desiderio di maternità  non è così semplice da spiegare, ma spesso può avere i contorni sfumati e assomigliare alla somma di mille sentimenti a volte contrastanti, che quasi non si ha il coraggio di sussurrare a se stesse, se non in quella che Nina Berberova ha descritto come la no (wo)man’s land, quella parte di vita che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla e nella quale di tanto in tanto ci rifugiamo, sfuggendo a qualsiasi controllo e trascorrendo del tempo che ci è necessario per “raddrizzare la linea generale dell’esistenza”.

Il desiderio di maternità  appartiene a noi donne in maniera così intima e personale da non poter essere racchiuso in nessuno stereotipo; è un percorso ambiguo che, se vissuto con una certa dose di consapevolezza storica e personale, può anche essere doloroso. Ma soprattutto è un percorso minato da un numero infinito di tabù e spesso è difficile scoprire e dire a se stesse, con onestà,  cosa si sente e cosa si desidera, quando si è circondate da persone che ritengono di sapere perfettamente cosa tu debba sentire e desiderare, e non hanno remore nel farti partecipe delle loro certezze.

Non troppo tempo fa mi sono ritrovata in una situazione che mai avrei creduto di poter vivere. Mi sono ritrovata con le dita dei piedi nel precipizio, o almeno così posso provare a definire quella sensazione angosciosa di vertigine che ho avvertito rispetto ad una gravidanza non desiderata.

La maternità senza autonomia, senza scelta, è una delle strade più rapide per arrivare a non sentirsi più padrone della propria esistenza” (Adrienne Rich, Nato di donna)

Avevo scoperto di essere incinta, nonostante una malformazione all’utero, nonostante avessi rinunciato da tempo all’idea e abbandonato i tentativi di avere un altro figlio-a.

La vita ti coglie sempre di sorpresa, non lo sai?”, mi aveva detto la mia ginecologa sorridente, durante la prima visita, di fronte ai miei tentativi di mantenere la calma ed un certo contegno e a mia madre immobile come una statua. Avevo desiderato a lungo un’altra maternità. Ma tra il desiderio impaziente e la sua realizzazione ci si erano messi di mezzo il tempo che passa immersa in mille pensieri , un figlio che cresce sereno mentre ci si riappropria a poco a poco di spazi fisici e mentali quanto mai necessari, timori per la mia salute, la paura crescente per la salute di un eventuale nascituro-a, la paura di non riuscire mai più a lavorare dignitosamente, ma forse – soprattutto – ci si erano messi di mezzo altri desideri. Ci si abitua ad un’altra vita rispetto a quella che si pensava di volere, alle effettive opportunità delle nostre vite, oppure sono proprio i nostri desideri a cambiare? Forse entrambe le cose.

Cosa è, cosa non è, sta di fatto che non avevo preso per niente bene la notizia della gravidanza.  “Ti do una settimana per decidere, non di più” mi aveva detto la ginecologa quando  mamma l’aveva interrotta per dirle chiaramente che “ci stavo pensando”, visto che a me mancava anche il fiato per parlare. Ma le settimane passavano senza che io riuscissi a risolvermi, avevo paura che me ne sarei potuta pentire in un futuro non troppo remoto e contemporaneamente l’angoscia rispetto all’eventualità di diventare di nuovo madre non diminuiva. O forse avevo scelto di non scegliere, un cedimento di fronte a mie fragilità ?

Ma  “ la vita ti coglie sempre di sorpresa, non lo sai?” e quasi in quattordicesima settimana, sbirciando l’ecografia, ho capito all’istante  quello che mi avrebbero comunicato dopo qualche minuto: non c’era più nessuna gravidanza, avevo un aborto ritenuto. Ho pianto per un giorno intero assieme a mio marito, non saprei dire con esattezza che tipo di pianto fosse il mio, non era disperato ma forse triste. Poi, mi sono rasserenata.

“La natura ha fatto il suo corso” ha detto la ginecologa.

Una cara amica, invece, mi ha scritto  “Penso che in ogni cosa ci sia una spiegazione o almeno così me la vorrei figurare da un punto di vista simbolico, spesso tuttavia bisogna sapersi affidare all’amore, la natura spesso è più amorosa di quanto noi stesse possiamo immaginare.

Da tutta questa storia, penso di aver imparato qualcosa: ho conosciuto meglio mia madre; ho imparato a capire di più mio marito; ho scoperto chi non mi era in nessun modo sorella e chi invece lo è; ho riconosciuto (come tali) aspettative ingiustificate e tentativi ingiustificabili di condizionamenti altrui su una scelta così personale e sconvolgente come solo la maternità può essere; mi sono avvicinata di più a comprendere il senso che voglio dare alla mia vita. Ho avuto chiaro a me stessa che non rivendicherò mai il mio diritto alla maternità, perché mi appartiene come tutte le mie parti del corpo e il sangue che mi scorre nelle vene.

Forse, tutto ciò non è di poco conto.

 

10 commenti su “dovrei, potrei, vorrei

  1. Anna Pascuzzo
    7 luglio 2012

    Doriana cara,
    vorrei parlarne con te guardandoti negli occhi, ma visto che hai deciso di trattare qui l’argomento e dal momento che per me, per quelle come noi “il personale è politico”, ti dico che mi piace molto il fatto che ti sia chiaro che “non c’è alcun diritto alla maternità” da rivendicare e che esso ti appartiene come ogni parte del tuo corpo.
    Non so se dispiacermi o meno per l’aborto, io sono felice se sei felice tu (non conosco il tuo desiderio di quelle settimane e il pianto “strano” o triste” non mi rivela nulla su di esso), quel che posso dirti è che son d’accordo sul concetto di maternità che esprimi così bene, ho sempre evitato stereotipi e luoghi comuni a riguardo. Io non ho desideri di maternità ma mi riconosco come te il diritto alla maternità (come il diritto che ho su ogni parte del mio corpo)
    Grazie per questa condivisione e a presto (se passi da Lido fammi uno squillo…andiamo al mare)

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  2. Pingback: Dovrei, potrei, vorrei. « Sud De-Genere

  3. Doriana
    7 luglio 2012

    Anna, hai colto esattamente una dei punti cruciali che più mi sta a cuore. Con questo mio ho semplicemente partecipato ad una “discussione” avviata qui da altre. Per il resto, spero a presto! (e grazie a te! un bacio)

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  4. Paola Bottero
    8 luglio 2012

    Cambierei il titolo in “sei”. La migliore sintesi della bellezza che racchiudi in te e con cui ci accechi ogni volta.

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  5. doriana50d
    9 luglio 2012

    poco tempo fa ho raccontato quanto mi accadde volontariamente da ragazza. Volontariamente? Il condizionale è un verbo che non mi piace affatto, illude e fa perdere tempo, si sogna e la realtà incalza. Tu sei amore Doriana, per la vita. Prendila tutta, noi avvertiamo che ce la ridai, con generosità lucida e affetto. Grazie per aver condiviso questo tuo passaggio.
    Doriana (Goracci)

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  6. willina
    9 luglio 2012

    viva tutte le scelte, belle e legittime in quanto tali, di avere, non avere, desiderare e non desiderare figli, che non ci dividano mai!

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  7. Doriana
    9 luglio 2012

    grazie anche a paola e a doriana, e di certo non è un caso se ci ritroviamo qui (visto che ho scritto pensando anche alle sorelle)

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Questa voce è stata pubblicata il 7 luglio 2012 da in donne, politica, tessitura con tag .

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