laboratorio donnae

“mai come mia madre”

Mia madre faceva la sarta. Cuciva i vestiti a  me e alle mie sorelle. Alcuni li  ricordo molto bene perché erano diversi da quelli delle mie coetanee; avevano colori decisi, erano senza fronzoli. Di questo le sono grata ancora oggi. Ma ricordo anche la prima prova di un vestito: io e lei davanti allo specchio. Con un gesto veloce delle mani fissava – ago e filo –  le modifiche e intanto mi guardava nello specchio per vedere il risultato. E quasi parlando a sé stessa diceva: faccio così perché hai spalle dritte, ma non sei molto alta, non sei slanciata. Io guardavo lei che mi guardava. E quello sguardo si è sostituito al mio innumerevoli volte.

Di ricordi come questo, ogni donna ne avrebbe uno da raccontare.

L’immagine di mia madre mi è tornata in mente quando Annarita Del Vecchio, parlando di uno scambio di sguardi tra noi, in un contesto politico, ha scritto: Uno sguardo che non si distoglie, uno sguardo che ti sostiene e che ti autorizza a essere. Guardandola le chiedevo di prendere la parola, le chiedevo di esporsi e nello stesso tempo volevo comunicarle, con tutta me stessa, che poteva farlo, che sapeva farlo. Quel mio sguardo ricorda ad Annarita quello della  madre ma allo stesso tempo lo supera e diventa lo sguardo di “madri altre”. Donne che ti autorizzano alla “presa di parola” perché loro stesse hanno avuto il coraggio di rompere con il prestabilito ed hanno rischiato tutto per potersi concedere il permesso di “essere e stare”.

A mia volta potrei raccontare di “madri altre” che mi hanno sollecitato, anche duramente,  a prendere in mano la mia vita e a nominarla. La complessità del rapporto madre-figlia ha il potere di insinuarsi nei rapporti che abbiamo con le altre.  Non per caso,  per molti anni, è stato al centro della riflessione politica delle donne, per finire negli ultimi tempi sullo sfondo, per questo le parole di Annarita mi hanno sorpreso.

Anche di questo, parliamone.

Pina Nuzzo

 

Segnalo una lezione di Luisa Muraro e un articolo di Annalena Benini a cui ho rubato il titolo di questo post.

4 commenti su ““mai come mia madre”

  1. Valentina
    11 luglio 2012

    Della mia prof di lettere all’agrario ricordo – oltre ad altri momenti che poi mi hanno segnato profondamente nel mi percorso di donna – il gattino di legno che mi regalò per il mio compleanno alla fine della quinta. Era seguito ad un 10 ottenuto per la scheda di commento ad un libro, probabilmente dlel’Allende.
    Ci ripenso sempre, perchè è stato un gesto che ha sicuramente meditato moltissimo e lungamente, lei sempre così attenta ad un atteggiamento neutro verso tutti.
    E’ stata lei la mia prima madre. Lei che ha anche testimoniato al mio matrimonio, lei a cui ho dedicato la tesi di laurea.
    Nel suo stare in ogni gesto che costruisce giorno dopo giorno il mio essere donna del 2012, avverto lo sguardo deciso, chiaro e severo di una militanza di sinistra spesa anche nel sociale, nell’impegno politico, nella presenza concreta nella società civile.
    Se c’è stata una madre del mio savoiardo modo di stare al mondo, allora questo viene da una donna di Trani che insegnava letteratura italiana.
    Il mio “mai come mia madre” è stato nell’affacciarmi ad una ipotesi di alternativa che guardasse con sguardo di “madre altra” oltre alla provincia, che ponesse al centro la cultura, la dignità retta, l’onestà intellettuale.

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  2. NICOLETTA
    12 luglio 2012

    A te
    parlo a te
    adesso che l’urlo si è ripiegato
    e la forma slargata nello sforzo
    si solleva piana e asciutta nel dormiveglia,
    da qui rivedo quel che è stato,
    la rosa di maggio con la faccia dischiusa ma ben stretta intorno a sè,
    le stanze del tuo regno
    ed io dentro di loro a rimbalzare di specchio in specchio
    per rifuggire il tuo sguardo,
    so per certo che è questo mio stesso nulla terreno hai ascoltato,
    nei pomeriggi quando anche una voce estranea sotto la finestra diventa amica,
    questo mio stesso tutto quando il vuoto diventa segno.
    (…dedicata a mia madre…inedita 2012 di Nicoletta Nuzzo)

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  3. Denise
    6 luglio 2013

    Trovo queste riflessioni assolutamente interessanti, bellissime; il rapporto con la madre e con la “contro-madre” è tutto da esplorare. Dice Adrienne Rich:

    “Molte donne si sono trovate divise tra due madri: una, di solito la madre biologica, che rappresenta la cultura della famiglia, della vita incentrata sul maschio, delle aspirazioni convenzionali, e un’altra, magari un’artista o un’insegnante, che diviene il polo opposto. Spesso questa ‘contro-madre’ è un’insegnante di ginnastica che simboleggia forza e orgoglio del proprio corpo, un modo più libero di esistere; o una professoressa nubile, fervida di idee, che rappresenta la vita intellettuale attiva, autonoma. Questa divisione può permettere alla giovane donna di vedersi nei panni dell’una e dell’altra ‘madre’ per provare questi due ruoli diversi. Ma ciò può anche portare a una vita in cui la donna non risolve mai l’alternativa […]. Ha cercato di uscire dagli schemi esistenti ma non si è spinta abbastanza in là, di solito perché nessuno le ha detto fino a che punto poteva arrivare.”

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  4. rossana
    12 luglio 2017

    Cara Pina, lo so la storia di “sguardi tra donne” è lunga e complessa. Ma oggi, forse perche mia madre era sarta e mi cuciva addosso non solo abiti ma costrizioni d’essere adoranti di sguardi censori che….
    voglio pubblicamente affermare che le donne che mi hanno fatto più male, quelle che hanno censurato la mia scelta di cercare di essere donna, senza schemi, sono state quelle che sapevano cosa fosse la differenza di genere
    quelle che parlavano e co dicevano gruppi di lavoro su donne, diritti, differenz eccc.quelle srmpre di “sinistra” , ecc.
    Devo, invece, mille grazie alle tante donne “semp,Ici !!!!!”
    Che nel lavoro e non solo, mi hanno sostenuto, mi hanno chiamata coraggiosa, mi hanno sorriso comp,Ici, mi hanno saputo copiare e criticare apertamente. Le stese donne che venivano guardate dall”alto in basso dalle”intellettuali!?!?!?” Perché definite donne comuni…
    Che bel termine “comune” , altro che dispreggiativo”
    Comune..insieme..di tutti, comprensibile a tutti, senza confini….
    Cara Pina come vorrei che tu e le altre vi aprisse a queste persone semplici ma vere!
    Un abbraccio
    A te, Nicoletta e dolly
    Rossana

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Questa voce è stata pubblicata il 10 luglio 2012 da in donne, politica, tessitura.

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