laboratorio donnae

la forza della gentilezza

 – scritto di Valentina  Sonzini –

È stata una vittoria per tutte noi constatare che due premi nobel per la pace degli ultimi anni sono stati conferiti a donne. L’anno scorso, nel 2011, sono state ben tre le donne africane ad essere insignite del riconoscimento dall’elevata carica simbolica internazionale. Nel 1991 invece, era stata la volta di Aung San Suu Kyi, che ha ritirato sabato 16 giugno 2012, il suo riconoscimento dopo anni di prigionia politica in Birmania.

È a lei che ho pensato con un misto di riconoscimento e ammirazione riflettendo sul nesso fra privilegio e responsabilità del nascere donna.

Cosa ha voluto dire per San Suu Kyi essere donna, rappresentante di un movimento di democratizzazione e di opposizione nella Birmania di questo secolo?

Di quali responsabilità è stata investita come leader politico? Che differenza ha fatto il suo essere donna nella rappresentazione mediatica del potere e del privilegio?

Cosa mi ha colpito nel suo essere dignitosa, con i fiori nei capelli e l’abito tradizionale?

Le sue parole, oltre al suo stare fra uomini europei così distanti dalla fragilità armonica della sua minuta statura.

L’inquadratura rileva una distanza abissale fra i colori del suo abito, il suo stare retta nell’impeccabile inglese, davanti ad una platea patinata di reali europei ottocenteschi in un’algida sala norvegese.

Questa sua immagine, eretta e nobile mentre legge il suo discorso, ben si allontana dalle foto carnevalesche di lei che riceve, il 20 giugno 2012, la laurea ad honoris causa ad Oxford con toga e berretto.

Qui, ad Oslo, è lei, la donna che avrebbe potuto lanciare il j’accuse sulla violazione dei diritti umani in Myanmar, sull’anacronismo di un governo di militari ottusi incapaci di un qualsiasi progetto di democratizzazione. Invece, San Suu Kyi ha usato parole a noi lontane come gentilezza. Ha parlato di “sforzi comuni per raggiungerla [la pace perfetta, che] uniranno le persone e le Nazioni nella fiducia e nell’amicizia e contribuiranno a rendere la comunità degli uomini più sicura e gentile”[1]. “Essere gentili significa dare risposte cariche di sensibilità e di calore umano alle speranze e ai bisogni degli altri … La gentilezza può cambiare la vita delle persone”. La gentilezza è quindi per la leader una modalità di approccio. L’agente determinante perché si generi un cambiamento definitivo nella vita del singolo. La gentilezza è empatia e ricerca dell’altro, di sostegno e affidamento per l’altro. La gentilezza è il vulnus politico, la frattura fra un mondo di personalismi e una comunità di attori positivi e propositivi.

E poi la pratica della riflessione, obbligata dai lunghi anni di prigionia solitaria, di distanza totale dal mondo. La pratica della lettura del mondo guardato da fuori, dell’estraniamento come modalità unica per riappropriarsi della dimensione giusta, della prospettiva dirimente per la lettura chiara di ciò che accade intorno.

E la naturalezza, nel suo ammettere di non ricordare precisamente come avesse reagito quando le assegnarono il Nobel, ma l’essersi semplicemente detta “Ah, hanno deciso di darlo a me”. Il Nobel – così come i riconoscimenti che sono frutto dell’autorevolezza dei candidati – non è una cosa che accade. Il Nobel per la pace è, sopra tutti gli altri riconoscimenti, un premio dal valore simbolico altissimo, utilizzato dalla comunità internazionale per sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto a determinati scenari. È una scelta politica chiara e definitiva.

Per me il privilegio e la responsabilità di essere donna passa anche dalla constatazione che il femminile marca sempre una differenza, tangibile e chiara. Lo fa con una evidenza tale che trovo il discorso di San Suu Kyi il metro con il quale esprimere una distanza lessicale e di approccio, e di costruzione della relazione, che non ha mai avuto eguali in ambito maschile.

È stato anche il privilegio di essere donna ad aver collocato Aung San Suu Kyi là, ad Oslo, il 16 giungo 2012. E la responsabilità di una missione – di una rappresentanza che ha ridato speranza e voce ad un popolo – si è manifestata con la gentilezza della fermezza, che è forza rigenerata per il contrasto di un conflitto con levità. E’ il non negare l’evidenza di un peso politico determinante per le sorti della Birmania, e il riconoscere che la differenza si fa manifestatamente, con grazia, appuntando un fiore ai capelli.


[1] Cito direttamente dalla traduzione al discorso di Aung San Suu Kyi apparsa su La Repubblica del 17 giugno 2012.

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Questa voce è stata pubblicata il 11 luglio 2012 da in donne, politica.

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