laboratorio donnae

voglio diversamente

“Le donne non possono avere tutto” lo dice  Anne-Marie Slaughter   lasciando il lavoro “dei suoi sogni a Washington”  per tornare dai figli, a Princeton, dove  insegna  scienze politiche e relazionali all’Università. E’  stata per due anni  la prima donna a capo del “Policy Plannig” del dipartimento Usa degli affari esteri.

Scrive più di trenta pagine sul mensile di politica e cultura statunitense The Atlantic per  motivare le conclusioni a cui è giunta in fatto di leadership, di parità e di conciliazione. Dice:  Sapevo di essere privilegiata nelle mie scelte professionali, ma non avevo nessuna idea di quanto fossi fortunata finché non ho trascorso due anni a Washington, imprigionata da una burocrazia rigida, malgrado la presenza di superiori molto comprensivi come Hillary Clinton e il suo capo di gabinetto Cheryl Mills.

La mia settimana lavorativa cominciava alle 4.20 del lunedì mattina, quando mi alzavo per prendere il treno delle 5.30 da Trenton a Washington, e finiva il venerdì, in tarda serata, con il viaggio di ritorno. I giorni intermedi erano zeppi di incontri, e dopo gli incontri cominciava il vero lavoro: un fiume interminabile di appunti, relazioni, analisi e in più la correzione delle bozze dei colleghi.

Per due anni, non ho mai lasciato l’ufficio prima dell’orario di chiusura dei negozi, e ciò voleva dire che tutto il resto, dal lavasecco alla parrucchiera agli acquisti natalizi, era rimandato al fine settimana, tra le attività sportive dei ragazzi, le lezioni di musica, i pranzi in famiglia e le chiamate in teleconferenza. Avevo diritto a quattro ore di ferie per ciascun periodo lavorativo, il che equivaleva a una giornata libera al mese. E non mi lamentavo, perché le cose mi andavano meglio che a tanti altri colleghi a Washington. […] In breve, nel momento stesso in cui mi sono ritrovata a svolgere un lavoro tipico per la stragrande maggioranza delle lavoratrici (e dei lavoratori), e cioè a dedicare molte ore ai compiti che mi erano stati assegnati, non sono più riuscita a fare la madre e la professionista come avrei voluto – specie con un ragazzo che attraversava i momenti più turbolenti dell’adolescenza.

E così mi sono accorta di un’ovvietà: riuscire a farcela, perlomeno nel mio caso, dipende quasi interamente dal tipo di lavoro svolto. Ma la verità più difficile da digerire sta nel rovescio della medaglia: in molti settori lavorativi, tra cui gli incarichi governativi ai massimi livelli, per una donna non è possibile “farcela”, certamente non nel lungo periodo”.

Parla una donna che ha sfondato il soffitto di cristallo e tuttavia si ritrova, come tante altre,  stretta  nella morsa del tempo che non basta mai e il dover essere all’altezza di tutto e di tutti.

Le parole di  Anne-Marie Slaughter  hanno  acceso un dibattito  in America  perché  ha fatto una scelta in controtendenza continuando ad affermare  che le donne possono e devono avere  leadership nella nostra società. Ma si domanda anche a che prezzo e se le condizioni che spingono  le donne  verso scelte obbligate siano davvero immodificabili.

Conclude: “se vorremo conquistare la parità come leader dovremo smettere di accettare il comportamento maschile e le scelte maschili come norma ideale cui aderire. Dobbiamo insistere per cambiare le politiche sociali e modificare le nostre carriere in modo da soddisfare anche le nostre esigenze”. 

La rivista Internazionale pubblica, questo mese, la traduzione  dell’articolo di Anne-Marie Slaughter  e nello stesso numero l’opinione della giornalista britannica del The  Indipendent  Laurie Penny che ribatte: Da quando essere libere significa conciliare  famiglia e lavoro? La vera posta in gioco è un’altra. […] Se le donne sono convinte che possiamo  e dobbiamo “avere tutto” significa che è colpa nostra se non ci sentiamo ancora libere[… Ma se vogliamo che in un mondo post –speranza e post-austerità abbia ancora un senso parlare di diritti delle donne, allora dovremo cominciare a chiedere molto, molto di più.

C’è materia per riflettere e per discutere, pure qui da noi, anche perché le questioni toccate dalle due autorevoli donne appassionano e trovano rispondenza in un dibattito già avviato.

Ricordo un intervento  di Loredana De Vitis del 2008 che diceva: “Voglio tutto, Io voglio tutto. Adesso lo so. Non è “bene” volere tutto, come ci insegnano da bambine, “non si può avere tutto”.  […] Sento che alle donne si chiede di essere soltanto una parte del tutto che voglio. Si pretende che le donne siano solo corpi. […] Per questo faccio politica. […] Faccio politica delle donne perché questa politica mi ha naturalmente sempre attirato, e perché esercitarla è stata una rivelazione. Nel confronto con altre donne posso cogliere ogni volta sfumature sconosciute, sempre nuovi punti di vista da comprendere. La politica si nutre di letture differenti, di vissuto, di confronto. Adesso è, per me, il momento di esercitarla. Adesso è il mio momento”.

La storia e le lotte che abbiamo alle spalle permettono a donne come Loredana di dire: voglio tutto.  E a tutte noi che abbiamo  fatto molta strada. Il lavoro è stato importante  per molte donne, dal dopoguerra fino agli anni ‘70, per definire la propria identità. Voleva dire non diventare come le proprie madri: casalinghe in preda a figli e famiglia. Adesso però  non basta più la memoria di quello che siamo state, adesso si tratta di capire cosa abbiamo guadagnato e a cosa abbiamo rinunciato per non essere discriminate. Il peso che attribuiamo oggi  al lavoro  cambia notevolmente a seconda dell’età, dell’etnia e della condizione sociale. La differenza è determinata non solo dai diritti di cui si gode o meno, ma dalla percezione che si ha del proprio corpo, se è fertile o no, se è vecchio o no e del tempo di cui si vuole godere  Non tutto è stato risolto, non solo per questioni legate allo stato sociale e per le dinamiche interne al rapporto con l’altro sesso, ma PRIMADITUTTO per il valore che ciascuna attribuisce sé stessa e per il credito che conferisce alle altre.

Se non vogliamo agire sulla difensiva e/o sulla moderazione  non possiamo cadere nella trappola del dibattere quanto; se dobbiamo volere tutto o una parte. Meglio dire come e io dico diversamente. Voglio diversamente.

Voglio che una donna senta la libertà di desiderare un figlio a vent’anni , e possa decidere di farlo,  perché un ordinamento scolastico e sociale lo prevede. Con o senza un uomo, con o senza una  famiglia di supporto.

Voglio che una donna senta che è libertà non desiderare un figlio e/o non volere un marito.

Voglio che il valore reale e simbolico del corpo fertile delle donne – indipendentemente dal desiderio di maternità, dai figli che si decide di fare, dall’orientamento sessuale –  diventi decisivo in un patto sociale tutto ancora da scrivere.

Voglio…

Parliamone, l’appuntamento per le donnae è a settembre, nel frattempo possiamo scrivere.

Pina Nuzzo

2 commenti su “voglio diversamente

  1. Valentina Sonzini
    29 luglio 2012

    Avere tutto: cosa?

    Avere tutto: per quali donne è possibile? Per le immigrate, le disabili, le poco istruite, la manodopera non specializzata? O solo per un certo numero di donne privilegiate, del ceto medio-alto? Continuo a sostenere che il femminismo è anche, in alcuni casi, una questione di classe sociale (se così possiamo ancora definire una categorizzazione che parli di professioniste, precarie, lavoratrici a tempo indeterminato, figlie e mogli di ricchi in relazione alla situazione economica attuale).

    Avere tutto: e se non ci riesco, sono una fallita? Se non riesco a fare la mamma e a fare la madre e la casalinga, allora sono una fallita? Tutta la libertà che mi sono guadagnata di poter lavorare e realizzarmi professionalmente, e di essermi quindi creata le condizioni per avere un figlio si riduce a farmi sentire una frustrata perchè non ce la faccio a fare tutto?

    Penny domanda “ci è davvero consentito non volere un marito? Sono ancora una persona valida se non guadagno 50mila sterline all’anno?”.
    Convengo che l’ideale della donna “che ha tutto” è sempre stata una finzione, che ci ha distratte da due interrogativi più spudorati: avere tutto per me cosa significa? Avere tutto mi rende realmente felice?
    Cosa metto al centro del mio universo valoriale e di vita? Quale e quanto peso ha la maternità nel mio progetto? E la realizzazione professionale, lo spendere il mio tempo occupandomi di cose che parlano di me al di là del lavoro?
    Il privilegio di nascere donna ci consente di guardare a tutti questi interrogativi chiedendo molto di più di quanto non abbiamo fatto finora. Ci dà la responsabilità di evocare i principi della felicità ad ogni costo e della realizzazione personale al di là delle contingenze economiche e sociali nelle quali ci troviamo a vivere.

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    • Paolo1984
      31 luglio 2012

      “Se non riesco a fare la mamma e a fare la madre e la casalinga, allora sono una fallita? ”

      se non hai desiderio o necessità di fare o diventare nessuna di queste cose perchè mai dovresti sentirti una fallita.
      Azzardo che il punto è lottare per un sistema lavorativo che tenga conto delle esigenze familiari e affettive dei lavoratori e delle lavoratrici, che lasci tempo per occuparsi di sè e della famiglia. senza contare che anche chi non ha figli potrebbe avere comunque una vita privata e dei “doveri familiari” di cui occuparsi…forse era questo di cui parlava la Slaughter
      Fermo restando che ogni coppia, ogni nucleo familiare gestisce l’occuparsi della prole come vuole e come può e non voglio condannare chi vive in maniera ritenuta “tradizionale”,, io sono per asili nido con tariffe accessibili,congedi parentali scandinavi che la coppia può gestire come crede in base alle esigenze proprie e dei pargoli, l’abolizione della pratica oscena delle dimissioni in bianco e ogni misura che aiuti a conciliare famiglia e lavoro per tutti/e coloro che vogliono avere sia una famiglia sia un lavoro, ovviamente

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Questa voce è stata pubblicata il 16 luglio 2012 da in donne, laboratorio, politica.

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