laboratorio donnae

raccontare e andare oltre

 

Agosto, fa caldo. In questo tempo che pare sospeso – vacante – leggo/rileggo, penso. Seguo con interesse e curiosità il fermento che c’è in rete; alcune  infaticabili continuano il confronto e lo scambio con altre. Condividono link, commenti e foto. Io, pensando all’autunno, alla politica che vorrei fare, ripasso mentalmente, alla moviola,  le cose fatte. Cerco di capire dove voglio approdare in questa fase della mia vita.

Però non è cosa facile  avere una visione politica proiettata nel futuro; serve una buona dose di immaginazione per coinvolgere  donne che abitano questo tempo e usano gli strumenti di questo tempo. E forse serve pure una narrazione, anzi  più narrazioni, della nostra storia collettiva. Arrivo a dire che c’è bisogno di epica femminile.

Quello che segue è un racconto rapido, per cenni, di anni che ho vissuto, di alcune esperienze  fatte direttamente.  Raccontare, facendo politica, è  per me  una necessità.  Spero possa essere utile ad altre. Per andare oltre.

Ogni epoca ha le sue giovani. L’ormai mitico Sessantotto coinvolse tante giovani donne  in tante parteciparono alle manifestazioni studentesche e alle lotte operaie. In quel primo protagonismo giovanile che contestava ruoli e gerarchie in tutte le istituzioni, compresa la famiglia, le donne cominciano a percepirsi come portatrici di una contraddizione che si svela prima di tutto a loro stesse: la contraddizione di sesso. Le donne giovani di quel tempo – più acculturate delle loro madri –  volevano essere parte integrante di un forte movimento di protesta e hanno dapprima negato in via di principio la specificità femminile. Ad un certo punto, quelle donne si resero conto di essere non più l’angelo del focolare ma pur sempre l’angelo del ciclostile – se sai cos’era un ciclostile vuol dire che hai una certa età –  un’immagine molto efficace per indicare una subalternità che le donne si trovarono a vivere anche nei luoghi apparentemente più aperti e rivoluzionari come potevano essere certi collettivi studenteschi.

Nasce in quegli anni la spinta a prendere in mano la propria vita. Si avvia quel grande processo collettivo che va sotto il nome di femminismo, del quale molte oggi – giovani e meno giovani – sanno poco, in realtà. Negli anni settanta la politica delle donne in Italia vive certamente il suo periodo più intenso e dibattuto, incrociandosi con vicende mondiali e nazionali sconvolgenti. Un sentimento diffuso e magmatico di rivolta  anima le donne più giovani e ormai più istruite, nelle università e nelle grandi città. Quel sentimento prenderà spesso la forma del piccolo gruppo di autocoscienza, oppure del collettivo studentesco o di quartiere che quando si rendono visibili lo fanno attraverso gesti, documenti e linguaggi inediti. A volte scandalosi.

Il personale è politico non è solo una parola d’ordine femminista, diventa un modo quotidiano conflittuale di rapportarsi al maschilismo di padri, fratelli, compagni, mariti.

Nel 1974, durante un referendum promosso per abrogare la legge sul divorzio del 1970, si manifesta per la prima volta  in modo eclatante un protagonismo femminile e questo a prescindere  dal merito della questione sui diritti civili. Quella è infatti la prima occasione in cui le donne organizzate – a cominciare dall’Udi – riescono a trovare argomenti efficaci e condivisi dalla maggioranza delle  italiane, di qualunque estrazione e cultura, per condurre in termini di massa la Campagna per il NO. Lo fanno slegate da appartenenze di partito o da meccanismi elettorali.

L’Udi, dopo questa esperienza,  troverà la padronanza per  affrontare  la questione dell’aborto. Il divorzio e l’aborto sono, in estrema sintesi, le due grandi occasioni in cui le donne in Italia intrecciano alleanze efficaci per lottare contro una diffusa cultura patriarcale. E furono anche la premessa per un confronto aperto e pubblico tra le donne dell’Udi, dell’Mld (Movimento Liberazione Donna), dei collettivi studenteschi e le femministe sulla violenza sessuale, dove si espressero concezioni politiche diverse che, però, facevano opinione. Nel settembre del 1979 viene presentata una proposta di legge di iniziativa popolare “relativa ai crimini perpetrati attraverso la violenza sessuale e fisica contro la persona” elaborata dal Movimento di Liberazione della Donna e fatta propria, dopo un acceso dibattito, dall’Udi, dal Collettivo romano di via Pompeo Magno MFR, e dalle riviste “Effe”, “Quotidiano donna”, “Noi Donne” e “DWF”: le 50.000 firme necessarie per la presentazione saranno ampiamente superate, furono infatti 300.000, e saranno solennemente consegnate al Parlamento da un corteo aperto da decine di carriole in occasione dell’8 marzo 1980. L’azione aveva dato luogo a fortissime discussioni all’interno del movimento sia sull’opportunità di avvalersi di un meccanismo legislativo, come anche nel merito di alcune procedure.

In Parlamento il dibattito durerà degli anni prima di arrivare ad una legge. La “trasversalità” che verrà finalmente trovata nel 1996 per approvare quella legge è stata il frutto di mediazioni più funzionali alle logiche di parte che alle proposte delle donne. Si dichiarò lo stupro sì un delitto contro la persona, però si manifestarono reticenze e ambiguità volte a preservare in qualche modo l’ambito familiare, quelle stesse mura dove, avvengono le peggiori nefandezze.

Nel 1978 viene approvata finalmente la legge “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” più nota come 194 o sbrigativamente legge sull’aborto. Quella legge è ancora in piedi, ha superato il tentativo di abrogazione attraverso due referendum, i suoi principi vengono ciclicamente messi in discussione, apertamente o sotterraneamente. E’ accaduto in Parlamento nella vicenda sulla procreazione medicalmente assistita, accade ogni giorno negli ospedali italiani in cui obiettano anche i portantini, accade nei consultori con i dissuasori, accade con l’ostruzionismo alla pillola RU486.

La parola autodeterminanzione, da allora, segnerà un atteggiamento femminile generalizzato sulla vita. Cambierà in modo irreversibile la percezione di tutte noi verso il mondo, modificando il rapporto con la cultura e con il costume.

Ecco perché possiamo dire oggi che ciò che ha lasciato il femminismo è nelle vite di tutte, incluse quelle che si affrettano a dire di sé “non sono femminista”. E poiché la frase diventa “non sono femminista, ma…”, in quel ma c’è già un riconoscimento.

Questi sono solo cenni, ma sono sufficienti a ripercorrere, velocemente, le tante battaglie che le donne hanno portato avanti, e le conquiste ottenute per il progresso di tutta la società italiana. Questi punti, però, sono cruciali e si ripropongono. Ovviamente non si ripropongono allo stesso modo.

Oggi le donne si pensano in proprio, oggi una donna si percepisce come un soggetto autonomo, consapevole della libertà acquisita. Anche quando la sua vita  prende un indirizzo che non è leggibile come “femminista”, almeno ai miei occhi,  so che c’è una nuova responsabilità di quella donna, verso di sé e verso il proprio genere, che è tutta ancora da nominare, ma c’è.  Dopo il femminismo nessuna donna è più come prima.

Pina Nuzzo

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Questa voce è stata pubblicata il 5 agosto 2012 da in conosciamoci, politica con tag , , , .

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