laboratorio donnae

a partire dall’ Ilva

– scritto di Nerella Sala – 

Da alcuni giorni provo a scrivere qualcosa sull’ILVA di Taranto.

L’argomento mi è sicuramente familiare: è l’oggetto del mio lavoro quotidiano, sono un medico competente, quello che un tempo  veniva chiamato medico di fabbrica.

Mentre la penso, sento  la parola “fabbrica” ormai desueta così come  quelle di “operaia\operaio”, nemmeno la pubblicità le rappresenta più. Ora si parla genericamente di “aziende e lavoratori” unificando artificiosamente operai , impiegati, imprenditori, attori, politici : siamo tutti lavoratori “dell’azienda Italia” come affermava un noto slogan.

Ma la fabbrica è ancora la realtà quotidiana per milioni di donne e uomini, certo le tecnologie si sono evolute,il carico di lavoro fisico si è (solo) in parte ridotto incrementando notevolmente però quello mentale  (legato agli innumerevoli controlli dei macchinari) poi ci sono: il rumore. Le vibrazioni, i ritmi, i turni, gli agenti chimici l’usura fisica derivata dai lunghi anni di permanenza in ambienti insalubri. E’ difficile, faticosa, pesante, stressante la vita in fabbrica.

Nel corso dei decenni debbo riconoscere  anche che si sono moltiplicate in modo esponenziale le normative di igiene e sicurezza che hanno fatto produrre tonnellate di carta, i cosi chiamati D.V.R (documenti di valutazione dei rischi) sui quali vengono riportati: la descrizione del ciclo produttivo, le materie prime utilizzate, i rischi alla salute, e infine le misure di prevenzione e protezione adottate. Ottimi strumenti, ma non sempre veritieri.

Passi in avanti si sono  comunque fatti!

In parte è così, certamente gli adempimenti normativi hanno costretto gli imprenditori ad una maggiore consapevolezza, hanno però  anche generato un incremento dei costi e di conseguenza una ulteriore riduzione dei margini di profitto già ridotti per effetto della globalizzazione spingendo oltre frontiera numerose fabbriche.

Il vero problema è che negli ultimi decenni la produzione manifatturiera è stata pensata  dalla società intera come residuale, si è pontificato ovunque che in Italia si sarebbero  prodotti i pensieri, mentre nei paesi in via di sviluppo con manodopera a basso costo  i manufatti, de-localizzando così non solo il lavoro, ma anche l’inquinamento e le malattie da esso derivate, spostando altrove i problemi come se i confini politici potessero arginare la devastazione ambientale.

Il lavoro produttivo rimasto in Italia non ha goduto della necessaria attenzione da parte della politica, basti pensare alle innumerevoli tasse che vi gravano sopra,  mentre non si sono nemmeno sfiorati i grandi patrimoni né i profitti legati alla speculazione finanziaria.

Nessuno ha pensato alla “fabbrica” come bene collettivo da normare e controllare ma anche da tutelare e supportare nella crescita.

Di chi è la colpa di tutto ciò? Sarebbe bello pensare ad un unico colpevole, ad un genio del male sul quale scaricare ogni responsabilità.

La realtà purtroppo è che viviamo in una democrazia (società) arretrata dove si privilegiano gli interessi di parte, a scapito di quelli comuni, i pensieri astratti a scapito della concretezza delle condizioni di vita della gente. Certamente di ciò i partiti politici hanno colpe precise, ma anche tutti noi che attraverso l’accettazione acritica delle rappresentanze  (politiche, sindacali, di genere.. ) abbiamo abdicato al nostro compito di presidiare, sorvegliare vigilare i  luoghi che abitiamo.

2 commenti su “a partire dall’ Ilva

  1. Maddalena Rufo
    16 agosto 2012

    Grazie dott.ssa Nerella Sala,
    il tuo intervento è molto interessante e particolarmente toccante per me, aggiungo solo che certamente la cosiddetta società civile è stata assente, ma qualcuno che ha ricoperto ruoli, assunto incarichi dentro e fuori le istituzioni non ha certo agito per la salvaguardia della salute pubblica e dell’ambiente.
    I responsabili esistono e sono individuabili!
    La fabbrica bene comune … il “lavoro bene comune” è lo slogan della FIOM che non a caso non partecipa alle manifestazioni che si stanno svolgendo in questi giorni contro la magistratura.

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  2. Nerella Sala
    20 agosto 2012

    I pensieri che sto attualmente elaborando si riferiscono alla relazione fra i singoli e le rappresentanze ,tutte le rappresentanze.
    Provo a fare un esempio restando nello specifico : un’ operaia ad una pressa avverte rumore eccessivo durante alcune fasi di produttive , lo segnala al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza il quale opera altrove , non è quindi sua esperienza fisica essere esposto a quel rischio : con quale determinazione si disporrà a risolvere il problema?
    Se anche lui mal-tollera il rumore sarà sensibile e se ne farà carico, se invece ciò non lo riguarda personalmente metterà maggior enfasi nell’affrontare altre problematiche che gli sono più vicine .
    Noi umani siamo fatti così: diamo maggior peso alle cose che ci toccano ,che viviamo in prima persona , ecco perchè non si può delegare la concretezza delle condizioni di vita di ciascuno di noi a chicchessia .E’ ad una più avanzata consapevolezza e assunzione di responsabilità personale cui mi riferisco, che non significa andare da soli, fare da soli,ma essere disposti anche a fare da soli, andare da soli se non sono possibili compagni di viaggio.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 agosto 2012 da in laboratorio, politica con tag , , , , .

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