laboratorio donnae

chiedo scusa se parlo di Maria

– scritto di Nerella Sala –

Con grande interesse seguo il dibattito che si sta sviluppando sul blog, gli argomenti  che via via emergono sono davvero tanti  ed  indicano  che il fare politica  per noi  donne significa  partire dal  corpo che abitiamo, dalla vita che viviamo,  dalla realtà che ci circonda, dalle  aspettative, speranze, sogni.

Ma vi sono  vite e pensieri  di donne che  non verranno narrati , non troveranno spazio nella elaborazione collettiva e  resteranno inespressi.

Maria entra nell’infermeria dell’azienda presso la quale lavora, si siede di fronte a me  e con tono provocatorio  mi dice: ma chi la vuole l’uguaglianza? Chi  l’ha chiesta?  Io no!

Se l’uguaglianza è ciò che io sono costretta a vivere, allora non mi interessa!

Maria e’ una giovane donna immigrata dal sud, separata da un marito che non le  corrisponde gli alimenti, madre di due maschi di 8 e 13 anni, completamente sola.

Mi racconta col volto contratto dal dolore che ha litigato col   figlio minore  perché  vuole  uno zaino per la scuola  troppo costoso per le sue scarse risorse,  che dorme cinque ore per notte poiché  il resto del tempo lavora, che preferisce  non proteggere l’udito e sentire il rumore incessante delle macchine piuttosto che sopportare il silenzio che la costringe a confrontarsi  con  gli angosciosi pensieri che la assalgono, che non riesce a stare ferma, che si stà consumando nell’indifferenza  dei sevizi  sociali dai quali si sente giudicata e dei quali ha paura (che le tolgano i figli) e nell’impotenza delle forze dell’ordine che non riescono a costringere il padre dei suoi figli ad assumersi le sue responsabilità.

Mentre l’ascolto mi chiedo: dove abbiamo sbagliato?

5 commenti su “chiedo scusa se parlo di Maria

  1. Doriana
    31 agosto 2012

    non saprei dirti….ma è la stessa domanda che mi sono posta qualche mese fa. durante un corso di italiano per straniere, organizzato alla buona, ho conosciuto una donna più giovane di me, egiziana. scambiavo i suoi silenzi per timidezza, e cercavo di spronarla a parlare in italiano, perchè sapevo che aveva molto bisogno di trovare un lavoro e nessuno ti da lavoro se non capisci e parli discretamente in italiano. poi un giorno non è più venuta. e allora mi hanno raccontato un poco di cose. aveva dovuto lasciare la bambina nel suo paese, perchè era rimasta da poco vedova e la famiglia del marito le aveva preso la casa e tutti i suoi soldi, lasciandole solamente un biglietto di sola andata per la calabria. lei in calabria ci era arrivata con la speranza di mettersi subito a lavorare per poter fare il ricongiungimento con la bambina, ma la bambina aveva iniziato a soffrire molto, moltissimo per questa distanza (e chissà per cosa altro) e aveva iniziato ad avere problemi seri, psicologici, per cui la nostra “amica” aveva mollato tutto ed aveva preso al volo l’unico lavoro che era riuscita a trovare nel frattempo, come raccoglitrice di cipolle e prodotti agricoli, ben distante dalla mia città. non l’ho vista più, ma quando prendo una cipolla per sbucciarla penso sempre a lei, e alla sua bambina.

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  2. lisa canitano
    31 agosto 2012

    ma perchè sarebbe colpa dell’uguaglianza ? capisco che maria si senta sola, e abbandonata. Una volta però, dopo essere stata lasciata dal marito, (non le sarebbe mai stato consentito di separarsi per sua iniziativa) sarebbe rimasta a casa con i genitori, (niente più emigrazione), a fare la serva, disprezzata da tutti. La povertà, non l’uguaglianza, è il suo problema. Quando non si hanno soldi è sempre peggio, sottomesse o uguali che si sia…

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  3. Donne per Milano
    1 settembre 2012

    Mi sembra che tutte le tristezze che avete descritto (post compreso) siano appunto causate dall’ineguaglianza, non dal suo contrario.

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    • Doriana
      1 settembre 2012

      più che tristezza, la mia, è disperazione e rabbia e più che ineguaglianza per me si tratta di schiavitù, di oppressione e violenza.

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  4. Nerella Sala
    1 settembre 2012

    E’ proprio sul concetto di uguaglianza che stò riflettendo e mi chiedo se le conquiste cui siamo giunte, che peraltro ritengo importantissime e non rinnego affatto, siano di fatto fruibili dalle donne e non siano invece solo delle pie illusioni.
    Le illusioni sono pericolose perchè ci danno la sensazione che di fronte ad un problema le soluzioni sono lì pronte invece non è così, dobbiamo essere consapevoli che c’é un grande scarto fra i diritti scritti nelle leggi ( a partire dalla costituzione) e la realtà delle cose, in questo scarto si consumano i drammi personali . Se penso ad una politica al femminile subito penso che le leggi devono essere “concrete” impattare cioè concretamente sulla vita dei singoli e devono essere monitorate nel tempo per assicurarne l’efficacia. Penso poi che occorrano nuove “leggi concrete” (prendero’ a chiamarle così per distinguerle dalle attuali) che consentano alle donne di affrontare il difficile compito di riprodurre la specie
    senza per questo distruggere sé stesse.
    Abbiamo un gran lavoro dinnanzi a noi

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Questa voce è stata pubblicata il 31 agosto 2012 da in donne, laboratorio, politica con tag , , , .

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