laboratorio donnae

partire da sé, abbiamo detto

Intervento di apertura di Pina Nuzzo

Roma 22/23 settembre 2012 primo appuntamento LaboratorioDonnae

Partire da sé, abbiamo detto. E io parto dal mio desiderio di sempre: uno spazio politico dove ragionare con altre fuori dai luoghi comuni. Poiché in genere passo dal pensare al fare il mio desiderio oggi prende la forma di un laboratorio. Un laboratorio dove sentirsi libere di dire  senza la paura di sentirsi accusate di non essere femministe nel modo giusto. Non c’è un modo di essere femminista, ci sono però le tante donne che siamo diventate grazie al femminismo.

Nel momento in cui ho pensato ad un laboratorio contavo su alcune relazioni, ma mi sono anche guardata intorno per capire meglio gli umori e i sentimenti che animano il dibattito tra donne. Il blog è stato il primo strumento a cui mi sono affidata, facendo tesoro dell’esperienza passata – sito udi, fare il punto, udichesiamo – che mi ha insegnato tanto. In questo caso però c’erano due elementi di novità che non potevo sapere in anticipo come avrebbero interagito.

Il primo riguarda l’ambito delle donne a cui mi rivolgo: in passato c’era già un “pubblico di riferimento” rappresentato dalle donne dell’Udi verso cui avevo pure un ruolo. Tanto che nella fase del dopo congresso, con udichesiamo, la tendenza era di attribuirmene comunque uno. Con il laboratorio mi rivolgo a singole donne che imparano a conoscermi attraverso quello che scrivo. Come io faccio con loro.

Il secondo riguarda la gestione del mezzo: dopo una prima impostazione del blog da parte di Ilaria Scalmani, ho imparato a gestirlo. In questo modo ho inteso stabilire un rapporto diretto che si è rafforzato attraverso la pagina di Facebook.

Da queste finestre ho guardato e mi sono fatta vedere, avendo in mente un passaggio che ritengo obbligato. Incontrarsi, come stiamo facendo oggi. Ma incontrandoci non dimentico che ognuna  è il terminale di una infinità di relazioni che possono essere il proprio gruppo politico, le colleghe di lavoro, le donne che si incontrano in palestra o davanti alla scuola dei propri figli.

E poi ci sono quelle che gestiscono blog e che in rete sono riconosciute, fanno opinione. Internet, come sappiamo, incide profondamente nel modo di fare politica e non si  può prescindere da una nuova soggettività femminile che è capace, in diverse occasioni, di spostare fisicamente donne e uomini. Me ne sono resa conto questa estate partecipando alla presentazione del libro di Muraro dove erano presenti donne – e uomini – che avevano discusso ampiamente in rete del libro, in alcuni casi con acume e finezza di pensiero. Ma lì non hanno parlato, la discussione si è svolta tra “le solite”  in cui mi ci metto pure io che comunque non sto zitta. E “i soliti” per essere paritarie.

Non a caso questa estate ho scritto sul blog: Le “amicizie” e le “condivisioni” di fatto ridefiniscono i contorni di una geografia politica non più riconducibile al “territorio”. Attraverso la parola scritta  alcune donne, alcuni gruppi, hanno acquisito un’autorevolezza che va oltre la rete. Qui ci sono donne capaci di nominare la propria concezione della politica con una chiarezza e una consapevolezza sempre più rare nei luoghi fisici della politica.

Per queste ragioni il LaboratorioDonnae  non può che essere un appuntamento in cui convergere periodicamente per poi tornare da dove si è venute arricchite, mi auguro, dal confronto. Per queste stesse ragioni il LaboratorioDonnae non è riproducibile nei territori, né intende proporsi come  momento di sintesi politica “ nazionale”.

Fare politica per me ha sempre voluto dire dare forma alla mia indignazione o ad un mio desiderio e farne un fatto politico. Questo si può fare anche a partire dalla rete dove, come nella vita, le donne si parlano, si arrabbiano, mostrano la voglia di voler fare qualcosa. Di fronte a questo bisogno si può mettere a disposizione la propria esperienza per indicare – ma solo indicare –  strumenti e iniziative concrete possibili. Iniziative che chiunque può fare proprie e che non domandano una adesione, una appartenenza se non quella di genere. Iniziative che si propagano attraverso i social network e il passaparola sollecitando le donne a governarle, a gestire intrusioni e strumentalizzazioni. Ma niente di più.

Non sottovaluto che in rete, come nella realtà, parlarsi si riduce spesso a brevi commenti, a liste dove si contano i “mi piace non mi piace”. In rete gli immaginari sono in agguato e i prodotti del silenzio generano l’illusione di rispecchiarsi nel pensiero di un’altra; manifestare il proprio pensiero richiede senso di sé e un certa dose coraggio.

Questo non mi preoccupa, mi basta leggere quello che scrive Erica Del Dente, 24 anni, nel suo blog “casomai”: Mi sono trovata a parlare per la prima volta con le mie amiche di gravidanza e di desiderio di maternità. E ho scoperto di essere l’unica a non averne voglia, ma questo più o meno potevo anche aspettarmelo. Quello che non mi immaginavo era il terzo grado che mi hanno fatto: “scusa ma allora che vuoi fare?” “lo dici ora, poi però cambierai idea per forza!”, “guarda che è meglio fare un figlio da giovane, in particolare per una donna”, “vorresti rinunciare a diventare madre per la carriera, vero? sappi che non ne vale mica la pena!” e così via…

Ed ecco un altro grande tabù non ancora infranto: puoi non fare figli (anzi per il mondo del lavoro è molto meglio), l’importante è non dire che è per scelta. Meglio lasciare quell’alone di mistero, perché se ammetti di non avere il desiderio di maternità sei insensibile, egoista, un mostro. Come se il corpo fertile di una donna debba “solo” generare. Come se tutte quelle donne che non hanno voglia di maternità, non sentano ugualmente il bisogno di mettere al centro del loro vivere e pensare il proprio corpo fertile. Come se non lo si possa declinare in altri modi e forme.

Sulla parola ‘fertile’ Erica apre un link ad un mio scritto del marzo 2011 e tutto il suo post risente del dibattito avviato nel blog  LaboratorioDonnae. E vado avanti.

In questo nostro primo incontro vorrei parlare di alcune riflessioni che ho fatto sulla 194, proprio a partire dalle parole che hanno animato web e media. Su questa legge, periodicamente la rete si infiamma. Anche con ragione, infatti l’alto numero degli obiettori rende quasi impossibile, in alcune zone d’Italia, l’interruzione volontaria della gravidanza nei modi e nei tempi ottimali. Si tratta in pratica di un boicottaggio iniziato il giorno dopo l’approvazione della legge che  genera nelle donne uno stato di tensione permanente.

Ora nessuna ha mai contestato il diritto all’obiezione di coscienza, anzi il movimento delle donne, l’Aied, hanno più volte cercato soluzioni come quella di effettuare concorsi riservati a medici non obiettori. O la richiesta di un registro per i medici obiettori. Senza nessun risultato, discussioni a non finire, invece. Sapendo che il boicottaggio alla 194 – in realtà all’autodeterminazione – non si fermerà, dobbiamo noi per prime trovare parole nuove che la ricontestualizzano.

Sarà noioso ricordarlo, ma per quelle della mia età, la conquista di una legge significava uscire dall’aborto clandestino e non dover rischiare di morire in conseguenza di un aborto clandestino.

In quegli anni la sessualità di una donna era condizionata dalla paura di una gravidanza indesiderata e se il rapporto avveniva fuori dal matrimonio era esposta alla riprovazione sociale. Infatti esisteva il cosiddetto ‘matrimonio riparatore’. Come il reato di adulterio. Capimmo allora che se volevamo progettare la nostra vita dovevamo liberarci del controllo sul nostro corpo e individuammo nell’accesso alla contraccezione uno strumento. E in una legge per l’interruzione volontaria di gravidanza il mezzo per andare verso il superamento dell’aborto stesso.

Infatti, quella che sbrigativamente denominiamo 194 si chiama invece “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” e all’articolo 1 recita:Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

Questo pensavamo anche noi, allora, ma…

Ci sono tanti ma su cui rimugino tra me e me a partire da quello che leggo. Spesso taccio perché il dibattito sulla 194 si è andato via via radicalizzando. O di qua o di là. Mentre sarebbe necessario e perfino liberatorio capire cosa è cambiato nella sessualità delle donne da quando, in quell’ormai lontano 1978, grazie a quella legge, hanno avuto accesso alla contraccezione.

Cosa ha comportato poter separare il corpo riproduttivo dal corpo sessuato?

Mi tornano in mente i tanti ragionamenti fatti a suo tempo, nel pieno di battaglie quotidiane per una corretta applicazione della 194. Passavamo le nostre vite al microscopio, ci chiedevamo come mai alcune di noi – con nomi, cognomi e presenti – nonostante i contraccettivi, ricorressero all’aborto.

In questi giorni, casualmente, ho trovato dei fogli scritti a mano da me, ma è chiaro che si tratta di un testo collettivo, dove è riportata una riflessione ancora valida. Ne trascrivo un passaggio: “Dal punto di vista del rapporto con il nostro corpo è discutibile che l’aborto sia una scelta, se per scelta si intende un atto di libertà. Non è una scelta se ad esso si arriva per il fallimento o l’ignoranza della contraccezione. Diventa qualcosa di indefinibile se ad esso ricorrono donne informate che hanno accesso alla contraccezione. Eppure questo è ciò che accade, anche tra noi e in modo frequente. Siamo costrette ad ammettere che una parte di noi – il nostro corpo riproduttivo – ci rimane estranea. Una lunga storia ci separa da esso: papi, stregoni, mariti, medici, lo hanno definito, mentre noi non abbiamo imparato a dargli parola. Non abbiamo imparato ad assumerci la responsabilità.[…]nel profondo percepiamo gli anticoncezionali come artificiali e innaturali; il fatto poi che  siano competenza di un medico generano insopportabili associazioni mentali fra corpo riproduttivo e malattia, fra sessualità e malattia. In ogni caso segnalano che il nostro corpo, così com’è, avrebbe qualcosa di sbagliato”

In realtà non era il nostro corpo ad essere sbagliato. Ben presto ci rendemmo conto che gli anticoncezionali a nostra disposizione erano invasivi, pensati in funzione della sessualità maschile e di rapporti istituzionali, continuati nel tempo.

Molto è cambiato da allora, i metodi contraccettivi sono cambiati e sono diversi. Ma le donne, in particolare le più giovani, continuano ad avere gravidanze indesiderate. Perché?

Quale sessualità vivono? Quali contraccettivi usano? Se li usano. Infine la domanda delle domande: la 194 rischia di diventare un mezzo di controllo delle nascite? So che questo è uno degli argomenti con cui si  tenta di mettere mano alla 194, ma non voglio attestarmi su una difesa che non sappia replicare, argomentando, alle ragioni dell’avversario.

E gli argomenti li possiamo trovare insieme a partire dal fatto che ognuna di noi, come ho detto aprendo, si metta in gioco. Su questo, come su altro.

Mi fermo qui, per adesso. La parola a voi, ognuna dica la sua

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5 commenti su “partire da sé, abbiamo detto

  1. laboratorio donnae
    1 ottobre 2012

    Doriana Righini mi ha scritto in posta privata su Facebook il commento che segue. Lo pubblico con la sua autorizzazione. Pina

    Sud De-Genere
    cara Pina, ho letto il tuo intervento di apertura, non sono stata con voi e me ne dispiace. Ho letto il commento di Nerella sala, aspetto i commenti delle altre, e mi chiedo (ritenendola una cosa molto importante) quali sono stati i nodi della discussione, quali sono state le diverse posizioni sulle quali c’è stata discussione e non ci si è trovate (non la vedo affatto come una cosa negativa ma è per capire e non sarebbe neanche necessario – per me- sapere i “nomi” però mi avrebbe fatto piacere che Nerella Sala -cito lei perché ha commentato per prima- ne parlasse, di questi nodi).
    Per quanto riguarda il tuo intervento di apertura, rispetto alla 194, dovrei dire che in realtà io contesto quello che viene chiamato “il diritto all’obiezione di coscienza”, e me lo prefiguro invece come una interruzione di un servizio alla salute che viene garantito da una legge di stato (ho sempre detto scherzando – ma non troppo- che ci sono tante specializzazioni nella facoltà di medicina). Non credo che il dibattito sulla 194 sia andato radicalizzandosi, credo semplicemente che ci sia un ulteriore imbarbarimento che mette sempre più a rischio la nostra libertà di agire nel mondo come cittadine e credo che quello che tu dici essere un “o di qua o di là” lo sia effettivamente. O si è per la libertà di scelta, oppure non lo si è, e in questo proprio vie di mezzo non ce ne possono essere, anche perché ognuna per se stessa ha il pieno diritto di poter dubitare se e come comportarsi, ma non si può mettere in dubbio il diritto delle altre di scegliere (e credo che si, sia una scelta quella di abortire). Non credo, inoltre, affatto che la 194 rischi di diventare un mezzo di controllo delle nascite (è per le più una scelta dolorosa che non si fa a cuor leggero, e soprattutto non credo che le donne siano una massa di incoscienti. le donne faranno questa scelta con coscienza, e devono sapere di poterla). Ti ringrazio per aver condiviso anche con noi che non siamo state presenti e di averlo fatto in maniera così limpida, come sempre. Un abbraccio e a presto. Doriana

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    • laboratorio donnae
      1 ottobre 2012

      Cara Doriana grazie per il commento, mi da la possibilità di chiarire meglio il mio pensiero. Intanto è bene precisare che sugli appunti della mia relazione introduttiva ho fatto delle scelte. Parlando si dicono più cose, si comunica con il corpo, con la gestualità. Si interagisce. Ho pubblicato subito il commento di Nerella perché restituisce le emozioni: le sue. Ma sono state forti per tutte. Non a caso ti riferisci al suo scritto come ad un commento e non come ad un intervento che immagino si riserva di fare.

      Molte delle cose che ho detto le avevo già scritte nel blog: desiderio di maternità, madri surrogate, corpo sessuato e corpo riproduttivo…

      Dalla relazione ha preso il via e si sono intrecciate riflessioni che non voglio e non saprei come riassumere. Il LaboratorioDonnae è uno spazio aperto, ma ad una condizione: che ognuna si assuma la responsabilità della parola, nei tempi e nei modi che ritiene più opportuni.

      Capisco però la voglia di sapere da parte di chi non ha potuto esserci. Solo per accenni posso dirti che si è parlato molto del desiderio di maternità, anche da parte di donne lesbiche. Mentre alcune hanno dichiarato di non voler essere ricondotte alla maternità come tratto identificativo dell’essere donna. Questo è stato detto da parte di eterosessuali e da parte di lesbiche. Si è parlato di contraccezione, di cosa ha significato per donne della mia età e per donne giovani. “Si è interrotto qualcosa tra le generazioni”, ha detto una delle più giovani. E ha aggiunto, cito a memoria: quando ho avuto il primo rapporto mia madre mi ha portato dalla ginecologa, la ginecologa mi ha dato la pillola, ma io volevo autodeterminarmi rispetto al desiderio e ai miei tempi. Il discorso sulla maternità ha portato dritto dritto verso il lavoro. Non solo rispetto alla gestione dei figli, ma anche rispetto alla realizzazione di sé e all’opportunità di trovare lavoro a partire dagli studi che si scelgono. Qualcuna ha affermato che dovremmo essere meno condizionate dai sogni e qualcuna ha invece difeso il diritto ad avere un sogno.
      Da qui il discorso si è diretto verso il “senso di sé” che una donna deve avere in politica e che prescinde perfino dalle appartenenze se fa politica nelle istituzioni. Si è discusso anche di come si fa politica tra donne e della necessità di interrogarsi sui desideri. Anche quando sono legittimi, bisogna chiedersi sempre chi paga il prezzo. Siamo tornate sul discorso delle madri surrogate.
      Il nostro parlare non ha portato a delle conclusioni, ma ad un arricchimento del nostro pensiero. Ma anche allo smarrimento che la presenza delle altre produce quando è concreta e parlante.
      Non aggiungo altro, sollecito la scrittura dei contributi. Non è necessario, e non è possibile, scrivere tutto quello che una ha detto pensato e vissuto, basta scegliere una cosa, quella che si sente come la più importante.

      Per tornare alla mia relazione. Non metto in discussione – in alcun modo – l’autodeterminazione, ma vorrei tornare a parlare di sessualità a cominciare da condizioni di vita e da una società che sono oggettivamente cambiate. Se non facciamo questo, in futuro sarà sempre più difficile fare fronte agli attacchi e al boicottaggio della legge 194. Teniamo bene a mente che i partiti sono sempre pronti a fare mediazioni e accordi sul nostro corpo, sulla nostra pancia; le pressioni confessionali non sono mai venute meno. E siamo già in campagna elettorale.
      Sono convinta che un confronto tra donne calato nella realtà che viviamo, con gli strumenti che abbiamo, può portare a forme inedite della politica delle donne. A patto di dare credito a noi stesse e alle donne con cui intratteniamo relazioni, a volte da anni. Autorizziamoci.
      A presto, Pina

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  2. Nerella Sala
    2 ottobre 2012

    Cara Doriana, capisco che il mio intervento ti abbia sconcertata , avrebbe sconcertato anche me se non fossi stata in quella stanza – ma come! parlo di sensazioni, di stati d’animo e non parlo dei contenuti ?
    Quando sono salita sul treno per Roma sapevo che sarei entrata in un laboratorio, ma non sapevo quale.
    Già, ripensandoci poi, ho constatato che di laboratori ce ne sono tanti : abbiamo i laboratori di analisi a me familiari per via del lavoro, i laboratori di ricerca scientifica, i laboratori artigianali come le sartorie o le falegnamerie eccetera.
    Ma entrare in questo laboratorio di pensieri di donne è stato per me come entrare in un laboratorio chimico: ripenso ad ognuna di noi come ad una bottiglia di reagente ben chiusa col tappo, allineata sulle mensole .
    Quando Pina ha terminato la sua relazione ciascuna ha versato i propri pensieri e le relative emozioni sul tavolo del laboratorio , certamente ciò ha comportato qualche reazione imprevista non è stato facile contenere le esplosioni
    che avrebbero potuto verificarsi, ma ci siamo riuscite ! ognuna di noi ha potuto essere presente in quel luogo interamente, certo siamo uscite un po provate
    da lì , non è stata proprio una passeggiata ma la ritengo la vera novità politica!
    Si può partire dal pieno riconoscimento di sè stesse , dalla propria carne per elaborare il nuovo.

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    • Doriana
      2 ottobre 2012

      cara Nerella, il tuo intervento non mi ha per nulla sconcertata, giacché la pratica politica nella quale ognuna di voi si è ritrovata ad “essere” e a confrontarsi non mi è nuova (e l’ho sempre ritenuta auspicabile), anche se -a dire il vero- mi pare cosa rara riuscire a trovarsi assieme e ad essere oneste pubblicamente con le altre, e per questo ritengo vi siate fatte un grande regalo ad essere così “presenti”. Non mi scandalizza neppure che tu abbia raccontato il tuo stato d’animo e le tue sensazioni anzichè raccontare i nodi problematici del confronto. Viene, però, da sè il mio forte interesse per quest’ultimo aspetto, e penso che non ci sia nulla da stupirsi rispetto a questo mio voler capire rispetto a quali nodi politici avete avuto posizioni molto differenti (se non inconciliabili?). Farò certamente di tutto per essere presente al prossimo incontro, nel frattempo ringrazio Pina e te per la risposta, a presto

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  3. Nerella Sala
    3 ottobre 2012

    Carissima Doriana, grazie per la tua curiosità , il tuo voler sapere, perché sta aiutando me a dare parole a ciò che è accaduto a Roma.
    Gli argomenti trattati sono stati grossomodo quelli che ho citato al volo nel mio commento , quindi niente di nuovo e non vi sono nemmeno posizioni “razionalmente” inconciliabili, ma nel parlarne ognuna di noi ha toccato il proprio nucleo identitario più profondo , che non può essere messo in discussione , può essere solo accolto.(in vari momenti , le parole di ciascuna di noi sono risuonate in altre come disconoscimento della propria identità: ecco le esplosioni!)
    Dobbiamo capire che se la discussione politica parte da lì (e io sono assolutamente convinta che debba essere così), allora serve molta attenzione, capacità di ascolto
    riconoscimento dell’alterità per non produrre esplosioni e lentamente imparare a dosare i singoli reagenti ,ci sarà tempo per i contenuti e sarà molto fruttuoso se il contenitore (tutte noi) sapremo accogliere .
    Un abbraccio,

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Questa voce è stata pubblicata il 27 settembre 2012 da in appuntamenti, donne, politica, tessitura con tag , , , .

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