laboratorio donnae

il laboratorio per me

– LaboratorioDonnae 22/23 settembre: contributo di Maria Gabriele Capalbo –

Non sapevo bene cosa andavamo a fare io e Nerella in quel laboratorio politico pensato da Pina Nuzzo, non sapevo bene perché me ne sentissi così profondamente attratta al punto da lasciare andare da soli i miei due bimbi col papà in gita a Firenze, per la piccola di tre anni era la sua prima gita in treno!

Ero curiosa ma ero anche spinta da una strana passione che prima d’allora non avevo neanche mai provato, una specie di urgenza di confrontarmi, di conoscere e di capire.

Io e Nerella avevamo il nostro bell’armamentario di letture “pese” io Simone Weil “Il Manifesto per  la soppressione dei partiti politici” lei Hanna Arenth “Vita activa”. In treno mi diceva che andavamo a costruire un nuovo modo di vedere la società e che quindi dovevamo pensarlo, sognarlo e dirlo questo nuovo mondo che andavamo costruendo lì a Roma , in quel Bed and Breakfast dell’Eur.

Io ero un po’ scettica ma mi lasciai esaltare dal suo trasporto anche se in testa mi echeggiava la canzone di Venditti “Bomba  o non bomba” che diceva “eravamo in due ed eravamo in abbastanza”.

Io ho aperto il mio intervento partendo da me, dalla mia fragilità, che era stata la mia forza quando avevo deciso di oppormi ai tentativi di manipolazione della mia ex dirigente quando avevo scelto di diventare madre per la seconda volta. Una manipolazione che voleva farmi credere che il lavoro veniva prima di tutto e che la maternità mi allontanava dalla mia mission: la realizzazione di me sul posto di lavoro a cui dovevo dedizione totale e identificazione totale!

Una manipolazione frutto  del dominio manageriale che ci vuole tutti bravi gestori del nostro quotidiano, cito Michela Marzano,  finanche delle nostre emozioni!

E’ proprio delle emozioni che ho parlato, di quelle che per anni mi hanno resa  incapace di uscire da me e di esprimermi in contesti pubblici, delle difficoltà che incontro quando ci provo e che sto cercando di superare perché credo che non si possa vivere perennemente bloccati, che uscire da sé per incontrare l’alterità ci fa fare un grande balzo in avanti proprio nella definizione di quello che percepiamo come il nostro sé più autentico. Non vedendoci come ci vedono gli  altri, come se fossimo davanti a  uno specchio né cercando la fusione come spesso avviene, ma semplicemente rimanendo quello che siamo seppure aperte al dialogo e al confronto.

Si è parlato tanto di senso del sé, a proposito della Polverini, qualcuna ha detto “ha un gran senso di sé” per me non è così e l’ho detto spiegando che per me il senso di sé significa che quello che dici, quello che fai e quello che pensi sono in armonia.

Magari chi l’ha detto l’ha percepita così, io no! Ci sto ancora riflettendo!

Poi c’è stato il dibattito accesissimo sulla maternità, sul vecchio dilemma se riconoscerla o meno come valore sociale che ci ha viste a tratti schierate su fronti contrapposti e lì io non ho saputo dire quello che penso davvero anche se ho provato a citare l’esperienza di tante che sono mobbizzate sui luoghi di lavoro, che vivono quotidiane vessazioni solo perché hanno deciso di avere un bambino.

Ho cercato di spiegare che è necessario pensare ad un welfare più vicino alle esigenze delle donne come in Germania dove la società è pensata per  far rimanere a casa le madri fino a tre anni di vita del  bambino, dove i congedi di paternità sono una realtà e dove gli orari sono flessibili e gli asili sono bellissimi e ci sono le case di maternità dove le donne che hanno problemi di depressione post partum sono seguite da psicologi che le aiutano ad uscire dalla loro malattia e non importa se hai un lavoro a tempo indeterminato, autonomo o dipendente, quello che conta è che tu abbia scelto di diventare madre. E non è utopia!

Qualcuna ha obiettato che in Italia se ne approfitterebbero come già fanno per i congedi parentali!

E nessuno più assume le donne incinte perché hanno paura di doversi sobbarcare per anni dell’onere economico che ne consegue, e qui secondo me ritorna il vecchio luogo comune sul fatto che in Italia abbiamo una buona legge sulla maternità, peccato che sia pensata solo per il lavoro dipendente e a tempo indeterminato e che negli ultimi anni in Italia ci sia un buon 75% di donne precarie neo assunte che non godono di queste tutele (dati CGIL). Peccato che questo porti le donne a pensare alla maternità come ad un privilegio di poche e a metterle le une contro le altre! Peccato che non si possa ancora immaginare quelle tutele come un diritto di tutte da estendere a tutte e andare oltre.

Sono tornata a Modena con molte domande che mi faccio e che continuerò a farvi.

La maternità in Italia è un diritto o un privilegio?  Ha un valore sociale oppure no? La tutela della maternità deve essere legata al tipo di contratto di lavoro oppure deve essere garantita a prescindere dal lavoro che fai?

E poi c’era un’altra cosa che ho capito a Roma e cioè che solo confrontandosi con le differenze si  possono misurare davvero le proprie convinzioni e la  capacità di stare dentro al conflitto senza lasciarsi travolgere.

Grazie Pina, grazie a tutte e arrivederci a gennaio.

Maria

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Questa voce è stata pubblicata il 1 ottobre 2012 da in appuntamenti, donne, laboratorio, politica con tag , , .

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