laboratorio donnae

25 novembre, assenzacreativa

Per contaminare l’assenza delle tante  donne morte a causa della violenza, con una presenza attiva e creativa, il Laboratorio Donnae apre – da oggi fino al 25 novembre – questo spazio  dove potete  lasciare i vostri pensieri in versi e racconti, disegni e fotografie,  musica e animazioni grafiche. Tutto quel che potete attingere dalla vostra creatività per riempire il vuoto, per lasciare il vostro (con)tributo.

Per inviare immagini in formato jpeg, musica e animazioni grafiche assenzacreativa@gmail.com

Per lasciare una testimonianza un (con)tributo in forma anonima invia a laboratoriodonnae@gmail.com

L’evento assenzacreativa è anche su facebook  http://www.facebook.com/events/301150179999358/

ASSENZACREATIVA di  Elisabetta Pierri

Di una corsa sulle scale, quando credeva ci fosse ancora tempo per scappare.
Di un’implorazione soffocata, quando sperava le parole potessero muovere a pietà.
Di una mano davanti al volto, quando pensava di poter così parare il colpo.
Di un caffè ancora tiepido e un abito pronto per essere indossato, quando l’irreparabile ha già fatto il suo corso.
Del suo nome che risuona da una televisione, quando ormai è già parte di uno show paradossale.
Di un suo pensiero, di un suo sbadiglio, di una sua scelta, della sua corsa in ospedale.

Cosa rimane nel tempo se non una sconfinata assenza?

Eppure, nel vuoto dell’assenza si possono lanciare cose, nel vuoto possono rimbalzare i suoni delle cose,
lì dentro le cose possono unirsi e confondersi e creare altre cose.
E allora inizio, e allora iniziamo.
Per coloro che sono lì, per noi che siamo fuori, perché nessuna di più debba finire nell’assenza.
Iniziamo a creare e a fare, ricordando a nostro modo quello che è stato, descriviamo quello che è,
costruiamo con parole e immagini e suoni e tutto quel che abbiamo a disposizione un percorso virtuale e concreto
per ricordare ciascuna di loro,
affinché non vi sia più nessuna di loro,
perché divenga intollerabile che vi sia ancora una sola di loro.

ANIME DILANIATE di Ilaria Scalmani

L’opera rappresenta il cuore (l’anima) delle donne vittime di violenze e femminicidi. Gli spilli idealmente sono armi usate contro corpi deboli che vengono insanguinati, dilaniati, menati, profanati, violentati, trucidati. I nomi di donne scritti sono solo una parte di coloro uccise in Italia dall’inizio dell’anno; una rappresentazione simbolica di omicidi a cui si è voluto dire BASTA! (that’s enough!)

 

10 commenti su “25 novembre, assenzacreativa

  1. Elisabetta (Julie Vignon)
    10 novembre 2012

    Casa di donna
    di Elisabetta Pierri

    La mia casa: di mattoni che ho posato solo in parte
    di vernice su cui il rosso si confonde
    di pavimenti che rallentano il mio passo
    di omertose porte a nascondere segreti
    di un’identità suggerita dagli oggetti
    di scomodi pensieri stipati nei cassetti.
    È qui che io abito, verso l’altrove sospesa.

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  2. Nicoletta Nuzzo
    11 novembre 2012

    Sola

    Allora mi sento estranea
    al fuori e al dentro di me
    penso che non ho scampo
    perché non mi vedo da nessuna parte,
    allora cerco una parola buona
    dentro cui vivere
    una parola-madre
    con un grembo
    in cui rimpicciolirmi
    fino a diventare una particella semplice
    compatta
    che diventa il mio occhio per vedere
    la mia bocca per parlare,
    quello che voi vedete
    è il mio fantasma perché
    il mio vero io è dentro quella particella,
    abito uno spazio piccolo
    ma potente
    perché voi non sapete
    dove si trova quel punto dolente di roccia.

    Nicoletta Nuzzo

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  3. Pingback: “Affinché non vi sia più nessuna di loro, perché divenga intollerabile che vi sia ancora una sola di loro” - Reset Italia

  4. laboratorio donnae
    14 novembre 2012

    Pensavo di sapere molto riguardo alla violenza sulle donne, ma mi sbagliavo.
    Ho rischiato di essere stuprata.
    E fino a quel momento, non ho mai preso fino in fondo coscienza di una cosa ben precisa e cioè che noi donne abbiamo il triste dovere verso noi stesse di essere sempre vigili.
    Poi, non riesco a perdonarmi il fatto che, una volta tornata in me, mi sono sentita in colpa, mi rimproveravo di avergli dato fiducia. Ma ti rendi conto?
    Il lui in questione è una persona che conosco da anni, con il quale ho anche lavorato a lungo. E non ho mai sospettato niente di lui, mai pensato che improvvisamente, con una faccia deforme, come trasformata, mi si potesse avventare addosso… Mi aveva chiesto se potevo andare da lui, voleva mostrarmi il suo nuovo progetto, lo faceva con ogni suo nuovo progetto. Coì sono andata a casa sua, serena, e gli ho anche portato il gelato.
    Ma poi a un certo punto si alza in piedi, ed era così deciso che io ho pensato fosse il segno per dirmi che era ora tempo di andarmene, ormai era ora di cena. Così mi alzo dalla sedia della scrivania e faccio per andare a prendere il mio impermeabile. Ma lui mi dice: «Scusa puoi venire qui un secondo?». Mi riavvicino alla scrivania ed eccolo, con la faccia che sembra plastilina, mi si avventa addosso. Io, che fisicamente la forza ce l’avrei a respingerlo, sono paralizzata dalla sua violenza, lo prego di lasciarmi, ma più lo prego più diventa brutale. Ricordo che rantolava, ricordo le sua mani dappertutto, ricordo che mi ha gettato sopra il divano e mentre mi teneva bloccata è perfino riuscito a farsi scivolare i pantaloni alla caviglia. Di me ricordo solo dei flash: io che fisso il mio impermeabile e mi chiedo come farò a recuperarlo prima di scappare, io che penso a come aprire la porta di casa, io che mi dico che non ce la farò mai e che forse è meglio lasciarlo fare così il tormento finirà prima. Io che finalmente riesco a trovarmi sul pianerottolo mentre lui cerca di ricomporsi e anziché buttarmi giù dalle scale, chiamo l’ascensore! Non solo: una volta dentro scopro che è di quelli che si fermano ai diversi piani, anzi a un certo punto inizia a risalire. Mi sono sentita morire. Alla fine ce l’ho fatta a scappare, ma non dimenticherò mai come, una volta in strada, mi sono sentita persa: non sapevo dov’ero, non ricordavo dove fosse parcheggiata la mia macchina… Come se il mio corpo fosse lì in strada, lo vedessi ma non lo percepissi, come se io mi fossi rintanata da un’altra parte. Sono arrivata a casa guidando, ma non ricordo un solo secondo di me alla guida. Il primo momento dopo la fuga che mi resta in mente è quando ho chiuso dietro di me la porta di casa mia. E sono scoppiata prima a piangere, poi in un riso isterico, quindi, per tutta la sera e tutta la notte, avvolta in un silenzioso pensiero ossessivo, come una pazza, ho continuato a cercare di ricostruire immagine dopo immagine, come se fosse un film, quello che era successo: volevo capire dove avevo sbagliato. A quel punto, un grido dolentissimo e acuto spiazza me stessa: «Dove ho sbagliato io!!! Dove avevo sbagliato io!!! Non è possibileeeeee».
    Al mattino ho chiamato Mara, la mia migliore amica, le ho chiesto un consiglio, cosa fare.
    Per un attimo mi ha detto: «Andiamo a denunciarlo». Ma poi, davanti alle mie lacrime, le si sono fermate le parole in gola: «Denunciare che cosa?», mi ha chiesto, «Denunciare una violenza carnale non consumata assumendosi l’onere di dimostrare di avere ragione, l’umiliazione di sentirsi dare, come minimo, della donna di facili costumi, facendo tra l’altro finta di non sapere che non esistono praticamente pene per un fatto del genere? E comunque che la certezza della pena è una farsa?».
    Adesso so perché tante donne preferiscono la strada del silenzio. Adesso so che dopo ci si ritrova in ginocchio, ci si sente davvero sporche, colpevoli e non riesco ad accettarlo!!! Bisogna denunciare, accidenti! E per farlo dobbiamo ricordarci sempre di avere dei testimoni! Perché non ho cercato il portinaio quando sono scesa? Ero sotto shock, lo so. Io non ho fatto niente!!! Avevo i jeans e un maglione a collo alto! Ecco, vedi, mi sto giustificando da sola. Naaaa!!! Un fatto è accaduto, anche se non il peggiore, ma già questo basta per una denuncia, mi dico. Rischiare di non esser creduti è certo la difficoltà più pesante da affrontare, ma cosa penserò ogni volta che mi verrà in mente questo episodio? Che ho subito un torto orribile senza far niente? Non sarebbe meglio pensare di aver almeno provato a reagire?
    A quel punto, a bloccare il mio inarrestabile flusso di coscienza, è suonato il citofono: è Mara, che è corsa da me e mi ha abbracciata, mi ha stretta forte, più che poteva.
    Io ho cominciato a singhiozzare come una bimba, mi sono lasciata cullare a lungo tra le sue braccia ascoltando la preghiera finché il pianto si è fatto da parte. Dopo ore, prima di andarsene, le ho semplicemente detto che la ringraziavo per aver condiviso con me il mio dolore, che mi sono sentita non solo accolta, ma anche rispettata: ho capito che non ero sola, che non eravamo sole.

    (con)tributo inviato da Cristina Magnaschi

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  5. laboratorio donnae
    16 novembre 2012

    Inviato il 16/11/2012 alle 17:12
    Ho pudore a scrivere questo episodio però lo devo a me ed alle donne.
    avevo 16 anni, sono andata nel paese vicino al mio per incontrare una mia amica e per fare delle compere per casa.
    La mia amica non è potuta venire, ho fatto la spesa e per rientrare ho fatto l’autostop, una cosa normale. Mi ha dato un passaggio un signore che spesso era ospite a casa mia, mi ha chiesto della famiglia di mio padre che in quel periodo era in carcere per un errore giudiziario e poi ….. mi ha messo le mani sulla coscia sinistra. Gli ho chiesto di fermare la macchina perchè volevo scendere, gli ho ricordato che ero minorenne e lui sarebbe finito in galera. Sono scesa in aperta campagna e mentre percorrevo i 10 chilometri a piedi è passato un amico dei miei genitori e mi ha accompagnato a casa. Ho raccontato questo episodio solo a mia sorella ed alla mia migliore amica, nella situazione in cui ci trovavamo a casa era impensabile aggiungere anche questo dolore. Come mi sono sentita, ho pensato che questa fosse un’offesa rivolta alla mia famiglia, a mio padre che in quel momento non poteva essere presente. Mia madre donna saggia, però si è accorta che il mio comportamento era cambiato, ma non mi ha chiesto niente direttamente, tranne una volta ……….
    Rientrava dalla visita al carcere da mio padre, c’era tantissima neve e non passavano i pulman, ha visto quel signore e mi ha detto chiediamogli un passaggio, ho reagito in modo isterico dicendogli che piuttosto l’avrei portata in braccio per 10 chilometri. Mamma ha capito che qualcosa era successo ma ha rispettato il mio silenzio. Subito dopo amici di famiglia ci hanno riaccompagnato a casa, mentre tornavamo a casa ha ripreso l’argomento partendo da lontano, prima con una domanda ingenua: ” perchè non hai voluto che chiedessi il passaggio? ho risposto che in macchina con lui c’erano quelli che accusavano babbo – Lei ha continuato:”Ti conosco tu non sai cosa sia l’odio, eppoi sapendo che non sto in piedi dalla stanchezza e dal mal di reni avresti accettato un passaggio anche dal diavolo, sai, ho sentito che quell’uomo tocca le donne” – non lo sapevo ho risposto, ha insistito e le ho detto che lo aveva fatto ad una mia amica.
    Mia madre e mio padre quando finalmente è stato scarcerato con formula piena,
    non hanno mai più parlato con questo signore ne lo hanno mai più fatto entrare in casa nostra; hanno capito ed hanno rispettato il mio silenzio. Le madri attente ed anche i padri conoscono i loro figli e sanno quello che provano (almeno questa è la mia esperienza di figlia prima e di madre poi). Come mi ha condizionato questo fatto? Sono diventata guardinga rispetto all’altro sesso, persino i miei amici mi chiedevano il motivo del mio cambiamento, la rabbia che mi portavo dentro.
    Ci sono voluti anni per liberarmene e ricominciare a fidarmi degli uomini (con la condizionale), ancora una volta però stiamo parlando di qualcuno che conosciamo, qualcuno di cui ci fidiamo ma che approfitta di una sua presunta fragilità ed inferiorità. Unico mio rammarico allora è stato quello di non avergli dato un sonoro ceffone, ero giovane e forte, (lo sono ancora, sono testimone non vittima) ma forse è meglio così. Scusate la forma delle frasi, l’emozione ed il ritegno mi impediscono di curarla.

    (con)tributo FIRMATO

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  6. laboratorio donnae
    16 novembre 2012

    Cara Pina, questo è il seguito della mail che ho inviato con la mia testimonianza per assenza creativa:oggi adulta e madre vorrei tornare indietro ed abbracciare forte quella bambina che ero, che si ritraeva agli abbracci, che per poter esprimere i propri sentimenti doveva allontanarsi, che nascondeva dietro ad un sorriso il dolore, scuoterla e dirle: hai il diritto di piangere, non te ne devi vergognare. Il vero furto che ho subito è stato questo, mi sono negata il diritto di piangere, di esprimere il mio dolore.

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  7. laboratorio donnae
    16 novembre 2012

    ‎(con)tributo FIRMATO
    “Ci sono tante forme di violenza, non è solo fisico, non è solo sessuale. Dalle più sottili non ti liberi mai. Magari ammetterle, parlarne… Sarebbe l’uscita.
    So che rispetterai l’anonimato, ne ho ancora bisogno”.

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  8. laboratorio donnae
    17 novembre 2012

    (con)tributo FIRMATO

    Sono stata vittima,
    vittima di violenze e manipolazioni.
    Ho conosciuto il dolore, la vergogna, la solitudine.
    Ancora oggi, da testimone,
    continuo a sentire dentro di me lo strazio senza fine delle mie sorelle.
    – testimone –

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  9. laboratorio donnae
    18 novembre 2012

    UN VIDEO ESSENZIALE, EFFICACE. NON SI GUARDA SOLTANTO, SI SENTE SULLA PELLE.

    Ricevo da Angela Catania il link ad un video – “con preghiera di diffusione” – realizzato in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne 2012. Presentato a Genova, Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, invita a contare lentamente da 1 a 100. “Sono oltre cento le donne uccise quest’anno da maschi-killer. Stiamo assistendo a un’inaudita escalation di violenza. Si chiama femminicidio. Violenza per lo più domestica: i killer sono ex-compagni, mariti, partner, padri. Killer che odiano, killer che non amano, killer che violentano la parola “amore”. E quante sono le vittime, sempre donne, dei tanti altri tipi di abusi e violenze sessuali? Contiamo fino a 100, e ben oltre 100, molto, molto oltre. Barbarie, ignoranza, inciviltà sono violenza. Chiediamo a voce alta civiltà, cultura, progresso. Contro il femminicidio, contro il machismo. Contro ogni violenza sulle donne”.
    ( Calligrafia: Francesca Biasetton, Regia: Serena Gargani, Testo: Luca Borzani e Nicla Vassallo.)

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  10. Doriana
    20 novembre 2012

    Reblogged this on Sud De-Genere and commented:
    invito a contaminare lo spazio “assenzacreativa”, aperto da Laboratorio Donnae, fino al 25 novembre!

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