laboratorio donnae

“Dio è violent” non mi ha convinto

Mary Beth Edelson sole– scritto di Judith Pinnock –

 Luisa Muraro, nel suo breve saggio “Dio è violent”, affronta il tema della violenza agita, esprimendo la tesi che il comportamento violento, almeno come reazione ad una violenza subita o minacciata, debba essere auspicato come veicolo per una reale liberazione della condizione femminile.

Il libro non mi è piaciuto e la tesi non mi ha convinto, vediamo perché.

La tesi è che, a fronte della violenza, scegliere la non violenza sia perdente, sia una auto mutilazione ben espressa dalla metafora del tagliarsi da sole gli artigli. In realtà poi Muraro non arriva ad una conclusione definitiva, sollecita solo la riflessione concludendo con l’ipotesi che non si debba scegliere un’azione violenta ma un’azione possibile ed efficace, violenta quanto basta, quanto basta per combattere senza odiare, quanto serve per disfare senza distruggere.

Ecco, tutto ciò mi lascia una sensazione di incompiuto, visto che la mia formazione mi porta a considerazioni non opposte, ma diverse. La psicologia dice che la comunicazione, nel contesto di uno scambio relazionale conflittuale (limitato anche solo al dissenso, al disaccordo, ma naturalmente arrivando anche al conflitto conclamato), tende ad oscillare tra due opposti: passività ed aggressività. Possiamo ricondurre questo loop mentale all’abitudine filosofica di individuare categorie concettuali contrapposte perché i contrari garantiscono la definizione dei due termini: è molto più facile descrivere il bianco se possiedo anche il concetto di nero, così vale per bene e male, maschile e femminile ecc. Passiva è allora la comunicazione che aggira, che evita, che elude; l’esempio classico è chi, trovandosi a provare caldo in una stanza nella quale sono presenti anche altre persone, anziché chiedere di aprire la finestra inizia a sventolarsi ed a sbuffare enfaticamente lasciando alle altre l’interpretazione del suo messaggio e la scelta se soddisfarne o meno il contenuto. Il suo opposto è la comunicazione aggressiva, tipica di chi impone il proprio bisogno senza tener conto di quello altrui; nell’esempio, è aggressiva chi si limita ad aprire la finestra senza interpellare alcuna.

Quali processo mentali ed emotivi sottendono questi comportamenti? Quelli relativi alla consapevolezza di sé, alla considerazione dei propri bisogni come UGUALMENTE LEGITTIMI RISPETTO A QUELLI ALTRUI. Se io penso che i miei bisogni non siano degni, non ce la faccio a dire che ho caldo e che vorrei aprire la finestra. Se, viceversa, considero i miei bisogni prioritari rispetto a quelli altrui, darò per scontato che, avendo caldo, io abbia il diritto di aprire la finestra. E che le altre si arrangino.

Qual è allora la soluzione? Che chi tende al comportamento passivo impari ad adottare quello aggressivo? Quale sarebbe il vantaggio per la società?

Questi due modelli sono naturali: derivano dall’ipotalamo, il dinosauro che alberga in ciascuna di noi, e sono riconducibili alle reazioni istintuali di fronte ad un pericolo. Un animale (ed anche le donne) di fronte ad una minaccia reagisce o con la fuga (della quale fa parte anche l’immobilità) o con l’aggressione.

Esiste invece un terzo modello, semplice da descrivere, difficilissimo da adottare: non naturale, ma culturale. Si tratta dell’assertività. Nell’esempio proposto, è assertiva colei che, con tranquillità, esprime il proprio stato d’animo (ho molto caldo) e propone la propria soluzione (posso aprire la finestra?). Se la risposta che riceve non le permette di soddisfare il proprio bisogno (assolutamente no, io ho freddo!) continuerà a considerare il proprio bisogno a pari grado con quello opposto, cercando quindi una soluzione di reciproca soddisfazione (come possiamo fare? Possiamo forse cambiarci di posto in modo che io sia vicina alla finestra e lei lontana? Ecc.)

L’assertività ha salde fondamenta in una salda autostima. L’autostima si costruisce con l’autodeterminazione. Allora mi pare che riportare tutto ciò alla condizione femminile possa essere molto più costruttivo, molto più rivoluzionario del far propria una violenza q.b. E quanto basta, poi? Come si determina questa magica proporzione? L’evocare “come fanno le cuoche con il sale”, esempio che non mi è piaciuto, presuppone che cosa, un assaggio? Facciamo dei tentativi? Le cuoche esperte saranno pratiche di dosaggi di violenza? Lo insegneranno alle giovani?

La riflessione di Luisa Muraro nasce dalla sollecitazione che riceve dalla vista di una scritta su un muro di Lecce: Dio è violent, appunto, con la vocale finale cancellata. Nel corso del volumetto però, l’autrice perde la seconda parte della scritta: e mi molesta.

Il q.b. di violenza potrebbe evitarci di essere molestate? Ma che cosa, o chi, e perché può molestarmi? È molesto chi ronza, insiste, si appiccica, invade; è molesto quindi, e riporto il concetto alla mia formazione, chi non rispetta il mio spazio vitale, quell’uovo prossemico invisibile ma tangibilissimo, che mi porta, istintivamente, a fare un passo indietro se qualcuno oltrepassa il confine.

E qui mi torna utile l’assertività, non la violenza, pur andando a concordare con Muraro quando parla della necessità che le donne stesse si facciano carico del tema della violenza subita. Mi spiego: quanto sono convinta di possedere quel diritto che solo io posso esercitare sul mio spazio vitale? Quanto invece costantemente, giorno dopo giorno, abdico alla mia sovranità, mi faccio invadere, mi faccio privare di tempi, di spazi, di visibilità, di autorevolezza, di legittimità? Come cambierebbero le cose se noi donne per prime fossimo disponibili a difendere la nostra titolarità, ad esigere un linguaggio di genere, una politica e una rappresentanza di genere, se adottassimo un comportamento a tolleranza zero rispetto agli attacchi della cultura sessista, se smettessimo di ridere alle battute sessiste, se non ci prestassimo, se non ci innamorassimo di maschi maschilisti, se non ci facessimo affascinare dalla promessa di ricevere in regalo pezzettini di quel territorio che era invece già nostro per titolarità?

Ma potremmo fare questa scelta? O la scelta è già condizionata dalla atavica mancanza di autostima che non ci permette neanche di accorgerci di quella sovranità come condizione naturale, e ci mostra invece “naturale” la condizione culturale che ci vuole sempre a servizio, sempre a disposizione?

Mi prendo il lusso di lasciare anche io non conclusa la riflessione, ma con una finestra aperta su un orizzonte futuro fatto di reciproco riconoscimento di diritti e dignità, non di lotta. E di diritti, non ne voglio quanto basta, ma tutti .

Un commento su ““Dio è violent” non mi ha convinto

  1. Lorenzo Gasparrini
    16 gennaio 2013

    Come in molte altre recensioni e opinioni su Muraro, non si parla di mezzo libro: quello nel quale si propone la ricostruzione dell’ordine simbolico. Dal testo:
    “La libera disponibilità delle nostre forze e l’indipendenza simbolica dai mezzi del potere vanno insieme, ed è questo ‘andare insieme’ che ci mostra realisticamente le possibilità che abbiamo di esserci in prima persona in ciò che accade.”
    Mi pare chiaro che Muraro porti avanti un discorso duplice: liberazione della forza E indipendenza simbolica. Cos’è, questa seconda parte – la discussione sull’ordine simbolico – non era abbastanza “assertiva” per Pinnock? Peccato non l’abbia letta con attenzione, perché quella questione è la parte più interessante e propositiva del libro, e fornisce un modello “non naturale, ma culturale”, come poi fa lei.
    Scusate il tono polemico, ma trovo che le letture parziali forniscano opinioni molto parziali.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 gennaio 2013 da in conosciamoci, donne, filosofia, generi, informazione, letture, tessitura con tag , , , , , .

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