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perché una donna sopporta per anni maltrattamenti brutali?

you also are psyche 2008, carolyn pyform 

 -scritto di Annarita Del Vecchio- 

Attraverso il mio lavoro con donne maltrattate mi sono chiesta: In che modo esperienze precoci di violenza, sia come “semplici spettatrici” che come vittime vere e proprie,  influiscono  nella costruzione dell’identità? E conseguentemente nella maniera di relazionarsi all’altro? Come si può spiegare che una  donna possa  sopportare per anni maltrattamenti brutali?

 Mi sono avvicinata alla questione della violenza di genere dopo aver conosciuto  la ASOCIACION PARA EL BIENESTAR Y EL DESARROLLO (associazione per il benessere e lo sviluppo) di Barcelona (Spagna) che tra i vari progetti, da anni oramai, porta avanti con tenacia e determinazione il Progetto Laris rivolto a donne vittime di violenza. Nello specifico la mia proposta e in seguito il mio lavoro  è stato quello di gruppi terapeutici attraverso la tecnica di danzamovimentoterapia.

 Gruppi creati e misurati su donne già  fuori dalla crisi acuta. E che avevano già fatto un percorso terapeutico che le aveva accompagnate nel recupero di quelle che vengono definite le abilità sociali di base  e  stavano imparando a gestire gli strumenti necessari per “sopravvivere”.

Come dicevo spesso io, avevano tamponato la ferita. Non c’era più “sangue”, ma faceva ancora tanto male.

Ed è per questo che insieme abbiamo cercato di costruire un “luogo sufficientemente buono” dove dare spazio e tempo a corpi che conservavano ancora le tracce profonde del dolore (ed ovviamente non mi riferisco solamente a quello fisico).

Insieme abbiamo cercato di dare voce al non-detto. Insieme abbiamo cercato di ascoltare quel dolore per capire da dove venisse. Insieme abbiamo guardato oltre lo schiaffo o la parola mortale. Insieme abbiamo cercato di ricucire i pezzi, per dare un nuovo senso a quella nuova nascita che ad ogni contro “accadeva sempre di più”.

E tutto questo l’abbiamo fatto non solo con le parole ma anche con i nostri corpi. E da ciò che è nata la mia tesi: Mas alla de la palabra (Oltre la parola). E da questa tesi ho estrapolato una riflessione; man mano che veniva fuori mi bruciava dentro. E da qui che voglio partire perché “quando hai visto delle cose, lo sguardo cambia. Ed io non riesco più a voltare la testa da un’altra parte”

Annarita Del Vecchio, dalla tesi “Mas alla de la palabra” (Oltre la parola)

Testimoni e vittime di una violenza antica: la famiglia d’origine.

Uno studio realizzato su donne maltrattate di Loring e Myers[1] ha mostrato che la maggior parte delle vittime di abuso psicologico ed il 65% delle donne vittime di abuso fisico hanno riferito una storia di abuso emotivo nella famiglia di origine.

Una persona con un’infanzia sana e normale, che ha sperimentato forme di vincolo sicuro ha più risorse psicologiche per uscire da una relazione violenta, nel momento che prende coscienza di quello che sta accadendo. Mentre una donna che è stata vittima violenza, negligenza e/o abbandono durante l’infanzia, ha molte più probabilità, nell’età adulta di formare un vincolo di tipo ansioso.

Sono molteplici le teorie che cercano di spiegare questo fenomeno. Ma tra i diversi  fattori, in quest’elaborazione ho deciso di mettere l’accento su una realtà che ho potuto osservare direttamente nel mio lavoro con donne vittime di violenza.

La maggior parte di queste donne con cui ho lavorato, era stata anche una bambina maltrattata.

Sono state testimoni di violenze continue e reiterate. Sono state bambine che hanno dovuto difendersi dall’orrore e dalla disperazione di vedere le proprie madri vittime di colpi, urla, umiliazioni. Sono state  “vittime” dell’incapacità/impossibilità di queste figure materne, di essere una base sicura, di essere quel luogo protetto dove poter costruire la propria identità.

Perché come dice Ferenzci un bambino/a traumatizzato/a non è solamente un bambino/a che ha dovuto vivere qualcosa di molto doloroso ed ingestibile; infatti si può parlare di trauma anche quando fallisce quella che si definisce la funzione materna di reverie[2].

Anche M.Klein sottolinea come una relazione precoce soddisfacente con la madre sarebbe la prima esperienza di “essere compresa”, quindi la perdita o l’assenza irreparabile di questa relazione si vincolerebbero con esperienze depressive che contribuiranno a sviluppare un sentimento di solitudine e quindi la ricerca di un “oggetto esterno” con cui stabilire un vincolo dipendete come difesa di fronte alla solitudine. Quindi quando i maltrattamenti compaiono nell’infanzia, le funzioni parentali non sono garantite affinché ci sia un sano sviluppo psico-fisico.

Winnicott afferma, che durante le prime fasi di sviluppo dell’essere umano, la madre costituisce un dispositivo o scudo protettore, che ha la funzione di filtrare l’impatto degli eventi, reali o fantastmatici che il/la bimbo/a  vive. La funzione principale, è quindi quella di aiutare il/la bimbo/a  nell’elaborazione dell’esperienze che il suo Io instabile ed immaturo  che è ancora  incapace di elaborare in una forma autonoma, e  per questa ragione  bisognoso della madre come Io ausiliare.

Il nodo centrale nella costruzione dell’identità non  vede nella singola mancanza della madre l’effetto traumatico, sennonché è il loro accumulo  durante lo sviluppo. Ed è così che tante volte si creano vere e proprie dissociazioni che vanno a compromettere una sana costruzione dell’identità.

L’esperienza traumatica, scrive Ferenzci, andrà a segnare la strutturazione dell’Io producendo essenzialmente  una “ferita dell’amore e nella fiducia in se stessi” (ferita narcisistica). Ed il/la bambino/a per sopravvivere a questo profondo sentimento di catastrofe (sperimentata per l’impossibilità della mente di comprendere quello che sta succedendo) congelerà, frammenterà la sua vita affettiva  e mentale piena di dolore, di rabbia, di disperazione  e d’impotenza determinando una regressione affettiva ed un ‘incapacità di “stare al mondo” come attori principali della propria esistenza.

Effetti sulla costruzione del Self

Partendo dal presupposto che l’esperienza vissute durante l’infanzia costituiscono un fattore di vitale importanza per una sana costruzione del self , per un sano adattamento alla realtà e per le relazioni che si andranno a stabilire nel tempo,  l’esperienza da parte delle bambine di situazioni di violenza e abuso di potere acquistano un significato cruciale andandosi ad intersecare con altri fattori sostanziali.

Le bambine imparano a definire se stesse ed a comprendere il mondo e come relazionarsi con esso a partire da quello che osservano nell’ambiente più vicino.

Di fatto, la famiglia è considerata come l’ambiente principale dove le bambine osservano e sperimentano quello che man mano costruiscono come propria identità; esso rappresenta il luogo privilegiato dove si strutturano gli schemi di pensiero e di comportamento principali.

Le relazioni familiari e specialmente il modello materno e la relazione tra i genitori, influisce sulla capacità della bambina per autoregolare i propri comportamenti, le proprie emozioni e soprattutto influirà sul significato che andrà ad attribuire alle relazioni interpersonali.

Nel caso della violenza di genero non possiamo non considerare di che forma la costruzione dell’identità femminile (in tutta la sua complessità) soffre la precoce e traumatica esposizione a la violenza familiare.

Attualmente se teniamo in considerazione che per tutti i bambini/e lo sviluppo sarà segnato da questa esperienza primordiale d’attaccamento andando ad influire sul proprio universo emotivo, la specificità di condividere lo stesso sistema sesso/genere, ha un importanza capitale sul processo psichico. In particolar modo la sentenza “sarai madre e ti occuperai della vita e delle relazioni” è quello che C. Gilligan[3] denomina “l’etica della cura” che si rimette alla prospettiva di una morale femminile che priorizza come problema la cura e la responsabilità nelle relazioni.

Ed è così che spesso,  nelle donne la ricerca di vincoli affettivi si trasforma nell’asse principale intorno al quale si organizza la propria femminilità.

Ovviamente in questo, hanno  anche un’influenza fondamentale le norme socio-culturali che impongono tutto ciò che è accettabile e quello che non lo è, prescrivendo come mandato di genere principale la cura della vita, delle relazioni, della dedizione, della capacità di empatia.

Elementi che vanno a condizionare il comportamento in relazione all’oggetto, ed impongono uno stile di accettazione  che ha questa base come presunto “ideale femminile” e di conseguenza l’utilizzo di esso come modello di riferimento per stabilire il valore di sé. Quindi il pericolo più grande sarà la minaccia della perdita d’amore.

La madre come prima figura di attaccamento, fonte d’identificazione, supporto nel processo di  specularità diventa, sia attraverso di condotte pre-verbali sia attraverso messaggi espliciti rispetto ad un modello di femminilità, il primo punto di riferimento  di un “essere donna” che andrà ad influenzare la costruzione dell’identità nella bambina.

Quindi verranno stabilite delle norme su come saranno i suoi abiti, su quali dovranno essere le reazione emotive, su quello che è permesso fare e quello che no, sul pensare, sul dire, legiferando non solamente su ciò che è bene o male, ma anche e soprattutto su quello che “deve essere, per essere donna”.

Come conseguenza, la configurazione psichica e quindi la soggettività della bambina con il suo equilibrio emotivo dipenderanno da questo foco d’attenzione, e come già è stato detto,  la cui minaccia più temuta sarà la perdita dell’amore. Si ri-troveranno  incastrate in relazioni che, le rinforzano narcisisticamente nel sentirsi necessarie, nonostante stiano vivendo situazioni di reale violenza.

Dall’attaccamento originario al vincolo traumatico

La teoria dell’attaccamento offre interessanti considerazioni sul problema della violenza. Per tale ragione dopo aver analizzato in che modo l’esperienza precoce della violenza influisce nella costruzione dell’identità, diventa inevitabile analizzare in che forma queste relazioni precoci influiscono nelle relazioni future.

Se intendiamo come dice Bowlby, l’attaccamento come la propensione degli esseri umani a creare vincoli affettivi forti con gli altri, i quali  si sviluppano precocemente e si mantengono durante tutta la vita, si può dire che  ciascuno di questi vincoli (precoci) andranno a segnare profondamente il modo in cui le persone faranno fronte a tutte le relazioni che verranno dopo.

Questi “modelli rappresentazionali” sono un sistema interno di aspettative e credenze riguardanti se stessi e gli altri, che permettono di  preveder i comportamenti  delle figure d’attaccamento.

Quindi a partire da quanto esposto finora, si può dire chela teoria dell’attaccamento apporta un elemento ulteriore al tentativo di spiegare e comprendere il prolungamento del circolo della violenza e delle difficoltà che le donne vivono per tentare di uscire da una situazione nociva.

Nel caso di donne maltrattate, si potrebbe supporre uno stile d’attaccamento particolare, principalmente l’insicuro o preoccupato. In questo senso, alcuni autori, relazionano questa condotta con uno stile di necessità compulsiva di cura, segnalando chel’identità femminile viene segnata  dalla necessità di una vicinanza emotiva con l’altro, in quanto l’amore di  quest’ultimo rappresenterebbe  un mezzo per ottenere la tanto desiderata e mai realizzata sicurezza. Inoltre l’isolamneto psicologico nella violenza aumenta questo malessere, e la necessità di vicinanza persiste ed incluso aumenta come conseguenza del dolore causatodall’abuso.

Sono donne che non hanno potuto incoprporare esperienze di figure  materne sufficientemente  buone e estabili, sono donne che hanno una visione positiva degli altri e completamente negativa di se stesse. Sono donne che hanno una forte paura del rifiuto con sentimenti di inadeguatezza e  la sensazione di non essere degne d’affetto, di riconoscimento etc etc.

Ed è così che vediamo donne nelle quali, il vincolo traumatico è talmente ancorato nel self che  produce una serie di effetti come la ripetizione compulsiva di vincoli violenti. Infatti, tale elemento emerge chiaramente nel  lavoro clinico dove vediamo un ripetere lo stesso identico schema di relazione con la stessa tipologia di uomo.

Questa realtà viene confermata nella maggior parte degli studi e delle ricerche che fino a oggi sono state sviluppate nell’ambito della violenza.Tale dinamica è stata definita in psicoanalisi coazione a ripetere.

L’idea della coazione a ripetere di Freud, si riferisce alla tendenza delle persone traumatizzate a esporsi compulsivamente, a situazioni che riproducono il trauma originario, in un tentativo di acquistare  potere su di esso.

La re-vittimizzazione ci aiuta a comprendere meglio due aspetti: la difficoltà, delle donne che soffrono abusi, di mettere fine a queste relazioni,e quindi la tendenza a rimanere e/o a tornare con l’uomo violento, e dall’altro lato a cotruire nuove relazioni dove si ritrovano a subire violenze.

Questa è la prospettiva che si è configurata nello sviluppo del mio lavoro. Una prospettiva che ha tentato di analizzare  in che forma i modelli femminili incorporati, determinano stili d’attaccamento che uniti ai meccanismi della violenza esercitata dall’uomo, influiscono nel mantenimento di una relazione violenta.


[1] Un estudio con mujeres maltratadas  de Loring y Myers (1991) y Dpto dr Justica de  Los  Estados Unidos.

[2] Citato da Borgogno, F., (2004), Perché Ferenczi oggi?,  Bollati Boringhieri, Torino.

[3] Gilligan, C., (1977) “In a Different Voice: Women´s Conceptions of Self and of Morality”, Harvard Educational Review , 17, pp. 481-517

2 commenti su “perché una donna sopporta per anni maltrattamenti brutali?

  1. diego
    19 gennaio 2013

    molto interessante

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  2. Rodolfo Genga
    21 gennaio 2013

    Perché spesso non sa che cosa sia l’amore e scambia quello malato per l’unico che possa esistere….. poi, quando comincia a realizzare che le cose stanno diversamente, si vergogna tanto di essere stata così sciocca o così debole che preferisce far finta di non stare a vivere un dramma, perché nel dramma si perde la fiducia in se stesse e si pensa di essere incapaci a vivere e a scegliere da sole….

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