laboratorio donnae

non devo niente

donna_manutenzione– scritto di Claudia Bruno – 

Perché sbatti le cose? Mi chiede spesso il mio compagno quando ho in mano oggetti che hanno a che fare con la cucina e la casa. Che motivo c’è? Mi chiede ancora lui, inserito a pieno titolo nella nuova generazione di uomini casalinghi, non senza periodici risentimenti. Allora io lo guardo senza saper bene cosa rispondere. Poi mi ricordo del video di Martha Rosler, Semyotics of the Kitchen, e sorrido.

Spesso, troppo spesso ancora, capita di sentirsi dire che il femminismo è inutile nel 2013. Soprattutto in un paese “sviluppato”, soprattutto per una donna “giovane”, che è libera di decidere cosa vuole e perseguire i suoi obiettivi senza ostacoli. Perché “il femminismo è una cosa vecchia” e oggi va tutto “anche troppo bene” rispetto a come era prima, e anzi “parli pure, con la fortuna che hai”. Lingua lunga e grilli per la testa, ma che ti sbatti.

Lo confesso, c’è stato un tempo in cui l’ho creduto anch’io.

Voglio svelarvi qual è invece adesso il mio pensiero più segreto. Io penso che se tutto andasse davvero bene, una donna oggi potrebbe per esempio decidere nella dovuta pace di non pensarci proprio a farsi carico del mantenimento della materia contenuta tra quattro mura, e sapere nel suo cuore che per i prossimi cento, duecento, trecento anni, e di più, anche sua figlia, e la figlia di sua figlia, e le figlie dopo potrebbero decidere lo stesso senza incappare in giudizi, pregiudizi o sensi di colpa.

Ecco, lo confesso senza pudore, se fosse per me, le donne dovrebbero stare a pensione completa per i prossimi millenni.  Della manutenzione – un affare gestito per secoli da un sesso solo, in silenzio, digrignando i denti e mordendosi la lingua – dovrebbero occuparsene gli uomini, i maschi, (compagni e mariti, nel caso delle coppie eterosessuali, “angeli del focolare inviati dallo Stato”, nel caso di coppie lesbiche o single). Può far ridere, lo so. Però non è una battuta, e nemmeno una cattiveria. Io questa cosa la penso davvero tutti i giorni e non credo di essere animata da una mostruosa insensibilità, ma solo dalla consapevolezza che sono “una donna”.

Quando dico che “sono una donna”, penso che sono nata molto prima di quando sono nata io, con queste gambe e queste mani. Sulle mie ginocchia grava un peso molto più grande dei miei cinquantasette chili.

Per molto ho pensato alla condivisione tra i sessi della gestione del quotidiano come alla chiave di volta rispetto alla conciliazione che preme tutta su un corpo solo. Sì, mi sono detta tante volte, procediamo verso la soluzione. Ma allora perché ancora la rabbia? Tutti quei nodi irrisolti nel quotidiano? Tutto quel peso sulle ginocchia quando si tratta di fare la mia parte? E infatti stavo tralasciando un tassello importante. Non si può rimediare a un’asimmetria con una cancellazione, sarebbe come mettere una toppa su un buco, la polvere sotto il tappeto.

È che storicamente siamo creditrici. Se non lo teniamo a mente noi, nessun’altro lo farà al posto nostro. Lo scriveva Eva Quistorp, tra i fondatori del Partito dei Verdi in Germania, nel 1985 insieme ad altre a proposito del lavoro gratuito femminile[1]. Lo scrive oggi Christine Vanden Daelen, a proposito del debito pubblico e delle politiche di austerità che colpiscono prima di tutto le donne, vampirizzate dal mercato e da politiche di welfare “a costo zero”[2].

Insomma creditrici lo siamo ancora, ed è un fatto che riguarda il presente, perché una restituzione ancora non c’è stata. Non si è creata per noi la possibilità effettiva di recuperare tutto il tempo perduto, “millenni di assenza dalla storia” – sussurra Carla Lonzi -, resuscitare “la sorella di Shakespeare”, bisbiglia Virginia Woolf. Se ci va bene, di quel tempo cominciamo oggi ad averne una fettina.

Pignola? No. Affezionata alla retorica sulla parità? Nemmeno. E allora cosa? Senso di giustizia, credo si tratti di quello. Per portare al mondo la differenza delle donne c’è molto da recuperare ancora quanto a parole (non) dette e (non) scritte e a progetti rimasti incompiuti “per forza di cose”. Il presente non è che una sottile parentesi se confrontato con l’intera storia dell’umanità.

Troppo spesso dimentichiamo da dove veniamo. Come se fosse possibile ripartire da zero. Come se la frustrazione di una madre, della madre di sua madre e così indietro, non fossero mai esistite, non avessero mai fatto parte di te. Ma in questo modo rimuoviamo un pezzo di storia, un pezzo di quel che siamo, e questo rischia di essere un gesto ottuso, oltre che pericoloso.

Miliardi di gambe forti e polpacci saldi e caviglie gonfie e ginocchia indolenzite e mani ruvide mi hanno preceduta permettendo al mio corpo di stare qui nella sua interezza proprio adesso. Non posso non tenerne conto. Non posso non sentire addosso quelle mani nell’acqua gelata, quelle gambe mai sedute, quei sospiri nel petto, quegli sguardi fuori dal vetro di una finestra come a fissare un punto indefinito nel cielo, mentre le mie dita spostano gli oggetti da un ripiano all’altro, passano un panno su una superficie sporca di vita, mentre le mie gambe sostengono lo scorrere dei giorni. E allora capita che sbatto, e se sbatto, sbatto anche per tutti i viaggi che quelle gambe antiche non hanno fatto e che i loro cuori avrebbero voluto fare, e per tutte le terre che quei piedi non hanno toccato.

Sylvia Plath si è uccisa con la testa nel forno a trent’anni, dopo aver scritto l’ultima poesia, e preparato pane e burro e due tazze di latte per i bambini.

La condivisione del carico tra i sessi è e sarà pratica virtuosa da pretendere, ma è bene sapere che porterà ad un sollievo solo parziale. Forse tenerne conto può fare la differenza nel posizionarsi: sapere ogni giorno che per sistemare i conti ci spetterebbe quantomeno la restituzione di quel che per secoli ci è stato tolto. L’obiezione è che questo forse non accadrà mai. Bene, vorrà dire che fino a quel momento la mia lotta sarà di ricordarmi che non devo niente, che il mio fare è un di più, che il mio non fare non è un di meno.

Certo, significa imboccare un sentiero pieno di spine nella relazione con l’altro sesso – e non solo -, e mi dispiace quando un uomo intelligente ti guarda con occhi sinceri dicendo “non è colpa mia se altri…”. Perché forse ha anche ragione, ma non è questo il punto. Non è mai stata colpa di qualcuno in particolare, non significa che è così che dev’essere.

Il punto. Il punto è la differenza storica di un sesso rispetto all’altro. Elemento inaggirabile, indelebile, che chiama in causa una matassa di vissuti e di esperienze, di situazioni, relazioni, eredità, trasmissioni, emulazioni, introiezioni.

Niente di più lontano da una “questione personale”.

 

Postilla: avevo iniziato a scrivere questo testo giorni fa. Poi l’avevo sospeso dicendomi che forse sono sempre troppo dura quando penso alla manutenzione. Poi ho letto di quella ricerca diffusa dal Sole 24 Ore, che ho malignamente soprattitolato “Se pulisci ti scopo”, e allora mi sono costretta a finirlo e farlo circolare in qualche modo.


[1] Donne nel Partito Verde (FRG), «Donne in Movimento – Germania Occidentale. Situazione e attività attuali, prospettive sulla solidarietà internazionale», 1985, discorso citato in Joan Martinez Alier, Ecologia dei Poveri, Milano: Jaka Book, 2009

[2] Christine Vanden Daelen, Women are the real creditors of the public debt, http://www.viewpointonline.net/women-are-the-real-creditors-of-the-public-debt-christine-vanden-daelen.html

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la foto Hausfrauen-Küchenschürze è di Birgit Jürgenssen

23 commenti su “non devo niente

  1. Valentina Sonzini
    3 febbraio 2013

    Il credito, anche per me, fa una grande differenza. Anche quando devo ammettere, sempre in modo malcelato, che il mio compagno fa quasi quanto me nella manutenzione casalinga, continuo ad avvertire una sorta di disagio. Forse più una rabbia cupa che non giustifico. Come se lui, in un certo senso, dovesse fare un po’ più di me per essere al pari mio.
    Poi c’è la questione, svilente, del memo. Chiamarlo tre volte in un giorno per ricordargli di fare cose alle quali, se devo fare io, neanche penso: mi vengono automatiche. Mi aspetto di farle. le ho già in mano.
    Allora anch’io spesso mi chiedo. ma non è che esagero? Ma non è che metto in ombra le cose che lui fa, per far emergere solo ciò che dimentica o tralascia?
    Mi rispondo sempre che l’impressione continua ad essere quella di una bilancia che pende ancora troppo da una sola parte.
    Claudia con il suo post me l’ha spiegato: è il senso di un credito non ancora totalmente riscosso che pesa sul mio giudizio.

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  2. Nicoletta Nuzzo
    4 febbraio 2013

    Ciao Claudia, ti devo proprio ringraziare per il tuo scritto che ha ridato voce alla mia “chiamata ad essere”, all’urgenza vitale di dare “forma al mio tempo” senza essere annichilita dalla ripetizione del nulla… che poi non è solo nulla se sento ancora addosso “quelle mani nell’acqua gelata”, la presa di quelle mani che mi spingono a “sottrarmi”… vulnerabile ma anche forte nella irriducibilità e fedeltà a me stessa e a tutte le donne cui devo la mia interezza.

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  3. Nicoletta Nuzzo
    4 febbraio 2013

    RADICI

    Ho risparmiato
    sul sonno
    poi sul mangiare
    sul pulire
    sul vivere con gli altri
    sulle possibilità
    per avere abbastanza forza
    da non essere te
    e tradivo così i tuoi bucati per me
    la cura della febbre
    la promessa della nascita
    se vivevo come volevo io ero da un’altra parte
    cioè ti tradivo
    ero quasi tutto
    quasi niente
    non ero più tu
    ma non sono ancora io.

    (Nicoletta Nuzzo da “Grembo”)

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    • Elisa
      18 febbraio 2015

      Bellissima.A me capita di trovarmi improvvisamente annullata e tutto pare normale, dovuto. Chi è dall’altra parte non rinuncia nemmeno ad uno sfizio, non capisce. Allora me ne vado (da ragazzina non capivo, ora so che non è amore) e penso che è colpa mia, che io ho permesso a me stessa di perdermi. Tornare io crescendo è diventato ogni volta più faticoso. Questa volta sto tentando disperatamente ma è dura e mondo non aiuta. Grazie a te Elisa

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  4. Simonetta Spinelli
    5 febbraio 2013

    Claudia, Valentina, Nicoletta… ovvero . quando parla la sensibile lucidità delle donne

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  5. bruclina
    5 febbraio 2013

    “il senso di un credito non ancora totalmente riscosso che pesa sul mio giudizio” grazie valentina, grazie nicoletta. in modi differenti avete trovato le parole giuste e aggiunto senso a quel che avevo in mente. claudia

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  6. Sergio
    6 febbraio 2013

    Siete proprio sicure che le cose siano andate così? Non è forse questa retorica di genere? Tutti ci portiamo il fardello di millenni di sofferenza. Non invidio le mie antenate costrette a fare le casalinghe, ancor meno invidio gli uomini che per una paga da fame lavoravano in condizioni disumane lontani dalla famiglia, gente che magari pochi anni prima era stata mandata al fronte a combattere chissà quale assurda guerra. Se l’antenata che preparava pane e burro ti autorizza a sbattere le cose, a me cosa mi autorizza a fare l’antenato con la silicosi da miniera?

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    • roberta paoletti
      8 febbraio 2013

      forse avrei dovuto rispondere a sergio così… 😛

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      • roberta paoletti
        8 febbraio 2013

        comunque è qui sotto la risposta! scusate.

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  7. roberta
    8 febbraio 2013

    Sergio, il punto è proprio questo. Claudia ha messo in parole quel che della sua storia (di donna) le viene nella sua quotidianità. Quello che viene dalla tua storia, dal tuo essere uomo, o quello che vuoi tu, ce lo devi dire tu. Non si tratta di passare a zero il + 1 e il – 1, ma di capire dov’è che ci posizioniamo. Per esempio tu che parli di uomini con una paga da fame, come ti posizioni rispetto a quello che sta accadendo al mercato del lavoro oggi, che dopo una breve acquisizione di diritti stiamo tornado alle condizioni di prima (naturalmente banalizzo!)? ti viene da sbattere i giornali sul tavolo pensando a te o ai tuoi figli (se ne hai o se ne vorrai)?

    Roberta.

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    • Sergio
      8 febbraio 2013

      Capisco sentirsi più vicini a un tema che a un altro, ma non credo che si vada da nessuna parte con questa identificazione tout court con il proprio genere (o razza, o religione….). O meglio, credo che si prenda una direzione sbagliata…

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  8. laboratorio donnae
    8 febbraio 2013

    Io mi identifico con il mio genere che non è la stessa cosa della razza o di una religione. In ogni razza o religione ci sono uomini e donne. Da quando leggo il mondo con occhi donna, a cominciare dalla materialità della mia vita, ho imparato a stanare il maschilismo. Anche quello dialogante, Pina Nuzzo

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    • Sergio
      9 febbraio 2013

      Sono contento per Pina, che ha visto la Luce e che adesso riesce a stanare il criptomaschilismo (imparate voi altre ingenue dialoganti con il flic-dans-la-tete…). Io mi tengo la mia identità ‘liquida’ e, anche se qualche volta non riuscirò a capire il perché mi girino le palle, spero che riuscirò a guardare ogni essere umano per quello che è e non in base alla prevalenza di testosterone o estrogeni. Dal momento che non ci tengo a trollare mi faccio da parte (non è per ripicca, giuro, ma non chiamatemi più in causa)

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  9. Giulia Morris
    9 febbraio 2013

    FANTASTICA!!!!

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  10. Simonetta Spinelli
    10 febbraio 2013

    “differenti e diversamente suscettibili”…… sto ancora ridendo

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  11. Matteo Fordiani
    12 marzo 2013

    A me onestamente sembra il giusto sfogo di una persona non soddisfatta del suo presente che si trova a ricercare le origini di questo malessere in un’incauta ricostruzione storico-antropologica emotivamente condivisibile ma che a una prima e lieve analisi razionale crolla come il castello di carte che è. Con la mia compagna, ragazza, donna, comecazzolavuoichiamarepernonrisultareoffensivo mi sono trovato nella situazione di desiderare per lei un riconoscimento di determinate doti intellettuali e artistiche, che lei stessa non vuole le vengano riconosciute da un contesto pieno di livore e competizione. Nel momento in cui entrasse in lotta per sé stessa e per il suo valore sociale nella maniera classica e rodata da anni di maschietti e maschilismo non farebbe altro che entrare in un ciclo che per secoli ha logorato in percentuale ineguale uomini e donne di valore privandoli del loro vero potenziale, impiegato a far riconoscere quello stesso potenziale. Fortunatamente proprio del suo esser donna è una bontà e un “godere di tutto” che io a tratti non comprendo ma sempre ammiro, tratto che le permette di ricercare più una vita piena e spirituale (non prendetemi per cattolico, forse meglio rosacrociano) che una qualche forma di rivalsa sociale che la incastrerebbe e basta. Mi spiego meglio: se domani il mondo finisse e io e lei ci trovassimo in uno scenario post-apocalittico in modalità Adamo ed Eva (ritorno alla natura ma con infrastrutture mentali evolute che però non servono a un cazzo se non ad auto-intrattenersi in maniera più “alta”) probabilmente la prima cosa che faremmo sarebbe trovare o costruire un rifugio, poi saccheggiare la biblioteca nazionale per avere un po’ di buon cibo per la mente, qualche negozio di belle arti così ci potremo dedicare a graffitare il nuovo mondo e trovare qualche bello strumento da suonare per celebrare la vita. Giunta la notte e il freddo si cucinerebbe assieme bisticciando su che spezia aggiungere, una suonatina, ipotetica cannetta se si trova tanto l’ordine costituito è a farsi benedire e poi direi ci impegneremmo dalla prima notte per ripopolare (ISTINTO NATURALE CHE GUIDA LA VITA DA QUANDO VOI ERAVATE PROBABILMENTE DISPERSI IN ATOMI SCISSI IN QUALCHE MINERALE O SALAMANDRA O CHI PER LORO). Dopo qualche settimana lei comincia ad esser stanca e non riesce più a sentire l’odore dei colori ad olio senza sboccare, allora il cibo lo dovrei andare a trovare io e mentre sono fuori lei si dedicherebbe a ciò che più le piace magari trovando il tempo di farmi trovare il fuoco acceso quando torno col cervo (sempre che non ci sentiamo così new age da diventare vegetariani ma comunque qualcuno la frutta la deve raccogliere e trasportare). Il concetto è che si considerano ruoli sovra-imposti delle necessità naturali di cui abbiamo perso il significato e se un uomo e una donna ad oggi vogliono veramente vivere come un Uomo e una Donna (non come bestie, ma neanche come un avvocato e un’impiegata, entrambi frustrati, insoddisfatti e drogati di zuccheri raffinati e pasti sovrabbondanti) non resta che armarsi di tanta buona volontà, nozioni di sopravvivenza estrema (a.k.a. naturale) e gambe salde, salvare un paio di asini dal macello, e cominciare a peregrinare in cerca di un lembo di terra vergine dove mettere su casa e famiglia. Questo ve lo dico dal basso dei miei diciassette anni (la mia ragazza ne ha venti), urticato dal sentire argomenti (da entrambe le parti) rappresentativi di un mondo vecchio e morente che nonostante un’incessante iperattività è solo in grado di procurarsi rabbia e noia con qualche soleggiato variabile, tutti volti a dimostrare sé stessi (ehi, guarda che ti vedo già).
    E comunque per restare terra terra, a casa mia cucino io, a casa sua cucina lei, e se possiamo fare felice l’altro lo facciamo con gioia 🙂
    Pace

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  12. domizianogalia
    12 marzo 2013

    La migliore e più onesta risposta che avreste dovuto dare a Sergio sarebbe stata “Hai ragione: ho detto una sciocchezza”.
    Anzitutto pretendere credito per ciò che nel passato gli uomini potrebbero – dico: potrebbero – aver fatto alle donne, sarebbe equivalente a infamare i tedeschi per i prossimi mille anni per colpa del nazismo. Già questo basterebbe a liquidare l’argomento.
    Non bastasse – non basterà – potremmo entrare nel merito dei fatti, se a qualcuno potessero interessare. Ovvero che se la condizione di vita casalinga possa non essere stata idilliaca, è comunque stata meno dura di quella nei campi, nelle miniere. E al fronte: questi sono “Tutti i viaggi che quelle gambe antiche non hanno fatto”, in cui gli uomini si sono potuto invece deliziare.
    Ma senza voler scomodare i secoli addietro dai numeri incerti, oggi, 2013, il maggior numero di morti ammazzati, su lavoro, poveri, detenuti e drogati sono maschi. Curioso, in un mondo così generoso coi maschi e così cattivo con le femmine.

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  13. Zed_X
    2 febbraio 2014

    Non devi niente suona come se stessi cercando di fuggire le responsabilitá della vita quotidiana.
    Se compri una casa la devi mantenere, se vivi con qualcuno la mantenete insieme, se avete bambini, li crescete insieme.
    É vero che non devi piú di ció che é ragionevole, ossia- x:y
    x= responsabilitá y= persone involte che possono essere tenute responsabili.
    Se ti sposi ed hai figli non puoi diri al consorte ed ai bambini che dato che donne che hanno vissuto prima di te sono state costrette a stare in casa ed allevare bambini ora tu sei una creditrice e tuo marito deve fare tutto il lavoro perché é nato maschio e maschi che hanno vissuto prima di lui hanno costretto donne a lavorare.

    Tu non sei una creditrice per merito di essere nata femmina, lo sono le donne che sono state schiavizzate nei riguardi degli uomini che le hanno soppresse.
    Come proprietaria di una casa/appartamento, un qualsiasi adulto ti direbbe che é tua responsabilitá occupartene, se qualcun’altro vive nella casa quella persona dovrebbe compiere la metá dei doveri casalinghi; come madre dovresti occuparti dei tuoi figli ed il padre lo stesso.

    Sono d’accordo che le donne siano ancora al giorno d’oggi confrontate con pregiudizi e discriminazione, ma il passato e la storia non ti rendono una creditrice.
    Schiavizzare la nuova generazione di maschi perché sono maschi non é la risposta, demonizzando la popolazione maschile alieni potenziali alleati dalla tua lotta.
    Si tratta di battersi per diritti EQUI non per godere dello sfruttamento d’individui che come te erano/sono ma hanno sofferto molto di piú, non per far soffrire individui che con gli oppressori hanno solo il sesso.

    Se gli uomini sono sessisti, se cercano di negarti diritti, battiti, ma non opprimerli perché altri uomini hanno oppresso altre donne.

    Spero di aver reso chiaro il mio argomento senza aver arrecato offesa, nel qual caso mi pentirei.
    Grazie per aver letto le mie parole e buona giornata.

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  14. Luisa
    16 febbraio 2015

    il link al video non funziona, lo si può trovare qui https://www.youtube.com/watch?v=Vm5vZaE8Ysc

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Questa voce è stata pubblicata il 3 febbraio 2013 da in donne, femminismo con tag , , , , .

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