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“relazioni sessuali implicanti compenso”

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Periodicamente si torna a parlare di prostituzione, di riaprire “case chiuse” e  quartieri  a luci rosse. E in tempo di crisi  il discorso  torna sulla tassazione  della prostituzione. Ma il mondo è cambiato, anche la prostituzione è cambiata;  la globalizzazione ha messo sotto i nostri occhi la massiccia schiavitù della tratta.

Ho riletto scritti che ho trovato illuminanti, a suo tempo e mi sembra che conservino intatta la loro forza.  In particolare quelli di Paola Tabet, docente di antropologia. Il suo lavoro di etnologa è da anni dedicato all’analisi della costruzione sociale delle differenze tra i sessi, e sull’argomento ha pubblicato saggi in Francia e in Italia. Ha inoltre condotto ricerche in Africa e redatto un rapporto per l’Unesco sul tema della prostituzione.  Pina Nuzzo 

 Il testo che segue è una versione tradotta e rielaborata da Paola Tabet di una sua relazione tenuta a Parigi il 12/6/1985  presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales  al seminario “Anthropologie et Sociologie des sexes”  diretto da N.C. Mathieu.  Pubblico la parte introduttiva e quella conclusiva, il testo completo è in DWF, n.1 Mi piace non mi piace, 1986. Per info: dwf@dwf.it

Paola Tabet

Dal dono alla tariffa: e relazioni sessuali implicanti compenso

Il tema di questo seminario è l’esame delle forme di sessualità basate su compenso. Ma per­ché non dire forme di prostituzione?

1) Perché il termine prostituzione (ciò che banalmente si intende con prostituzione) non coprirebbe tutti i tipi di relazioni sessuali di cui voglio parlare, e 2) perché questo termine è fortemente marcato, fortemente definito, vi si includono una serie specifica di fatti cui si da una connotazione morale negativa, e soprattutto perché si ha l’aria di sapere precisamente, già a priori, di che cosa si parla, qualcosa su cui tutti sarebbero d’accordo come definizione, che tut­ti conoscerebbero “da sempre” (si vedano le solite battute pesanti che la gente, i giornali ecc. non si stancano né vergognano di ripetere, tipo: “il mestiere più vecchio del mondo”). Tutti insomma “sanno bene” quali sono i contenuti e le caratteristiche di questo fenomeno. In particolare nelle nostre società occidentali questo termine indica l’occupazione e il tipo di vita, lo statuto, (lo “stato”) di una categoria di donne – le prostitute – come separate, distinte totalmente dalle altre donne: dunque le donne oneste, le presenti e future madri-spose da un lato e dall’altro le puttane “quelle che si vendono per denaro”. Una scissione assai forte, quasi ci fosse una differenza di essenza tra i due gruppi.

La separazione è così segnata ideologicamente, così pesante dal punto di vista della morale comune che ci si immagina che nessuna donna, a meno che non vi sia costretta a forza, potrebbe trovarsi nel gruppo delle prostitute. La prostituzione sarebbe dunque una forma di schiavitù, in senso proprio e non metaforico, delle donne [Barry-1979: Walkowitz 1980 e 1984; DuBois & Gordon 1984].

Questa concezione della prostituzione è stata sottoposta a critica e dimostrata non valida per alcune delle forme presenti in Europa nel secolo scorso, dal lavoro di Judith Walkowitz. Que­sta, studiando l’Inghilterra dell’Ottocento, ha mostrato come negli strati popolari la separazione così netta tra prostitute e donne per bene, cioè la formazione di una categoria di donne che diviene addirittura un gruppo di paria, “an outcast group”, è il prodotto di specifici interventi e misure politico-legislative.

In particolare attraverso le leggi sulla repressione delle malattie veneree, donne che per periodi determinati della loro esistenza, decidevano di vendere – fuori del matrimonio -servizi sessuali, le donne cioè delle classi più povere che passavano periodi relativamente brevi, due o tre anni della loro vita, prostituendosi, venivano individuate, schedate e marcate. Si produceva così una separazione di queste donne rispetto alla loro classe di origine e al loro ambiente e ciò facilitava il passaggio a rapporti e situazioni in cui la vendita di servizi sessuali che fino ad allora era stata un’attività in prevalenza gestita individualmente dalle donne, diventava invece oggetto di controllo e sfruttamento maschile. Le leggi, nonostante le lotte che culminano nella loro abrogazione, hanno un effetto chiaro e immediato: l’età media delle donne individuate come prostitute aumenta considerevolmente nei due decenni successivi alla loro entrata in vigore; in particolare si raddoppia o addirittura si triplica il numero di prostitute sopra i trenta anni.

La normativa antivenerea e gli interventi repressivi connessi hanno radicalizzato la situazione. Le donne entrate in questa occupazione hanno ormai gravissime difficoltà ad uscirne: la prostituzione da lavoro momentaneo diventa una condizione, le donne che la esercitano una categoria rigida, fissa, ghettizzata. In questo seminario vorrei presentare e discutere i primi risultati di un lavoro iniziato circa tre anni fa. Si è trattato in primo luogo di lavorare, attraverso lo spoglio della documentazione etnoantropologica e anche di parte di quella storica disponibile, alla definizione dell’oggetto, di individuare il campo stesso della ricerca.

 Non la prostituzione dunque, ma le relazioni sessuali tra uomo e donna che implicano una transazione economica.

Caratteristica comune delle forme prese in esame è che la direzione dello scambio è definita e fissa: da parte femminile è dato un servizio o prestazione, variabile in natura e durata, comprendente l’uso sessuale; da parte maschile è dato un compenso o retribuzione di varia entità e natura e comunque collegato all’uso sessuale possibile della donna, alla sua accessibilità sessuale. Da questa delimitazione del campo di indagine restano escluse dunque sia le relazioni omosessuali che si definiscano o meno come prostituzione, sia relazioni sessuali tra uomo e donna in cui la transazione economica non sia nella direzione indicata (casi tipo “un uomo da marciapiede” ecc.) benché il loro uso a fini comparativi possa a tratti essere utile.

Il percorso che seguirò nel seminario partirà dal mostrare in primo luogo che vi è un continuum nelle forme di relazione sessuale tra uomo e donna, implicanti uno scambio sessuo-economico. Invece di una dicotomia netta, postulata da alcune società, tra matrimonio e rapporti amorosi da un lato e prostituzione dall’altro, sarà perciò esplorata la variazione degli elementi comuni alle diverse relazioni. In particolare cercherò di mostrare come il continuum riguardi: 1) le persone; 2) le modalità della relazione; 3) l’aspetto economico della relazione. Attraverso l’analisi delle varie forme di scambio della sessualità sarà possibile porre in discussione le rappresentazioni comuni di prostituta e prostituzione e i tratti particolari che si ritiene definiscano la relazione di prostituzione rispetto ad altre forme di relazioni sessuali.

Ma dire continuum delle forme di relazioni sessuali significa che non vi siano fratture? Che non è possibile stabilire delle linee di demarcazione tra i vari tipi di rapporti? O che si tratta piuttosto di operare uno spostamento o una dissoluzione dell’attuale concetto di prostituzione, dimostratosi inservibile ed ideologicamente tarato? È quello che discuterò come secondo punto dei seminario. Un’avvertenza: prenderò in considerazione situazioni ed esempi della storia delle società europee e occidentali in genere e, in misura più ampia, materiali delle società etnologiche. Questo rilievo dato alle società etnologiche deriva 1) dall’essere l’etnologia il mio terreno di studio specifico e 2) dalla necessità per un’indagine comparativa e in specie per una ricerca che come la mia si propone di costruire una tipologia delle relazioni sessuo-economiche tra uomo e donna, di avere la più ampia serie di forme di rapporti e di contesti in cui questi si inseriscono. Ciò non significa affatto invece che i fenomeni presi in esame e di cui darò gli esempi più disparati per illustrare le variazioni possibili di un elemento o dell’altro, non riguardino le nostre società e direttamente noi oggi.

[…]

Riepiloghiamo la situazione. Da un lato sono classificate nella categoria “puttane” «prostitute» donne i cui comportamenti mostrano tratti eterogenei e in particolare dagli esempi dati abbiamo visto che un comportamento può essere definito prostituzione o una donna puttana anche quando manchi uno o persino ambedue gli elementi comunemente considerati fondamentali per la definizione di prostituzione, la retribuzione del rapporto o servizio sessuale e la “promiscuità”. Questi tratti non sono quindi la condizione necessaria di tale definizione. Dall’altro lato sono classificate diversamente, alcune come prostituzione ed altre no,  relazioni che contengono questi due tratti “base”. O per dirla in termini correnti: una donna può avere molte relazioni remunerate e non essere definita puttana (caso trobriandese), e può non avere una molteplicità di rapporti e non essere remunerata, ma averne uno solo non pagato ed essere considerata puttana o “promiscua” (caso Irigwe o caso ebraico citato).

Siamo allora di fronte a definizioni legate a fatti di costume in sé arbitrari come voleva Malinowski, a bizzarrie o variazioni culturali delle diverse società, o possiamo ravvisare in questa varietà di definizioni una logica di fondo? Possiamo trovare a un livello diverso da quello costituito dai vari tratti manifesti una qualche unità nei fenomeni esaminati? Io penso che vi siano una logica e una coerenza soggiacenti a questa varietà e incoerenza apparente. Ciò che sembra unire situazioni così differenti a giustificare la loro denominazione con gli stessi termini (ossia il farne una categoria) non sono né la remunerazione data alla donna per il servizio sessuale, per diffusa che essa sia, né la promiscuità, ma piuttosto l’uso della sessualità delle donne al di fuori o contro le strutture di scambio delle donne.

Quest’uso della sessualità è dunque un uso “non corretto” e può essere a) l’uso da parte della donna della sua propria sessualità, “non corretto” e (o “abuso”) in quanto in contrasto con le regole di scambio: la donna che non è di se stessa ma oggetto di scambio tra gruppi di uomini utilizza se stessa, si pone come soggetto. Che quest’uso comprenda o no una remunerazione è un dato importante per definire altri aspetti della relazione ma non importa qui. Vi può essere b) il caso di uso “non corretto” delle donne contro le regole di scambio e circolazione matrimoniale in cui non entri affatto la scelta o decisione della donna; si può trattare di una utilizzazione totale imposta dal solo interesse di un gruppo maschile, di una donna catturata, resa schiava, prostituita: ciò rappresenta, in rapporto al sistema della parentela, al sistema di scambio delle donne e reciprocità tra uomini, una rottura del circuito di reciprocità.

Nei due casi, sia per propria scelta o per costrizione eco­nomica o per imposizione violenta una donna è sottratta allo scambio (che ciò permanga o sia un dato momentaneo interesserà poi per costruire una tipologia di questi rapporti). Nei due casi dunque il dato comune è l’uscita dal circuito di reciprocità tra uomini.

La categoria prostituta o puttana, prostituzio­ne, non è qualcosa che si possa distinguere e definire per un proprio contenuto concreto o per tratti specifici, ma è una categoria definita da una relazione: questa categoria è una funzione del­le regole di proprietà sulla persona delle donne nel­le differenti società. Di queste regole essa è più pre­cisamente la trasgressione, la rottura. E si presen­ta come scandalo proprio perché si tratta delle grandi regole, delle regole fondamentali su cui si basa la famiglia, la riproduzione, le regole della circolazione delle donne tra gruppi di uo­mini come oggetti di scambio, in breve dello scambio delle donne. Fa scandalo perché sia­mo di fronte ai grandi pilastri dei rapporti so­ciali tra i sessi. La trasgressione è perciò sottoli­neata dal carattere di orrore, di tabù, che tocca così frequentemente questo ordine di fenome­ni.

Questa è dunque l’unità soggiacente alle defi­nizioni dal contenuto in apparenza così dispa­rato, l’unità ideologica che ne fa ad ogni passo un discorso sul e del potere maschile per diver­so che questo potere sia nelle sue espressioni e forme nelle varie società.

E ci spiega perché certe forme di relazione su compenso non sia­no affatto trasgressive – quelle trobriandesi ad esempio o quelle delle iniziazioni come lo tsa-rance – giacché esse si trovano sull’asse stesso della organizzazione sociale del matrimonio in tali società, e trasgressive (i. e. puttane) invece sono, come nel caso trobriandese visto, quel­le donne che assumono più iniziativa o gestione della loro sessualità di quanto il sistema così “libero” voglia concedere. L’unità così definita comprende insieme forme in cui le donne si pongono o cercano di porsi in qualche misura come soggetti e altre in cui il  loro stato di oggetto è prevalente. Comprende dunque – per ragioni espositive ne faccio dei tipi assoluti, ma abbiamo visto che considerando le cose da altre angolazioni si possono stabi­lire delle serie di variazioni graduali da un tipo all’altro – quattro grandi categorie:

1. le donne che trasgrediscono le regole e usano direttamente il loro corpo come strumento di lavoro in un rapporto al limite non di sessualità ma di servizio sessuale chiaramente definito (i.e.. le prostitute nel senso ristretto del ter­mine).

2. le donne che usano la propria sessualità an­che senza remunerazione ma fuori dalle regole della circolazione matrimoniale stabilite dalla propria società.

3. le donne di cui viene fatto uso con la violenza (più o meno aperta e materiale ma vi andrebbero incluse anche forme di ricatto, estorsione o costrizione psichica), ma fuori ancora una volta dalle regole di scambio matrimoniale: è il ca­so della violenza sessuale individuale o di gruppo, violenza che le varie società tendono quasi sempre a distinguere – pur costruendole uno spazio di esercizio – dallo stupro “rituale”, quello delle iniziazioni ad esempio, o da quello matrimoniale “legittimo”, presente nelle cerimonie nuziali di tante popolazioni. Non è lo stupro individuale o anche collettivo infatti che è visto come irregolare né tantomeno la reificazione della donna, ma il suo contesto “fuori regola”.

4. le forme di schiavitù sessuale, di prostituzione coatta dove viene fatto uso improprio delle donne ancora una volta rispetto alle regole della circolazione delle donne e dello scambio reciproco tra gruppi di uomini. Non è dunque definito prostituzione il servizio sessuale a molteplici partners imposto alla moglie hima dal marito. Queste forme coatte si distinguono da quelle viste prima (punto 1) in cui le donne entrano in transazioni economiche che implicano l’uso del loro sesso o meglio in genere il loro servizio sessuale a) per la loro durata indefinita: la donna non ha in genere facoltà di uscirne, può essere messa anzi nella impossibilità di lasciare la prostituzione (regole dei bordelli, minacce o punizioni fisiche ecc.); b) perché la donna non è una delle parti dello scambio ma uno strumento scambiato e offerto per il profitto, economico, politico o simbolico poco importa, di altri da lei [una documentazione contemporanea recente in Barry, Bunch e Castley 1984]. Questa relazione, per quanto per i punti a) b) si possa avvicinare al matrimonio o a molte sue forme, ne differisce tra l’altro per un aspetto importante. La donna essendo stata sottratta alla legge di scambio matrimoniale tra gruppi non ha neppure quell’appoggio né quella tutela da parte della sua parentela che è presente in qualche modo nel rapporto matrimoniale. Questa forma appartiene a un sistema di rapporti sociali e di sfruttamento diverso da quello dei rapporti di parentela e matrimonio e fa invece parte dei sistemi di proprietà e utilizzazione degli esseri umani che sono definiti come schiavitù.

Ancora una volta l’elemento pertinente della definizione o classificazione non è il servizio reso, il lavoro fatto o la parte del corpo usata, ma la relazione sociale di cui la prestazione fa parte.

Da questa ridefinizione dunque comincia il lavoro vero e proprio di distinzione e di analisi dei tipi di relazioni sessuali implicanti compenso e la loro ricontestualizzazione nelle strutture sociali di cui fanno parte. La definizione proposta è tuttavia troppo larga, giacché comprende anche altre forme di trasgressione e di rottura delle regole sociali di proprietà della persona delle donne che non rientrano direttamente e specificatamente nel campo di indagine che ho scelto. Come trasgressioni più o meno gravi anche esse subiscono vari gradi di ostracismo sociale, dallo scherno all’orrore.

Tale è la rottura “ad uso interno”, patriarcale, della reciprocità dello scambio, l’incesto [Lévi-Strauss 1967], fatto così frequentemente unito nelle nostre società alle storie di prostituzione [Buttafuoco 1985] e fenomeno tanto diffuso quanto occultato. Per certi aspetti è da unire alle forme viste sopra (punto 3).

Tale è il nubilato, dove una donna resta fuori dell’uso sessuale e della circolazione matrimoniale, con le forme di scherno o ridicolo che spesso la colpiscono.

Tale infine è il lesbismo, duplice trasgressione in cui non una ma due (o più) donne insieme escono dal circuito di scambio delle donne tra uomini, circuito di alienazione della nostra sessualità.

La Banalità dello scambio. Intervista a Paola Tabet di Mathieu Trachman

immagine di Mary Beth Edelson

5 commenti su ““relazioni sessuali implicanti compenso”

  1. paola m
    10 febbraio 2013

    Molto interessante, ma il concetto di “trasgressione” non mi torna proprio: in qualsiasi degli esempi funzionali/relazionali portati, definiti come prostituta/prostituzione, la posizione della donne è quella di un ruolo che per essere, e per essere funzionale allo scopo richiesto, deve essere messo ai margini, espulso dai contesti perbene, stigmatizzato: insomma un ruolo che per esistere deve assumere per necessità quella posizione di reietta, senza la quale non si potrebbe dare la sua funzionalità. Piuttsto che trasgressione, ci vedo una perfetta “organicità a”.

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  2. ELENA LAURENZI
    11 febbraio 2013

    Grazie per aver ichiamato all’attenzione gli studi lucidissimi di Paola Tabet. Vi segnalo una bella intervista: http://www.universitadelledonne.it/tabet.htm

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  3. laboratorio donnae
    11 febbraio 2013

    Ciao Elena, ripetere giova. Nel post c’è il link all’intervista che segnali. Invito anche io alla lettura. Pina

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  4. Donatella Donati
    24 marzo 2013

    Grazie per questo studio. Sono su F. da poco e sono felicemente sorpresa di trovarci un’analisi così ampia e articolata. La condivido volentieri.

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  5. mundijenn
    26 aprile 2013

    Reblogueó esto en mundijenny comentado:
    prostituzione…matrimonio…più di 20 anni fa e ancora attuale…

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Questa voce è stata pubblicata il 10 febbraio 2013 da in donne, generi, prostituzione con tag , , , , .

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