laboratorio donnae

la questione dell’omogenitorialità

sylvie-bonnot-03

di Pina Nuzzo

Dichiarsi a favore o contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso è diventato indice di modernità.  Penso sia  opinione  diffusa nel paese il diritto degli omosessuali a regolare, in una convivenza,  questioni relative al patrimonio, all’eredità,  a decisioni sulla salute. Personalmente  sarei per estendere questi diritti a tutte le forme di convivenza  liberamente scelte senza dover ricorrere necessariamente, in alcuni casi,  a  matrimoni di comodo, anche tra uomini e donne.

Il problema – simbolico e legislativo – sono invece i figli. Figli generati grazie ad un utero in affitto, ad una madre portatrice. Figli avuti grazie all’inseminazione.

Come  “procurarsi” un figlio è diverso nelle coppie  gay di maschi rispetto alle lesbiche. Una donna , lesbica o no, ha un corpo riproduttivo al quale è necessario solo il seme per rimanere incinta. Il seme, da che mondo è mondo, si procura in tanti modi e la madre è sempre certa.  Diversa è la questione per  i maschi; devono procurarsi un corpo, un contenitore.

Questo è il punto da cui  parto per la mia riflessione: mi chiedo qual è il prezzo – reale e simbolico –  che pagano le donne  a questa “modernità” ?  Non posso pensare che donne  –  “liberamente” – scelgano di fare un figlio per “donarlo”.  Vorrei domandare ai gay se è  irrilevante che per coronare il loro sogno d’amore  è necessario  il corpo e il sacrificio di una donna, anche se ben pagati.

Altro discorso l’adozione. In questo senso qualunque relazione stabile, anche omosessuale – con i requisiti previsti dalla legge per qualunque coppia – è una risorsa. Semmai il problema nel nostro paese è favorire  l’incontro tra possibili genitori  con bambini adottandi.

In Francia, come Italia, ma anche in tutta Europa  si discute di questo e molto. Io vorrei farlo con voi come ho già scritto tempo fa: nel merito e senza pregiudizi.

Condivido un articolo di Sylviane Agacinski, pubblicato su Le Monde il 12/10/ 2009, tradotto da Laboratorio Donnae

Il termine “genitorialità gay” non indica il fatto che una persona omosessuale abbia figli. Gli omosessuali hanno sempre avuto figli con una persona dell’altro sesso senza avere la necessità di definire se stessi come “omogenitori”.

La parola “genitorialità” è stata coniata per fondare il principio di una coppia  genitoriale omosessuale e promuovere la possibilità giuridica di dare a un figlio “due genitori dello stesso sesso”. Ora è appunto l’istituzione di una coppia genitoriale  omosessuale che fa problema, nella misura in cui abolirebbe la distinzione uomo/donna a favore della distinzione tra omosessuali ed eterosessuali. Questa distinzione sarebbe rilevante in questo caso?

Sembra che non ci si voglia rendere conto che la rivendicazione del “matrimonio omosessuale” o dell’”omogenitorialità” ha potuto essere formulata solo a partire dalla costruzione o dalla finzione di soggetti giuridici che non sono mai esistiti: gli “eterosessuali”.*  Trattando come un dato reale questa illusoria  classe di soggetti  si è potuta porre la questione dell’eguaglianza di diritti tra “omosessuali ed eterosessuali” .

Eppure si tratta di una finzione, perché non  la sessualità degli individui ha mai fondato il matrimonio né la discendenza, ma in primo luogo il sesso, cioè la distinzione antropologica tra uomini e donne.

In una cultura come la nostra, erede del diritto romano, il matrimonio è sempre stato l’unione legale di un uomo con una donna, che è la madre dei suoi figli. La parola “matrimoniale” conserva traccia del matrimonio latino, il matrimonium, che ha lo scopo di rendere una donna madre (mater). Se noi siamo fortunatamente molto lontani dal diritto romano e dalla diseguaglianza dei sessi che esso istituiva, il matrimonio però si fonda tuttora sull’unione dei due sessi in ragione della loro complementarità nella generazione.

E’ molto difficile separare la questione del matrimonio “omosessuale” da quella della “genitorialità gay”, perché nessuno può ignorare che un “matrimonio omosessuale” istituirebbe  simbolicamente come coppia parentale due persone dello stesso sesso e metterebbe in questione  la filiazione bilaterale dei figli ( lato materno e lato paterno).

Si invoca generalmente il culturalismo integrale  per affermare che il diritto civile e in particolare l’istituzione del matrimonio e della filiazione sono semplici costruzioni estranee rispetto alla sessuazione e alla generazione. Ma non è così, perché il legame di filiazione che unisce un figlio ai suoi genitori è universalmente considerato bilaterale e questa bilateralità sarebbe incomprensibile se non fosse direttamente fondata sulla generazione sessuata.  E’ certamente la coppia complementare e asimmetrica maschio-femmina che fornisce il modello per la distinzione dei lati paterno e materno della filiazione.

Che ci siano due lati non significa, naturalmente, che i genitori legali siano sempre  gli stessi genitori o parenti naturali. Si sa che la parentela di legge non coincide necessariamente con la generazione  detta biologica . Ma in generale si è cercato di far coincidere le due cose: la fedeltà delle spose è sempre stata pretesa perché i padri fossero, per quanto è possibile, i genitori.

Non dimentichiamo poi che l’ordine legale non cancella ogni legame “biologico”: l’incesto rimane tabù fra genitori e figli naturali e la responsabilità morale dei genitori, quando siano conosciuti, non può semplicemente essere cancellata dalla parentela legale.

Insomma è impossibile non vedere l’analogia tra la disimmetria sessuale che presiede alla generazione e i due lati, maschile e femminile, dell’ascendenza di un individuo.

Non c’è alcuna confusione tra la natura e il sociale, ma c’è analogia, vale a dire identità di struttura tra la coppia dei genitori, sessuata, e la filiazione bilaterale. L’alterità sessuale fornisce il modello formale alla bilateralità dei genitori (ed è per questo, e soltanto per questo, che essi sono due, e non tre o quattro). In sintesi, se l’ordine umano, sociale e simbolico, dà agli individui una filiazione duplice, maschile e femminile, non è in ragione dei sentimenti che possono nutrire fra loro i genitori, in ragione dei desideri che li animano o del piacere che si danno, ma in ragione della condizione sessuata dell’esistenza umana e dell’eterogeneità di ogni generazione di cui fino ad ora la cultura ha voluto custodire il modello.

Si tratta dunque di sapere se l’istituto del matrimonio e della filiazione deve continuare ad iscriversi nell’ordine di una umanità in se stessa sessuata, oppure se si vuole infrangere questo modello nel quale si articolano la filiazione, la differenza dei sessi e quella delle generazioni. Aggiungiamo poi che, inevitabilmente, il riconoscimento del matrimonio fra due persone dello stesso sesso aprirebbe loro il diritto all’adozione congiunta e anche alla procreazione assistita. In questo caso, la società sarebbe indotta ad autorizzare, cioè a prendere in carico, le procreazioni medicalmente assistite (PMA) per coppie di donne (inseminazione con donatore), ma anche per le coppie di uomini, e allora in nome precisamente dell’uguaglianza finirebbe per imporsi la legalizzazione delle “madri portatrici”.

Tuttavia è coerente con l’uguaglianza dei diritti fra gli individui il riconoscere a ciascuno il diritto di adottare, senza discriminazioni di sesso né di sessualità. Così, se la persona adottante, a titolo individuale vive con un altro uomo o un’altra donna, l’interesse del figlio è che questa persona possa avere con lui un legame giuridico (che il figlio abbia o no, comunque, un secondo genitore dell’altro sesso).

La figura di patrigno, o di matrigna, con relativi diritti e doveri, potrebbe fornire il modello di una relazione familiare nuova, paragonabile a quelle di una famiglia ricomposta, senza che un padre e il suo compagno, o una madre e la sua compagna, siano confusi con una coppia genitoriale.

Sylviane Agacinski, filosofa, è professore aggregato a l’Ecole des Hautes Etudes  in scienze sociali.

http://www.lemonde.fr/idees/article/2007/06/21/l-homoparentalite-en-question-par-sylviane-agacinski_926550_3232.html

* grassetto di Laboratorio Donnae

PDF  ARTICOLO TRADOTTO

immagine di  Sylvie Bonnot

4 commenti su “la questione dell’omogenitorialità

  1. paolam
    15 febbraio 2013

    Grazie Pina, ricordo che abbiamo già parlato, sia pure a margine, di questo tema. Però la soluzione proposta come può modellarsi sull’istituto dell’adozione? Nell’adozione la coppia adottante diventa coppia genitoriale a tutti gli effetti, e non patrigna o matrigna :/ . Per me il problema rimane l’inaccettabilità dell'”utero in affitto” a prescindere dal sesso di appartenenza di chi lo affitta, e cioè indipendentemente dal fatto che la persona che affitta per la riproduzione l’utero di una donna sia una coppia omosessuale maschile oppure una coppia eterosessuale.

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  2. Laura De Micheli
    15 febbraio 2013

    Io (antipatica, me ne rendo conto) solo per ricordare che si dice matrimonio fra persone dello stesso sesso e non fra omosessuali. Le persone omosessuali possono gia’ sposarsi fra loro, io posso sposare un gay e questo puo’ sposare una lesbica, nulla ce lo vieta…

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  3. enza miceli
    16 febbraio 2013

    Cara Pina,
    ti ringrazio per avere scritto questo post e per la traduzione dell’articolo di Sylviane Agacinski.
    Ho sempre sostenuto l’importanza di una legge a favore dei diritti delle coppie, di qualsiasi orientamento sessuale. Onestamente devo confessare che il mio pensiero si era fermato a questo.
    Non mi era proprio venuta in mente la questione che sollevi, adesso mi rendo conto di quanto sia fondamentale e di quanto silenzio voluto c’è attorno.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 febbraio 2013 da in informazione, maternità, omosessualità con tag , , .

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