laboratorio donnae

ladri di genere

facetas__by_Mariana_Palovascritto di Valentina Sonzini-

Venerdì 23 marzo, Usciamo dal Silenzio e Spa (Società per azioni politiche di donne), due associazioni femministe di Genova, hanno organizzato a Genova una serata dedicata al commento e alla lettura del testo di Luisa Muraro Dio è violent.

In tale occasione, ho avuto modo di valutare nuovamente l’importanza di una pratica – quella della narrazione a partire da sé – che trovo sempre più calzante nell’affrontare temi e questioni che riguardano i sentimenti più profondi, l’espressione più radicale dell’io. La serata era infatti gestita dalle donne delle due associazioni che, nel corso di due ore partecipate, hanno presentato e narrato il volumetto della Muraro restituendo alle intervenute quella parte di personale che il libro aveva contribuito a far emergere.

L’Autrice non era presente e nessuna in particolare faceva le sue veci: ognuna era lì per parlare dello scritto coinvolgendo le altre in un racconto personale che alla fine si è trasformato in una richiesta corale di approfondire alcuni punti, questa volta con l’integrazione della lettura di Sensibili guerriere curato da Federica Giardini.

Ancora una volta il ritrovarsi fra donne mi ha confermato l’importanza del racconto che restituisce rielaborando. Mi ha garantito che finché le donne si troveranno “per parlare”, un seme di novità della loro rielaborazione personale germinerà per divenire il politico necessario e indispensabile per la crescita sociale.

Nelle riflessioni scaturite fra noi il contraddittorio è sorto quando Martina, poco meno che trentenne, ha asserito di non vedere più fra i giovani la necessità di un distinguo di genere, poiché le problematiche che affliggono donne e uomini, oggi, sono in gran parte simili. Nelle parole di Martina ho ritrovato un pensiero che ho sentito e fatto mio. Che davo per certo. Ma che l’altra sera, nello spazio di un istante, si è manifestato in tutta la sua ambigua pericolosità.

Quando assumono un uomo al posto tuo, non è così come dice Martina. Quando ti trovi praticamente costretta a restare a casa dopo aver partorito il secondo figlio, non è così come dice Martina. Quando ti senti inadeguata a rivestire determinate cariche perché lo stereotipo ti inchioda ad un modello in cui non ti riconosci, non è come dice Martina. Quando il patriarcato e il capitalismo modellato sul maschile ti fanno credere di essere uguale e identica alle altre migliaia di giovani in cerca di lavoro, precarizzati, obbligati a percorsi di vita accidentati e iniqui, non è come dice Martina.

L’omologazione verso il basso a cui ci costringe la crisi dei potenti e dei ricchi annulla la nostra capacità di autodeterminazione e di ribadire noi stesse a partire dal genere. Ancora una volta anteponiamo alla nostra libertà il bisogno dei molti e la necessità di un sociale indifferenziato che ci chiama a fare la nostra parte, giusto finché non ce n’è più bisogno. Non credo in un maschile riconoscente. Credo in uomini riconoscenti, ma non in un maschile che arraffa indiscriminatamente senza porsi le domande a cui la narrazione dal basso ci ha costrette a rispondere da sempre.

Per questo non è come dice Martina. Per questo, soprattutto ora, c’è bisogno di ribadire il proprio sé al femminile per marcare la cifra della differenza. Nessuna di noi rappresenta le altre, né, men che meno, gli uomini che vivono in questi giorni le umiliazioni e le segregazioni che noi spartiamo quotidianamente con le altre. La coscienza di classe è cosa altra dall’appartenenza di genere, e non può essere confusa.

Genova, 27 marzo 2013 

immagine di Mariana Palova, “facetas”

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