laboratorio donnae

faccenda “contro versa” e imprevista

– scritto di Pina Nuzzo –g1-contro-versa-cover-1

Le dieci autrici di contro versa, genealogie impreviste di nate negli anni ’70 e dintorni hanno conosciuto il femminismo, lo hanno respirato fin da piccole grazie alle madri; grazie all’incontro con le protagoniste, in situazioni e in ambiti diversi. Ricordano bene quel particolare momento che ha lasciato un segno nella loro vita. Negli scritti ne danno conto, dettagliatamente e con maestria.

Leggendo ho avuto modo di constatare che quasi tutte convergono verso un desiderio di autoaffermazione. Il fatto che, praticamente tutte, abbiano alle spalle esperienza della politica, accentua il bisogno di farla in forme più congeniali, più vicine alla materialità della loro vita. A volte è una politica separata, a volte no, ma con gli uomini condividono almeno la precarietà del lavoro, quindi, in alcune occasioni, sembra loro “naturale” fare delle battaglie insieme. A nessuna però sfugge – lo scrivono – il senso della differenza tra i generi e il peso conseguente nelle azioni politiche. Si dicono in grado di gestirle.

Emerge dalle narrazioni una determinazione, sempre più diffusa, tra donne venute dopo il femminismo degli anni settanta e ottanta: sono pronte a diventare visibili e riconoscibili ad altre donne. E agli uomini. In questo c’è ambizione, voglia di mettersi alla prova e, quasi certamente, l’assunzione di nuove responsabilità

La lettura di contro versa mi ha preso.

Il libro si divide in tre sezioni: Pensarsi donne tra privato e pubblico; Un nuovo corso di relazioni politiche; L’incontro tra scrittura arte e femminismo.

La prima comprende gli scritti di Doriana Righini, di Denise Celentano e di Giovanna Vingelli e si situano in un luogo fisico, la Calabria; sfondo di rapporti pubblici e privati – di donne e di uomini –  dentro un patriarcato che assume forme estreme.

Apre Doriana Righini con l’intervista a  Marisa, sorella di Lea Garofalo, zia di Denise. Doriana raccoglie e restituisce – con scrittura partecipe e misurata – le contraddizioni e le ambiguità  di donne considerate oggetti di scambio dalle “famiglie”. Fatto che inevitabilmente ricade in modo pesante sui rapporti tra donne. Inquinandoli.

“ Sarà una storia di resistenza –  avverte Doriana – Lea era una ribelle. Pensando bene di punirla e magari di riuscire a “correggerla”, Santina, la madre di Lea, non le fece proseguire le scuole superiori. «La tolse dalla scuola. Che razza di punizione poteva mai essere questa?» si chiede ancora Marisa.”

Ribellarsi, rompere la catena, non è senza prezzo, può costare la vita, come insegna questa terribile storia. Ma la storia di Lea, che pure conosco come tutti dai giornali, per me oggi ha le parole di sua sorella Marisa. “Lea è viva. Le sue parole e i suoi gesti non sono privi di corpo, ma si sono fatti sostanza e nutrono altrettanti gesti e parole. Lea vive. Nella figlia Denise, nella sorella Marisa e in chissà quante altre persone.” Per me ha anche la voce di Doriana.

“Per anni non mi sono accorta di essere calabrese – dice Denise Celentano –  La Calabria era un oggetto strano per me, la sede oscura di una rimozione. La mia terra io la subivo, come una punizione transitoria – la redenzione sarebbe arrivata emigrando.”  Tornando nella “Madre Calabria” e diventando “Madre in Calabria” di colpo si scopre donna e calabrese. La pacificazione con la terra-madre – percepita come aspra e ostile – avviene quando si guarda intorno e vede le altre. Figure parentali, ma anche politiche. Quando scopre in quella terra da cui si era allontanata per paura di perdere sé stessa, le donne che sono rimaste, che si battono, fanno politica. A loro si collega.

Giovanna Vingelli incontra Renate Siebert nell’Università: le sue lezioni sul razzismo la scuotono.  La radicano e allo stesso tempo la proiettano altrove. “ Approfondire il discorso sull’identità e le discriminazioni diventa una sfida quotidiana, la mia pratica politica. Leggo, fra l’altro, “È femmina, però è bella”: è un testo di esame che rileggo e consumo, che mi esalta e mi disturba; troppo simile e troppo distante da me allo stesso tempo, non ho tempo e non ho voglia di pensarmi come corpo sessuato. Resisto, ma allo stesso tempo assaporo, mi avvicino e mi ritraggo. La tesi di laurea con Anna Rossi- Doria. Ancora una volta incrocio il femminismo, lo (ri)conosco e me ne allontano.”

Tra andate e ritorni, la gestione materiale della vita e il rapporto quotidiano con studenti matura l’idea che trasmettere il  sapere femminista implica il superamento della riconoscenza per le donne che l’hanno preceduta, che hanno scritto una storia “ma da cui è necessario anche distanziarsi per scriverne una diversa, che parli anche di me, che sia dentro la mia vita e che possa proporre un pensiero, una parola, una pratica differente.”

La seconda parte del libro con Lucia Cardone, Ivana Pintadu, Loredana De Vitis e  Angela Ammirati entra nei luoghi della politica: collettivi e Udi, politica separata, politica mista.  Chiude questa sezione Monia Andreani, filosofa e femminista.

Ivana Pintadu torna a Sassari nel 2007 contribuendo alla nascita di Collettiva_femminista insieme a Lucia Cardone, toscana di casa in Sardegna. Hanno alle spalle esperienze ma vogliono altro, vogliono un luogo dove pensare e fare,  libere da storie e pratiche pregresse.“Ci siamo accorte infatti che riconoscerci tra noi, specchiarci nelle nostre somiglianze e nelle nostre differenze aveva come conseguenza una conversazione che non era più meramente amicale bensì già politica. Il salto, o forse sarebbe meglio dire, il congruo esito a tutto ciò era nominarsi femministe. E di quella nominazione avvertire tutta la pienezza, il portato di energie, nuove idee e possibilità che quella parola pronunciata insieme ad altre donne ci infondeva.” Il racconto di Ivana e Lucia rimanda un senso di pienezza, quasi di frenesia. Tanti gli spostamenti, gli incontri, gli  avvenimenti che hanno fatto lievitare Collettiva_femminista.

Fermento e crescita  anche nelle parole di Loredana De Vitis.  In una fase della sua vita – 2004 – in cui lavora molto, in condizioni faticose e precarie come molte sue coetanee, Loredana si iscrive a “Donne, politica e istituzioni, un corso che Milena – la tutor – ha poi definito in modo divertente “per soggette svantaggiate”. Il Ministero per le Pari Opportunità finanzia questi corsi ancora oggi; nel 2012, all’Università del Salento, ci sono tornata come docente per la terza volta. Milena Carone parlava della politica delle donne e dell’Udi – questa (allora) sconosciuta – in un modo che sentivo “vicino” anche perché completamente diverso da quello dei soliti discorsi sugli, per l’appunto, “svantaggi” femminili.” Qui Loredana incontra altre, si spende, si mette in gioco, partecipa alle Campagne dell’Udi. Scopre di essere vista. Vista dalle altre, vista da un’altra.

“ Questa pratica politica mi ha aiutata a capire chi fossi, come volessi e come soprattutto non volessi essere, a praticare un’autodeterminazione tale per cui l’unica, vera cosa che conta è nutrire una grande, enorme, inattaccabile autostima. L’autodeterminazione è una pratica quotidiana che mi rende più felice.” E Loredana si scopre anche “bellissima”.

“ Per me – scrive Angela Ammirati – prime madri simboliche, sono state loro: filosofe, militanti, figure storiche che avevano fatto la mia storia. Nelle loro storie di pensiero e di pratica di lotta ho rinvenuto le radici di una nuova esistenza.” Essere all’altezza di tale genealogia determina le scelte e gli studi di Angela: segue un dottorato di teorie politiche femministe, fonda la cooperativa Befree per supportare donne in difficoltà, sostenendo il lavoro frontale presso lo sportello. Angela attraversa luoghi e relazioni, sperimentando su di sé  la ricaduta del dirsi femminista. E di farlo in presenza di “storiche femministe”. E’ critica e lo dice: “Il femminismo si è presentato alle più giovani come un discorso troppo serrato negli specialismi accademici, tradendo quella pratica originaria del movimento che un tempo ha permesso l’incontro con donne portatrici di storie, esigenze e consapevolezze differenti.[…] Il fatto che solo alcune posizioni ideologiche prevalessero, nel corsodegli anni, ha finito per creare un clima di monotonia e uniformità.”

Infine Angela mette l’accento su due questioni toccate anche da  altre autrici: il lavoro e la condivisione di uno spazio e di azioni politiche con uomini.

“Penso alla mia esperienza politica a daSud, al cui interno con i nostri compagni abbiamo lavorato insieme ad una nuova idea di cittadinanza; all’esperienza politica di Tilt, rete di sinistra diffusa al cui centro vi è l’istanza del reddito di cittadinanza. […] Da questo percorso misto per me è stato ancora più evidente che se la politica maschile ha da guadagnare dal femminismo, il femminismo ha da guadagnare anche da rivendicazioni materialiste come il reddito di esistenza.”

Molte delle autrici di contro versa sono filosofe, ma è  Monia Andreani a scomporre e ricomporre cosa significhi per una donna dirsi  filosofa. Filosofa e femminista.

Scrive: “Amavo la filosofia in modo quasi totale, senza l’ombra di una critica, senza se e senza ma,  amante della filosofia, da sempre…” Questo amore si incardina con la storia delle donne il giorno in cui incontra  Annarita Buttafuoco, storica e  femminista: “ a venti anni le seguivo con l’avidità tutta scolpita negli occhi…[…] Si può dire che solo dopo riuscii a fare una triangolazione tra la mia soggettività di giovane donna – un vissuto nel presente che includeva lo studio della filosofia e della militanza femminista –, e la storia delle donne italiane dal Risorgimento a oggi, comprendendo così la possibilità di fare della mia esperienza di studio anche una positiva crescita per la mia identità femminile, nonostante Platone.”

Esperienza e sapere  si intrecciano fortemente nella vita di Monia; la portano a leggere con occhi nuovi le diverse ondate  del femminismo, fino a collocarsi in una di esse. La terza, quella in cui si riconosce, in cui si sente com-presa. “È stato in quel momento che ho capito di appartenere ad una generazione che non poteva ritrovare come essenziale una esperienza come quella che aveva nell’ordine simbolico della madre un punto di approdo. Tale esperienza non mi apparteneva perché non condividevo politicamente con le mie coetanee tale scoperta rivoluzionaria. Avevo ereditato una consapevolezza in merito al rapporto con la madre, avevo letto il libro di Muraro, ma non era sufficiente per me al fine di entrare in una dimensione politica identitaria: avevo bisogno delle differenze che mi appartenevano per costruire la mia dimensione politica nel femminismo, ma soprattutto avevo bisogno di condividere con altre donne filosofe una via diversa e autonoma al femminismo.”

Nella terza e ultima parte del libro  Alessandra Pigliaru e Federica Timeto ci portano su un altro terreno: l’arte.  Alessandra Pigliaru ci fa vedere concretamente come la scrittura può rappresentare – e perfino anticipare – figure femminili che sembrano pensate oggi.

Attraverso la scrittrice Fausta Cialente che parla attraverso le sue personagge Alessandra ci presenta una genealogia letteraria, ma non per questo meno reale. Lo fa in modo accurato, dettagliato, con fine scrittura.  “Esistono figure femminili prodotte dalla scrittura di donne e uomini nel corso di un’intera vita. Sono figure estetiche oppure personagge concettuali che si agitano nella pagina scritta ponendosi come soggettività di enunciazione. Queste ultime si distinguono per un preciso modo di stare al mondo. […] Quando sono in presenza di una personaggia nata dalla scrittura di una donna non posso non tener conto di un continuum materno che non le consente di essere orfana mai, al di là della storia di cui si fa parlante.”

Da lettrice mi riconosco nel processo delineato da Alessandra; sono tante le personagge che mi hanno accompagnato nella crescita, anche politica. Scrittrici, ma anche pittrici nella mia personale esperienza, per questo ho apprezzato Franca Timeto e il suo saggio su arte e femminismo. Difficile incontro – dice Franca – difficile in Italia, difficile perché non è mai chiaro se si parla di “Arte delle donne o arte femminista”

Non a caso prima di addentrarsi nel discorso sente di dover fare una precisazione: “Parlare di arte delle donne non è la stessa cosa che parlare di arte femminista. In questo saggio si parlerà della seconda, o meglio, della sua assenza nel contesto italiano.”.

Ho vissuto personalmente la difficoltà di definirmi artista donna e la fatica di  sostenere concettualmente questa affermazione. La fatica nasce dalla mancanza di un confronto tra donne artiste e femministe; il percorso rimane individuale e solitario. “Definire le artiste come artiste donne presuppone che si sappia esattamente cosa sia la differenza femminile. […] Ciò che caratterizza la storia dell’arte femminista, infatti, è proprio il fatto che questa è inseparabile dalla critica sia all’arte sia al soggetto femminile aprioristicamente intesi. Questo fa sì che il femminismo non sia una semplice cornice teorica a cui fare riferimento, quanto piuttosto una serie di approcci alle dinamiche, ai processi e alle relazioni”

Qui contro versa si chiude.

INFO: Pesaro sabato 1 giugno 2013 ore 20.45 sede dell’UDI di Pesaro, Via Martini, 27  presentazione pubblica del volume contro versa in collaborazione con la libreria Il Catalogo, con le autrici Monia Andreani e Loredana De Vitis. L’iniziativa è in concomitanza con il terzo appuntamento di Laboratorio Donnae

PDF testo

http://controversasred.wordpress.com/

5 commenti su “faccenda “contro versa” e imprevista

  1. Doriana
    10 maggio 2013

    carissima, grazie…per la tua vicinanza…un abbraccio e a presto

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  2. Pingback: Pina Nuzzo: faccenda “contro versa” | contro versa

  3. Doriana
    11 maggio 2013

    L’ha ribloggato su Sud De-Generee ha commentato:
    Grazie a Laboratorio Donnae e a Pina (che è nelle Genealogie, editoriali e non)

    Mi piace

  4. laboratorio donnae
    29 maggio 2013

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  5. Pingback: presentazione di contro versa. Genealogie impreviste di nate negli anni Settanta | collettiva_femminista

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