laboratorio donnae

libertà, imprescindibile

Deborah Klein Sister-ActUn anno fa, io

Un anno fa è nato Laboratorio Donnae, inizialmente su un mio desiderio: mantenere il confronto con alcune donne conosciute in tanti anni di attività politica, senza dover necessariamente fondare un’associazione. Mi soffermo su questo punto perché  mi viene chiesto spesso per quale ragione Laboratorio Donnae non sia un’associazione. Non ho ritenuto opportuno fondarne una per diversi motivi: perché ho già un’esperienza lunga e ininterrotta – quarant’anni – di vita associativa; perché molte delle donne con cui voglio mantenere un rapporto fanno già parte di un’associazione. Moltiplicare le appartenenze non serve.

Inoltre in questa  fase della mia vita –  più che in altre – faccio politica guardando a quelle donne che in  rete e nella vita promuovono azioni “naturalmente” segnate dal femminismo,  eppure non sono riconducibili a nessuna scuola o teoria politica. Questo mi sollecita a ripensarmi a mettermi in gioco – qui e ora – con un corpo e con un’esperienza che sono solo il mio corpo, la mia esperienza. Tengo ancora a precisare che in tutta la mia storia politica ho sempre evitato la stupidità e l’automatismo degli schieramenti e quindi di pronunciarmi su questioni di parte, su candidature, su risultati elettorali; non perché io non abbia idee o preferenze, ma la mia dimensione pubblica è caratterizzata dall’essere una donna che fa politica delle donne con le donne, a partire dalla materialità della vita, dalla propria esperienza. Quando in rete – o altrove – i discorsi prendono una piega dove sembra che si parli di donne, ma in realtà si sta parlando d’altro, mi sottraggo.

Infine e più in generale in  questa fase politica, mi sembra di cogliere in molte il  desiderio di agire in proprio, mettendo a frutto relazioni consolidate nelle realtà dove vivono e attraverso la rete. Leggo una voglia di radicarsi, di stare su di sé in un rapporto – anche di scontro – con le istituzioni.

Ho colto la stessa domanda nelle donne con cui mi sono confrontata e che hanno poi costituito il nucleo fondativo  di Laboratorio Donnae.

Un blog e appuntamenti periodici autofinanziati, sono stati una risposta. Questo ha voluto dire: assunzione di responsabilità nella gestione degli appuntamenti e contributi scritti a partire dalle esperienze e dalle competenze. Nel merito delle cose e fuori dai pregiudizi.

Quasi tutte abbiamo esperienza della rete, sappiamo che è uno strumento potente per connettersi al presente e a tante esperienze; ma per fare politica resta centrale il momento dell’incontro. Decidere una data, prendere un treno, spendere dei soldi per vedersi fa la differenza. Radica le relazioni, dà misura. Così Laboratorio Donnae è cresciuto, è diventato la stanza della nostra tessitura. Questa immagine mi accompagna dal giugno scorso, me l’ha suggerita Annarita che in un post scrive: “Uno sguardo che non si distoglie, uno sguardo che ti sostiene e che ti autorizza a essere.[…] Ed è allora che comincia un nuovo andare.”

A tutela di “un nuovo andare”, in occasione del nostro primo appuntamento, ho sottolineato la peculiarità dell’esperienza: “Laboratorio Donnae non può che essere un appuntamento in cui convergere periodicamente per poi tornare da dove si è venute, arricchite – mi auguro – dal confronto. Per queste stesse ragioni Laboratorio Donnae non è riproducibile nei territori, né intende proporsi come  momento di sintesi politica “nazionale”.

Fare politica per me ha sempre voluto dire dare forma alla mia indignazione o ad un mio desiderio e farne un fatto politico. Questo si può fare anche a partire dalla rete dove, come nella vita, le donne si parlano, si arrabbiano, mostrano la voglia di voler fare qualcosa. Di fronte a questo bisogno si può mettere a disposizione la propria esperienza per indicare – ma solo indicare –  strumenti e iniziative concrete possibili. Iniziative che chiunque può fare proprie e che non domandano una adesione, una appartenenza se non quella di genere. Iniziative che si propagano attraverso i social network e il passaparola sollecitando le donne a governarle, a gestire intrusioni e strumentalizzazioni. Ma niente di più. Non sottovaluto il fatto che in rete, come nella realtà, parlarsi si riduce spesso a brevi commenti, a liste dove si contano i “mi piace non mi piace”. In rete gli immaginari sono in agguato e i prodotti del silenzio generano l’illusione di rispecchiarsi nel pensiero di un’altra; manifestare il proprio pensiero richiede senso di sé e un certa dose coraggio.

Un anno fa, noi

Da quel momento – a partire da quelle parole –  chi ha scelto di esserci sapeva di investire in una forma politica che, per vivere, deve continuamente rivedere il punto di equilibrio. Simona lo dice molto chiaramente: “Andavo ad un appuntamento con le altre che aspettavo da tempo, ma andavo soprattutto ad un appuntamento al buio con me stessa, motivo per cui gli appuntamenti con Laboratorio Donnae rimangono veri punti di svolta nella costruzione del mio pensiero e della mia identità”.

Ripercorrendo mentalmente l’anno passato insieme, ho messo in fila i tanti progetti che molte di voi stanno portando avanti. Li conosco perché me ne avete parlato, perché ne avete scritto sul blog o su facebook.  Alcuni mi sembrano cresciuti insieme al nostro “ nuovo andare”, altri invece sono maturati di colpo. One Billion Rising avvenuto in  febbraio, ha rappresentato un punto di svolta, in quell’occasione ho visto più di una prendere in mano quell’evento e farne il proprio evento. Promuovere con sapienza incontri tra donne e iniziative pubbliche, di piazza.

Poi c’è stato l’8marzo; progetti appena abbozzati hanno preso corpo, progetti nati da tempo si sono modificati fino a diventare altro. Simona, Loredana, Annarita – e altre –  avrebbero molto da raccontare. Come Erica e le donne di Pesaro coinvolte. E poi  Enza che ha scritto alla vice sindaca di un comune del Salento: “Quella pubblicità, mi offende, mi ferisce. Dalle reazioni posso dire che il problema non è solo mio. Forse i pubblicitari dovrebbero tenere conto della sensibilità e del giudizio di una donna. Perché le donne, oltre che essere madri, sono commercianti, dirigono aziende, fanno la spesa, gestiscono denaro. Le donne votano anche e sono più della metà della popolazione. Io ho detto la mia. Altri dicano la loro, a partire dalle sensibilità, dall’essere genitori, dall’essere cittadini e dall’essere amministratori”. Il suo gesto ha suscitato polemiche, anche pesanti, per lei rappresenta una novità e lo dice: “Ho deciso di “denunciare” la pubblicità lesiva come Enza Miceli e non come rappresentante di una sigla. Ho imparato molto dalla mia storia politica, ma oggi voglio agire da cittadina, liberamente. Ci tengo molto a questo, è un passaggio per me importante perché dice come una donna possa indignarsi e compiere azioni politiche a prescindere.”

Ecco, pensando a noi, all’improvviso  ho visto quanta libertà ha prodotto la libertà che ci siamo date. Le azioni politiche a cui ho accennato non portano il bollino “Laboratorio Donnae”, ma hanno trovato nelle relazioni tra noi il confronto e il sostegno necessari ad alcune per esporsi a livello personale e/o collettivo.

 A questo punto viene da chiedersi: cosa chiamiamo ‘libertà’?

Certo ‘libertà’ non significa “liberarsi da”, come precisa Loredana nel pdf Emancipata sarai tu: “Liberarmi dalla soggezione materiale ha significato per me lavorare. E siccome lavorare mi piace, quella “liberazione” è stata per me anche una liberazione da certi vincoli “morali”. […] Emancipazione per me è anche aver smesso di pensare di dover esser “grata” per quello che ho. Sono grata a me stessa, questo sì. Perché ci sono state persone importanti, relazioni importanti, opportunità importanti, certo, ma sono tutte cose che ho amorevolmente coltivato. Ho lavorato sodo e so di dover lavorare ancora tanto. Va bene, sono pronta. Da qui, un’altra liberazione: quella dal pensiero che i soldi sono sporchi. No, non lo sono. Mi piacciono, me li guadagno onestamente. E poi coi soldi posso farci cose.”

Nello stesso pdf Federica scrive: “Siamo pienamente consapevoli di una cosa: la nostra libertà non passa certo dal reddito, che è solo uno strumento per uscire dai ricatti, ma anche con un diritto di base combinato con altri tipi di diritto, è uno strumento che ci permette di ripensare una nuova organizzazione sociale e simbolica. Non è dicotomico con il lavoro, ma permette un sottrarsi dalla logica produttivistica”.

E ancora Simona: “Liberarsi dagli stereotipi culturali è forse la conquista che mi ha dato una sensazione di libertà e riscoperta di me molto maggiore di quella che mi ha dato l’indipendenza economica per molti anni. Un’altra tappa fondamentale è stata togliere centralità al lavoro nella mia vita.”

E infine Elena ci racconta quanto sia difficile sentirsi libere in rapporto con la propria madre: “la vita delle donne è tutta una PROVA, e in quell’incontro col Femminismo, qualche anno fa, in quella mia ‘crisi’ (nel senso etimologico del termine: ‘passaggio’), mi sono resa conto di come la prima prova per me non fosse là fuori, nel “pubblico”, ma fosse invece nel rapporto più intimo di ogni persona: il rapporto con la propria madre. (come sempre accade per le donne, è esattamente il privato che diventa politico)”

Quando in gennaio abbiamo discusso del tema da affrontare la volta successiva è venuto, quasi in automatico, partendo dall’emancipazione, dire liberazione e infine libertà. Ma si avvertiva una certa resistenza, la fretta di affiancare alla parola libertà un aggettivo. Ci sono state delle battute, si è parlato di libertà vigilata, di libertà condizionata.

Ho avuto modo di tornare sull’argomento con Erica, Antonella, Giovanna, Anna, Natalina, Bianca, Gigliola, Ornella, Tina, quando sono stata a Pesaro in aprile per organizzare l’appuntamento dell’1e2. Ha riaperto il discorso Antonella; intendeva spiegare la resistenza da lei manifestata quando abbiamo deciso di parlare di libertà. Ha premesso di non avere messo a punto un discorso compiuto, ma delle suggestioni che ha voluto comunicarci. Si è sviluppato un discorso che ha preso diverse direzioni. Non siamo giunte a nessuna conclusione, rimandando l’approfondimento a quando saremo state tutte insieme. Posso solo dire che abbiamo parlato della libertà come un dato imprescindibile per definire luoghi e azioni politiche. “Io non posso prescindere dalla tua libertà, ma tu non puoi imporla” .

Pina Nuzzo

per il Terzo appuntamento Laboratorio Donnae

 

l’immagine è un’opera dell’artista australiana Deborah Klein,  Sister-Act

per info https://laboratoriodonnae.wordpress.com/2013/05/14/donnae-terzo-appuntamento-2/

 

 

2 commenti su “libertà, imprescindibile

  1. Giusi Ambrosio
    2 ottobre 2013

    Sembra semplice pronunciare la parola libertà, ma si rischia sempre di non intendersi su cosa si vuole significare, così come avviene per tutte le parole astratte. Le libertà possibili-giuridica,politica, economica, sociale, religiosa, culturale, sessuale- concorrono alla definizione di un insieme, variamente inteso di essere, vivere,relazionarsi, agire. Quali condizioni concorrono o rendono possibile definire la libertà? ed è la stessa cosa che essere persone libere? e la libertà può essere intesa allo stesso modo per uomini e donne? si deve ritenere che vi sia qualcosa di prioritario da cui non sia possibile prescindere? e inoltre quali sono gli ostacoli anche interiori che rendono difficile la libertà come autodeterminazione? mi piacerebbe molto essere partecipe di queste riflessioni. Come mio contributo vorrei dire che la libertà parte dalla consapevolezza del voler divenire libere, è l’impegno per diventarlo, la lotta per la liberazione a partire da sè e nella condivisione e necessità della liberazione di tutte le altre.Credo sia una citazione” non saremo libere finchè altre donne,o solo un’altra donna, non lo sarà” Credo significhi necessità di una consapevolezza collettiva nei processi di liberazione. Un grande abbraccio Giusi Ambrosio

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  2. lafilosofiamaschia
    10 agosto 2015

    L’ha ribloggato su lafilosofiAmaschiAe ha commentato:
    Pina Nuzzo: “Fare politica per me ha sempre voluto dire dare forma alla mia indignazione o ad un mio desiderio e farne un fatto politico. Questo si può fare anche a partire dalla rete dove, come nella vita, le donne si parlano, si arrabbiano, mostrano la voglia di voler fare qualcosa. Di fronte a questo bisogno si può mettere a disposizione la propria esperienza per indicare – ma solo indicare – strumenti e iniziative concrete possibili. Iniziative che chiunque può fare proprie e che non domandano una adesione, una appartenenza se non quella di genere. Iniziative che si propagano attraverso i social network e il passaparola sollecitando le donne a governarle, a gestire intrusioni e strumentalizzazioni. Ma niente di più. Non sottovaluto il fatto che in rete, come nella realtà, parlarsi si riduce spesso a brevi commenti, a liste dove si contano i “mi piace non mi piace”. In rete gli immaginari sono in agguato e i prodotti del silenzio generano l’illusione di rispecchiarsi nel pensiero di un’altra; manifestare il proprio pensiero richiede senso di sé e un certa dose coraggio.”

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