laboratorio donnae

io ti salverò

io ti salverò di Milena Carone  

Io ti salverò è il titolo di un film di Alfred Hitchcock del 1945.
La protagonista del film è interpretata da Ingrid Bergman. Hitchcock la trovava perfetta nel ruolo della donna ideale che aveva in mente. Così tanto da volerla anche per altri suoi film, Notorius e Il peccato di Lady Considine. Anche  Gregory Peck è stato bravo nella parte dello smemorato di cui Ingrid si innamora.
François Truffaut il film non piacque, lo trovava carente di fantasia, anche se ammise di trovare alcune soluzioni  molto efficaci: come l’idea dell’amore come colpo di fulmine rappresentato dalle sette porte che si aprono dopo il primo bacio fra i due protagonisti, e la serie di inquadrature, inferriate e primissimi piani della protagonista che raccontano l’arresto del presunto assassino. Un particolare scenografico memorabile è questo: nel finale la canna della pistola diretta verso la protagonista ruota di mezzo giro e punta direttamente contro chi guarda il film. Per girare quella scena  si dovette costruire una gigantesca mano finta da posizionare di fronte alla macchina da presa: ottenere lo stesso effetto proporzionale con una mano vera non sarebbe stato possibile.
Non è un granché come giallo.
La sua importanza però è stata enorme nella costruzione di immaginario collettivo e non. I film, accanto e prima di certa letteratura, hanno avuto e hanno un ruolo importantissimo per l’accumulo di porcherie romantiche nelle menti umane, soprattutto quelle femminili.
In Italia non si contano i romanzi, le novelle, le poesie – svetta su tutte la gigantesca produzione di Liala – per finire, in decrescendo, al pattume da fotoromanzo – quella roba con le nuvolette sulla testa dei protagonisti, in giornaletti formato settimanale – che ci ha letteralmente invase dagli anni 60 in poi. Se non avevi un fotoromanzo in casa, lo trovavi ad attenderti dalla parrucchiera.

Tutte, nessuna esclusa, siamo imbevute di questa cultura, nostro malgrado e a volte… a nostra insaputa.
Si tratta di qualcosa che viaggia moltissimo nei rapporti privati, è qualcosa che riverbera i suoi effetti anche nello scenario pubblico.
La vedo su facebook, per dirne una. La vedo lì dove molte donne perdono il loro tempo a cercare di “salvare” uomini (ma anche donne) che almeno al mio sguardo restano irrecuperabili. L’ho vista in azione in centinaia e centinaia di post dove si dialoga – perchè io ti salverò… – con certi account di padri separati che nascondono vere e proprie lobby al limite dello squadrismo.
Ci cascano in molte/i perchè il repertorio ereditato dalle immagini di Hitchcock & co è veramente un pozzo senza fondo. Basta una commovente fotina di bimbo sul profilo. Basta il lacrimevole racconto di una lontananza forzata. Falsi l’uno e l’altro. Ma che importa. Lo scopo viene raggiunto. […]

Accade anche col femminicidio. Accade in partenza, quando non si riesce ad ammettere un fallimento, quando proprio non ce la si fa a dire intanto a se stesse pensavo fosse amore, invece era molto peggio di un calesse.
Accade dopo i primi schiaffi e relative immancabili scuse al seguito.
Dichiarazioni di scusa seguite quasi sempre dal perdono.
Suprema sotto-categoria questa del perdono, figlio più che legittimo dell’unione di romanticismo e cattolicesimo, il peggior connubio/incubo per molte vite. Accade in partenza e accade anche alla fine, nei media, la tv per prima, dove quasi tutte/i in coro parlano e scrivono e discettano di amori criminali e loro derivati, come i raptus di gelosia,  la passione incontrollabile, lo sconforto assoluto per un abbandono, etc etc.
Abbiamo denunciato molte volte queste mistificazioni, urlando come possiamo che tutta quella roba non può mai, mai, mai chiamarsi amore. E se la vogliamo dire tutta, non può chiamarsi neanche gelosia, né passione, né sconforto.
Invece, molto spesso è qualcosa che ha a che fare col potere, in privato e in pubblico. Certo, utilizza e può partire dalla  parola amore, visto che il repertorio romantico ne è zeppo, ma solo per abusarne doppiamente: insomma uno stupro generalizzato di Amore e stop.
Amor ch’ a nullo amato amar perdona…
Amor che move il sole e pur le sberle?

La nostra denuncia sarà fatica sprecata se non si indagano i presupposti iniziali presenti nelle donne molto più che negli uomini. Insomma, se ancora una volta non si parte da sé. Se non lo si fa in un percorso che è altrettanto doloroso, dove occorre smontare uno ad uno stereotipi presenti in tutte noi. Ancor prima, occorre attrezzarsi per poterli individuare, quegli stereotipi. Perché sono infidi, melliflui, a volte confortanti e con apparenze molto dolci e carine. Ma sempre di stereotipi si tratta. Il più pericoloso in assoluto è un delirio di onnipotenza che pervade molte, convinte di essere nelle condizioni di salvare, eccome, il proprio oggetto d’amore. Un delirio che molto ha a che fare, ma che mai si confronta veramente, con l’incapacità di ammettere di avere preso una cantonata.

Vogliamo concludere dicendo, in parafrasi con altra frase memorabile, che… un altro amore è possibile?
No, perdinci! Semplicemente perché l’amore è un’altra cosa. Punto.
L’amore è un’altra cosa. Lo sapeva anche Alfred Hitchcock, a dispetto dei suoi film.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 21 maggio 2013 da in conosciamoci, donne con tag , , .

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