laboratorio donnae

La leva del sapere. Mettere a fuoco la propria forza.

vania elettra tamri- letture, scritto di Federica Giardini *

La posizione da cui parlo

Nel documento che avete in cartella racconto, per parte mia, uno dei fili del femminismo, quello che si è concentrato sulla differenza di mondi tra donne e uomini. E ha fatto propria l’impresa di portare a creazione, per parte di donne, quel mondo, una creazione fatta di parole e di azioni. Se dovessi dare in una frase lo spirito della formazione alla differenza, oggi la direi come un non dare per scontato che valori e moventi correnti siano quelli più appropriati a te, che sei una donna. Aggiungerei anche, a questo invito all’incredulità – come l’ha saputo dire Carla Lonzi – un invito a cercare parole e azioni di creazione: di comportamenti, di priorità, tutto ciò che potesse servire a sentirsi libere,  senza rinunciare a dare significato al fatto di essere donne.

Sottolineo un primo punto, anche per riguardo al luogo in cui ci troviamo: quel femminismo aveva in mente, per dirla in breve, più le pratiche che le lotte. Sono gli anni Ottanta, il femminismo di movimento, con campagne e scese in piazza, cede gradualmente il passo a una rete capillare, diffusissima, efficace ma senza quella visibilità di massa o mediatica, come si direbbe oggi. Efficace lo era effettivamente, maestre, professoresse, docenti, giornaliste, scrittrici, artiste, e l’elenco è infinito, erano ovunque e lavoravano a partire e mostrando il fatto di essere delle donne. Vi sto dunque raccontando una storia leggermente successiva ma soprattutto diversa dalle lotte su divorzio e aborto, ad esempio. Dalle lotte a un lavorio di civiltà.

Questo è punto fondamentale: parlare di forza per parte di donne oggi non può ridursi al grado di visibilità – quale? Su quale scena? E soprattutto, in tempi di videocrazia? – del loro agire. Anche se questo è un punto da discutere. Lo farò sul finire di questo intervento.

La posizione da cui parlo è fatta anche di un altro accadimento. Nel 2000, con alcune altre ‘giovani’, così eravamo definite, siamo venute al punto: ci siamo scrollate di dosso il senso di mancanza che derivava dal non aver partecipato direttamente agli anni del femminismo. Ci siamo appropriate di questo che era un semplice fatto anagrafico, essere nate dopo gli anni Sessanta, e abbiamo cominciato a pensarlo come un’occasione. Forse, era il caso di cominciare a cercare altre parole, altre priorità, un altro sguardo, per dire di cosa avevamo bisogno, cosa cercare, come e su cosa sentirsi libere e anche, cosa era andato perso rispetto ai decenni precedenti (DWF 2001). E’ nata così la posizione matri_x. Tra le madri, le precedenti, e la nostra posizione – una x, ancora incognita nei significati, valori che significa – un intervallo… Questo ha aperto uno spazio per autorizzarci alla discontinuità, che non fosse tradimento, rispetto al grande evento del femminismo.

La forza, un inizio, anzi due

E’ proprio in quegli anni che si è fatto strada in me il bisogno di dare figure e parole al sentirmi dotata di forza. E che a questo bisogno non c’era già risposta nel pensato dalle mie precedenti.

Serve allora fare alcuni distinguo.

Non sto parlando di quella forza che veniva detta con la frase “dalle donne la forza delle donne” – frase a cavallo tra il potenziamento che veniva dalla sorellanza e questioni legate alla rappresentanza (Carta delle donne comuniste). Non parlo nemmeno della forza ‘morale’, attribuita alla capacità femminile di mediare, di non essere aggressive e di arrivare a soluzioni non cruente e inclusive (cosa di cui oggi sembrano appropriarsi anche alcuni autorevoli voci maschili, da Alain Touraine, con Il mondo delle donne e Umberto Veronesi in un articolo – La forza delle donne in dieci punti. Ora serve un nuovo femminismo sul “Corriere” del 21 agosto).

Quel che ho in mente sta nelle parole intensità ed energia, si mostra in quello che è un corpoparola (dwf, la forza e la grazia, 2-3, 2005). Non solo parola – capacità di mettere in parola, di dare senso – come invece era la priorità coltivata dalla mie antecedenti – e, naturalmente, non solo corpo, avrei fatto la ballerina. Ridere, arrabbiarsi, tenere testa, là dove si è. Questi alcuni elementi.

Ma posso proseguire questa storia solo facendo riferimento ad altre, e nuove, relazioni. Quella con donne più giovani di me. Alcune di loro sono qui.

La scuola di questo anno autorizza la parola “ambizione”. Vengo meno a una certa ritrosia e vi racconto un episodio.

Sono ricercatrice, nella gerarchia accademica questo significa il grado più basso. Per motivi anche virtuosi è più che probabile che delle giovani donne che pretendono qualcosa dai propri studi, dalla loro qualità, si orientino verso docenti, donne e uomini, più avanti nella gerarchia. Non è quello che è accaduto a me. Anche con una certa inquietudine iniziale, sono stata destinataria di attenzione da parte di studentesse che mi hanno chiesto di concludere l’iter di studi con me. Giovani donne di grande intelligenza e talento. E, a sottolineare che non si tratta di un delirio, mio o allargato, riporto la domanda sorridente e ammirativa di un collega all’ultima seduta di laurea: “com’è che tutte quelle intelligenti si laureano con te?”.

Ritengo un atto di responsabilità rendere conto di questo. Come avrò modo di sviluppare poi, essere inconsapevoli della forza che si ha può arrecare danni enormi.

Il sapere come forza?

E’ senso comune che le donne sono quelle che leggono di più, che eccellono negli studi. E, sorpresa, non solo in un paese del nord del mondo come l’Italia. Da una parte in Iran hanno introdotto le quote azzurre per bilanciare uno svantaggio maschile nelle iscrizioni agli studi universitari (“Troppe laureate, l’Iran vara le quote azzurre”, La repubblica, 26.02.08). E anche in Norvegia le pari opportunità, con un ministro, un uomo, devono agire per bilanciare uno svantaggio maschile, questo più legato a fenomeni di anomia e di depressione maschili (“Norvegia, sì alle pari opportunità. Per gli uomini”, Il Corriere della sera, 08.08.07).

Passione e godimento nell’istruzione, nell’educazione, leva di emancipazione e libertà. Questo il rapporto delle donne con il sapere e non tra Novecento e XXI secolo. E’ una passione secolare, pensiamo a Virginia Woolf, o ai progetti educativi di una Mary Astell nel Seicento. E potremmo andare indietro fino al Trecento di Christine de Pizan.

Veniamo a oggi, però. La posta in gioco non sta nel godersela nel pensiero e nella lettura e scrittura. Questa passione sta allo snodo di un vero e proprio conflitto. Nel tracciare le linee di questo conflitto, penso di rendere indirettamente conto del felice incontro tra me e queste giovani donne. E anche di una certa opacità della situazione italiana.

Si può essere colte e inette. Oppure si può essere delle magnifiche esecutrici. Persino migliori dei colleghi uomini (“L’impersonale” Grande Seminario di Diotima). Infine, si possono intraprendere delle azioni, ma senza il beneficio di un orizzonte e di un margine di manovra ampio. Il sapere interviene in tutti i casi, in modo diverso.

Quale sapere, quale forza

il sapere come teoria, sistema concettuale separato dalla vita

E’ probabile che questo tipo di sapere – come sistema autonomo e fine a se stesso – non sia più un’esperienza disponibile a chi ha intrapreso gli studi universitari negli ultimi dieci anni. Oggi vige un’altra concezione dell’educazione, anzi, della formazione.

Tuttavia, questo tipo di sapere può ancora regolare l’immaginario con cui una donna pensa al sapere: cose per esperti; un campo troppo alto per intraprenderlo in proprio; un ambito che può essere frequentato solo nel modo del ‘serioso’.

Durante gli anni settanta il femminismo ha criticato le teorie perché costringevano l’intelligenza femminile alla deportazione in territori pensati e organizzati per parte maschile, sì, ma che pretendeva di valere indistintamente per tutti e tutte.  Le risposte date dal femminismo sono state di almeno due ordini: da una parte portare nella teoria, nei concetti, il segno o la messa a tema dell’essere una donna (penso a Irigaray ma anche a quelli che vengono chiamati i gender studies); dall’altra l’idea che è la teoria stessa a essere una forma sbagliata del pensiero, perché separa la mente dal corpo, il pensare dall’agire.

Quell’alienazione sembra non essere più un problema per una donna del XXI secolo. Vorrei dire che non è così, e secondo un nuovo significato, diverso da quello denunciato dalle femministe degli anni Settanta. Metterei il problema sul quale stare in guardia sotto il titolo di un neoindifferenzialismo che si nutre tacitamente dell’intelligenza femminile.

Ho davanti agli occhi brillanti studentesse, più brave dei loro colleghi nel gestire concetti, che sviluppano teorie che non restituiscono loro in nessun modo il fatto che sono delle donne. Stavolta però vengono accolte, queste studentesse, e non escluse, sono brave, brillanti… fino al termine degli studi. Successivamente inizierà un ciclo diverso, quello della collocazione sociale attraverso il lavoro che, almeno in Italia, le penalizza in vari modi: dal ritorno di forme arcaiche di esclusione (una lavoratrice è meno conveniente perché passibile di maternità); di discriminazione (a parità di compiti, entusiasticamente svolti, retribuzione ridotta); fino ai casi di una sorta di tetto di vetro autoimposto su creatività e intraprendenza (rimane un primato maschile nella capacità di modificare radicalmente le impostazioni, gli approcci, i metodi, i principi di organizzazione del contesto in cui ci si trova).

Si tratta di una nuova forma di neutralizzazione delle donne, stavolta però nel verso dell’inclusione.

Il sapere come pratica: un’azione capace di dirsi

A contrasto con il sapere teorico e la scissione che comportava, il femminismo negli anni Settanta ha intrapreso un grande lavoro di riunificazione: senso di sé e parola, azione e pensiero. I gruppi di autocoscienza sono stati luoghi in cui analizzare alienazione e oppressione passando attraverso gli stati più intimi – i sogni, le paure, le fantasie – pensiamo alla frase “il personale è politico”. Più in particolare, a contrasto con una certa inclinazione femminile all’espediente cioè a trovare soluzioni concrete senza dirselo e dirlo mettendolo così in comune con altre, è stato messo l’accento sulle pratiche, nel senso di costringersi a nominare azioni particolarmente efficaci. Le pratiche hanno anche costituito un modo per continuare a concepire la vita delle donne come portatrice di trasformazioni sociali. Nella produzione di pensiero questo ha anche significato un costante riferimento all’esperienza personale, cioè l’ingiunzione a nominare esplicitamente le fonti, le occasioni, i problemi che generavano quelle considerazioni. Un’altra pratica che insisteva sul pensiero è stata quella del “posizionamento”, cioè di nominare esplicitamente le relazioni con altre donne che rendevano possibile quella presa di parola – una pratica che, mostrando la fecondità e l’autorizzazione a parlare che veniva da altre donne – toglieva dalle abitudini pregresse di donne isolate nel campo della teoria maschile.

Sono convinta che possiamo mantenere ancora oggi questo modo di concepire e di produrre sapere – strettamente debitore, cioè, alla relazione con altre, alla messa in parola condivisa e verificata e calibrata nella condivisione e, soprattutto, capace di rendere della propria singolarità, quella capacità che è stata nominata come il “partire da sé”. Questo modo di stare nel sapere è fonte di forza. Di una forza particolare, che è l’autorevolezza: fate un esperimento sulla differenza tra avere un’opinione su un tema e aver guadagnato la propria posizione attraverso queste pratiche. Sarà subito evidente che la base è più solida, dà più sicurezza e competenza.

Tuttavia le pratiche per parte di donne non sono fuori dalla storia, prendono il loro significato, e la loro efficacia, anche in rapporto ai tempi storici in cui avvengono e dunque al fronte di conflitto, di resistenza, che configurano.

Il sapere applicato

Negli ultimi vent’anni le nostre società del nord del mondo hanno intrapreso una radicale trasformazione del rapporto tra sapere e società. Si è passati da quella che potremmo definire come una società organizzata secondo la divisione dei compiti e delle istituzioni preposte, a una società meno geometrica e più fluida. Uso come esempio l’università: da cittadella del sapere, che fino all’Ottocento aveva un’autonomia – le forze dell’ordine, come nei conventi, non poteva entrare se non previa autorizzazione del rettore – e svolgeva la funzione di plasmare, attraverso gli studi, l’identità nazionale. Oggi l’università si è aperta alla società, non è luogo separato. Soggetti e argomenti mantengono una continuità con le emergenze che si profilano nella vita del paese – pensiamo alla bioetica, ad esempio, ma anche il pensiero delle donne è rientrato in questa trasformazione.

E’ senz’altro un mutamento fecondo. E tuttavia esiste un cono d’ombra che non va trascurato. Arriviamo a quanto dicevo sull’essere delle esecutrici. Un nome per questi processi è stato quello di “femminilizzazione del lavoro”: il lavoro non è più concepito come virilmente separato dagli affetti,  dalla cura, etc. Anzi, tra le capacità richieste dal mercato del lavoro c’è proprio, se non soprattutto, quella capacità relazionale che tradizionalmente è stata una competenza femminile (cfr. articolo Veronesi). Una donna, da questo punto di vista, può dunque diventare un lavoratore più desiderabile. Eppure non necessariamente questo va nel verso di un suo riconoscimento sociale aggiunto, con tutto quel che ne consegue di fiducia nelle sue capacità decisionali, da parte degli altri, ma anche della stessa interessata. Così si spiegherebbe, in parte, l’entrata massiccia delle donne sul mercato del lavoro ma non fino a incarichi a quei livelli che, correntemente, implicano la possibilità di modificare sui principi dell’organizzazione del lavoro. Esecutrici efficientissime ma non governanti.

C’è un altro aspetto che vorrei sottolineare. In questa tendenza il sapere ha perso la sua autonomia, questa perdita ha tanti nomi, ad esempio la vocazione “professionalizzante” dei corsi di studio. Dante professionalizza? Una formula di matematica? E l’astrofisica? Sembra quasi che valga la pena, anzi, che abbia valore solo ciò che può diventare il brevetto di una casa farmaceutica, un’abilità in situazione – uno skill, come si suole dire – oppure che crea le famigerate figure di esperti, dagli psicologi agli esperti di comportamenti in situazioni dilemmatiche…

Intravvedo qui un altro fronte di conflitto per le intenzioni iniziali del femminismo: un conto è l’intenzione di unire corpo e parola, un conto è pensare che si sa solo nella misura del problem solving. Un conto è la concretezza, l’incarnazione del sapere, un conto è la sua stretta e misera funzionalità.

La carne dei nostri corpi è più ricca e complessa. E’ mia, nostra, responsabilità non confondere la potenza che ci è disponibile di questi tempi con l’inclinazione a dare buone risposte a problemi contingenti.

Una proposta: sapere la propria forza

Tenuto conto di queste considerazioni, come approfittare della forza che ci è oggi disponibile? Ma prima ancora due avvertenze aggiuntive e dirimenti.

  1. Non essere consapevoli della propria forza non è semplicemente un’occasione mancata. Ci può rendere delle violente inconsapevoli (pensate a certi accanimenti con cui alcune donne nella separazione approfittano di alcune tutele giuridiche, pensate quando le donne nelle unioni erano l’anello debole). Ma ancora peggio, ci può rendere vittime. Una forza inconsapevole che rende vittime, sembra un paradosso. Il fatto è che – come nelle dinamiche speculari raccontate dalla psicoanalisi ma anche dal vangelo (è più facile vedere la pagliuzza…) – questa forza può apparire più evidente a chi ci guarda che a noi stesse. Così si spiegherebbero interventi alla Veronesi o alla Touraine, ma anche la violenza ordinaria di fidanzati, amanti, mariti, parenti. Violenza che irrompe, non più arginata da un senso implicito di superiorità e di prerogative socialmente attribuite al maschile.
  2. La forza è tale solo se consapevole. Se non è assunta cessa di essere una forza. E’ questo uno scarto decisivo rispetto al pensiero maschile sulla forza, che la vede come violenza, assenza di pensiero e di codificazione. La forza per parte di donna è fisica e pensata. Somiglia più a quanto dicono le tradizioni di arti marziali: corpo e disciplina che non si escludono ma si potenziano.

Fatte queste precisazioni, mi limito a dare alcune indicazioni, che vorrei sviluppate negli interventi e nella discussione.

La forza è qualcosa di diverso dalla presenza che si rende visibile a livello mediatico, naturalmente, cioè da quel che socialmente viene individuato come potere. La forza può avere ritmi e accenti che non si prestano al tempo spasmodico e scandalistico del fare notizia. Fin qui credo siamo tutte d’accordo. Tuttavia questo non toglie che ci dobbiamo porre il problema di essere governanti, cosa che ha strettamente a che vedere con l’assunzione consapevole della propria forza. Ed essere governanti significa porsi al livello della ridefinizione delle condizioni che caratterizzano luoghi e azioni.

Per la ridefinizione delle condizioni è necessario il pensiero, naturalmente. Ma quale? Un pensiero immaginante, che sa distaccarsi dalla realtà, dall’esistente. Un pensare che non si priva di nessuna fonte, che sa giocare con qualsiasi risorsa. Anche un romanzo, anche un manuale di cucina, anche un saggio sui conventi del XIII secolo possono arrivare a darci uno spunto, una leva. Non pensiero schiacciato sul problema da risolvere, dunque. Piuttosto pensiero laterale che provvede un orizzonte – con una sua relativa autonomia – che non mira direttamente all’obiettivo pratico e che, nel giro largo, crea lo spazio dell’invenzione, della sperimentazione, di idee impreviste.

Sapere astratto allora? No. Va mantenuta, come dicevo, la pratica di produrre sapere a partire da sé, in rapporto con la propria esperienza, cosa che conferisce consistenza e autorevolezza alle proprie prese di posizione, e in relazione con altre. Tuttavia, l’impresa non riguarda più la scoperta di sé, bensì la scoperta di sé attraverso il proprio amor mundi. La voglia di fare.

Scoperta di sé in questa assunzione della propria forza rivela – come abbiamo fatto nel gruppo di lavoro – che dipende dalla capacità di includere cadute e fragilità, come componente costitutiva e non come accidente – quali fantasmi fanno da impedimento? Di cosa abbiamo bisogno? In cosa ci sentiamo minacciate nell’esporci? Come sciogliamo questi impedimenti, uno per uno, con gesti anche millimetrici?

Infine. Un accenno di pratica che rivolgo soprattutto alle giovani donne che mi pare abbiano disponibile la leggerezza dell’apprezzamento e della fiducia tra donne, senza che questo si presenti più come un faticoso guadagno. Guardiamoci, ciascuna, nel luogo in cui siamo. Ciascun luogo è una risorsa di sapere e di agire, di immaginazione, di creazione sociale. In alcuni casi alcune di noi sono in luoghi socialmente “pregiati”. Quel che lancio come proposta è di istituire degli incontri – trasmutazione dei gruppi di autocoscienza – in cui il racconto di un’altra, sulla sua esperienza lavorativa, per quanto distante, possa fare da leva per pensare e agire altrove e altrimenti. Ed eventualmente dove si creino alleanze nel fare, coordinamento, collaborazioni. E che ciascuna trovi, nelle sue passioni di lettrice, fonti, immagini, per dire di più. Da qui può nascere qualcosa che sta tra il furto, il conflitto e l’alleanza con alcune nuove forme di legame tra sapere e spazio pubblico: dalle lobby, troppo ridotte alla logica degli interessi, ai think tank, pensatoi per esperti di lusso. Ad approfittare della propria forza si può essere più generose e visionarie. Ed efficaci.

ri-letture, una nuova pagina Donnae per documenti scritti appena ieri. Dopo il post sul femminicidio, uno scritto di Federica Giardini per l’edizione 2009 della scuola politica Udi, il cui titolo era “che ti sei messa in testa? l’ambizione tra politica, sapere e vita pubblica”

PDF TESTO

PDF DOCUMENTO CARTELLA

l’immagine è un dipinto di Vania Elettra Tam

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 26 maggio 2013 da in femminismo, filosofia, laboratorio, politica, ri-letture con tag , , , , .

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