laboratorio donnae

“il genere è talmente pervasivo che ci sembra naturale anziché costruito”

in love 1996, olga bulgakova “Gender”, di Liana Borghi  scritto nel giugno 2000

Il termine gender (genere) ha una lunga storia nel mondo anglosassone, e non è poi nemmeno vero, come si crede, che il concetto dei ruoli sessuali riferiti al genere sia stato introdotto da John Money solo nel 1955. Che il maschile e il femminile non siano effetti di natura ma una costruzione sociale l’aveva già teorizzato Platone. In Inghilterra, a fine Settecento, Mary Wollstonecraft l’aveva poi ampiamente spiegato riportando il discorso alla propria esperienza, e mezzo secolo dopo John Stuart Mill, dietro suggerimento di sua moglie Harriet, aveva ribadito che la femminilità è cosa “artificiale”, utile a mantenere le donne in uno stato di soggezione e soggiogazione. E l’ondata internazionale del primo femminismo aveva prodotto varie e articolate spiegazioni sulla condizione di quello che Simone de Beauvoir, nel nostro dopoguerra, ha chiamato il Secondo sesso. Non si trattava però ancora di gender, termine abbastanza controverso perché non ha equivalenti precisi in lingue non anglosassoni, ma ciò nonostante passato nella cultura mondiale con il bagaglio di dibattiti e contestazioni che hanno accompagnato la sua formulazione e i tentativi tuttora in corso di decostruirla. Al gender è stato affidato il compito di analizzare i rapporti di potere tra donne e uomini in ogni campo, dalla riproduzione alla produzione, e il loro collegamento con l’istituzione eteropatriarcale; ma per impatto delle critiche provenienti dal pensiero della differenza, dalle teorizzazioni postcoloniali e dalle teorie lesbiche, gay e queer, negli ultimi anni è diventato, come vedremo, una categoria necessariamente accessibile a drastici riposizionamenti di corpi e soggetti.

Nel linguaggio delle scienze sociali, il gender denota la consapevolezza di un dimorfismo sessuale attribuito al sesso genitale di una persona. Tuttavia, nell’ultimo ventennio, per impulso del femminismo e degli studi delle donne, il discorso sul genere ha raggiunto uno spessore

epistemologico che investe ogni campo del sapere. Il concetto generale si spiega con alcune semplici osservazioni.

Sulla base materiale di una originaria distinzione tra chi produce cibo e chi riproduce e cresce i figli, la società organizza e produce modelli di relazioni sociali tra donne e uomini che comprendono la famiglia, le classi sociali, e ogni forma di organizzazione e di struttura occupazionale. A loro volta, per sostenere questi modelli relazionali, donne e uomini si differenziano e riproducono le loro differenze attraverso meccanismi di controllo famigliare e sociale, come la religione, il linguaggio, l’educazione, la cultura.

Il genere è talmente pervasivo che ci sembra naturale anziché costruito.

In sociologia e pedagogia, l’americana Nancy Chodorow e la nostra Elena Giannini Belotti hanno spiegato fin dall’inizio degli anni Settanta il meccanismo di trasmissione delle caratteristiche di genere (valgano per tutte il fiocco rosa e il fiocco blu dei neonati). Nella nostra cultura i generi vengono assegnati su basi biologiche a seconda del sesso maschile o femminile; ma dal punto di vista della socializzazione di un individuo i sessi sono quattro o sei, a seconda che le persone adulte seguano l’orientamento ricevuto nell’infanzia o non lo seguano, come i travestiti, i transgender o i transessuali. I nostri pregiudizi di genere si rivelano ogni volta che non riusciamo a inquadrare una persona nella categoria di genere appropriata, appunto nel caso di persone che rifiutano etichette omologanti. Questo fenomeno investe anche l’organizzazione e la trasmissione del sapere: recentemente varie scienziate femministe hanno dimostrato l’inquinamento dell’oggettività nella ricerca scientifica quando vi è implicato il genere, ma gli esempi di misoginia non si limitano certo a questo, e sono purtroppo all’ordine del giorno. In quanto parte di una struttura sociale prescrittiva, il genere è strettamente collegato a modelli di dominio e subordinazione che includono sia la divisione del lavoro domestico e salariato, sia il controllo del corpo femminile, per esempio nella regolamentazione delle nascite da parte dei governi. In tutte le società il genere si coniuga variamente con altri fattori, tra cui classe, razza, etnia, preferenza sessuale, età, costituendo un sistema di stratificazioni sociali collegato al potere, al prestigio, alla ricchezza.

Nonostante le millenarie speculazioni sui sessi (spiega la storica tedesca Gisela Bock), solo dopo la metà degli anni Settanta “il genere fu introdotto come categoria fondamentale della realtà, della percezione sociale, culturale, storica” che differenzia la sfera delle donne da quella degli uomini, permettendo analisi complesse del loro intreccio,2 e questo non solo nella storia, ma sempre più attivamente in tutte le discipline. Accanto agli studi sulle donne (women’s studies), diffusissimi nei paesi occidentali, sono comparsi i men’s studies che studiano soprattutto la costruzione socioculturalemdella virilità.

La più recente analisi del genere si fonda sui molti tentativi femministi di smascherare quelle che Teresa De Lauretis ha chiamato, appoggiandosi a Foucault, le tecnologie del genere. In questi ultimi anni una quantità di studi post-strutturalisti indagano sul corpo come dispositivo non innocente, collegato indissolubilmente alla tecnologia, e più specificamente sulle condizioni materiali della costruzione di corpi femminili. Nella ricostruzione storica di questo discorso viene riconosciuta l’importanza fondamentale di Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, che già nel 1949, con quel famoso “donna non si nasce”, contestava il nesso obbligato sesso-genere, specchio del binomio natura-cultura. Nel 1975 un notissimo saggio dell’antropologa americana Gayle Rubin tracciava una mappa del sistema che collega il sesso cromosomico al genere culturale -fondamento della norma eterosessuale su cui poggia il patriarcato. Riprendendo questo discorso, Adrienne Rich, nel suo famoso saggio “Eterosessualità obbligatoria ed esistenza lesbica” (1980), tracciava una linea politica di affinità femminile, un “continuo lesbico” basato da un lato sullo specifico del corpo e dall’altro sull’oppressione materiale delle donne. E mentre nel saggio “Thinking Sex” (1984), Rubin poneva quella distinzione tra sessualità e genere a cui avrebbero poi fatto riferimento le varie teorie dell’omosessualità, dal lesbo-femminismo al queer, Rich pubblicava in quello stesso anno la sua teoria politica sul posizionamento di genere, riconoscendo, a partire dal corpo, le differenze tra donne, specie quelle razziali ed economiche, cancellate dal concetto femminista di sorellanza…

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L’immagine è un’opera di  Olga Bulgakova

6 commenti su ““il genere è talmente pervasivo che ci sembra naturale anziché costruito”

  1. Paolo1984
    19 giugno 2013

    virilità e femminilità a prescindere dall’orientamento sessuale che è un’altra cosa, (ci tengo a dire che non le vedo necessariamente come qualcosa di negativo) però sono sopratutto oggi qualcosa di incredibilmente complesso che ognuno vive come crede..certo influenzato culturalmente ma noi tutti siamo un mix di natura e cultura e storia, ciò non ci rende meno capaci di decidere per noi stessi e di capire cosa vogliamo..pur in mezzo a tante difficoltà anche grandi

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    • Paolo1984
      13 luglio 2013

      e nessun modo di vivere la propria identità di genere è meno autentico dell’altro a prescindere da quanto questo modo sia diffuso o meno

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  2. paolam
    19 giugno 2013

    Terrei in evidenza la distinzione tra il concetto di “genere” e quello di “sesso”, a prescindere da tutte le filosofie: il sesso è un dato biologico, e biologicamente i sessi sono due, determinati dalla 23° coppia cromosomica, di ogni nostra cellula, e della cellula iniziale, coppia 23 che può essere XX o XY, “tertium non datur”. A parte i casi di intersessualismo, che però non so (sono ignorante) se abbia origine al livello della 23° coppia cromosomica, oppure no, e in che modo. Urgono lumi dalle biologhe. Da questa distinzione derivano i caratteri sessuali primari e secondari. Il resto, certo, è cultura, e quindi è “genere”. A proposito, la 23° coppia cromosomica, che determina il sesso dell’individuo, può essere un XX pieno, che fa una femmina, e un XY, cioè un XX meno un pezzetto, che fa un maschio. Insomma, in biologia, i maschi hanno un pezzo di meno. Ma già lo sapevamo?

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  3. Giusi Ambrosio
    20 giugno 2013

    Trovo interessante il riproporre la riflessione sul genere con la chiara consapevolezza di quanto già ricco e profondo sia stato il dibattito e l’emergere di valutazioni anche differenti. Che vi siano state e vi siano delle costruzioni di genere è evidente sia a partire dal dato naturale ma
    anche definibile storicamente nelle diverse epoche, nelle situazioni ambientali,nelle classi sociali, ecc, ecc,.
    Ho provato a riflettere su due nodi centrali della costruzione del genere,a mio parere significativi.
    Il primo nodo è relativo a quanto la costruzione sia risultato di un patto tra i due sessi,
    patto fondativo della società nell’uscita dallo stato di natura, avvertito come precario e insicuro per le singole vite, oppure quanto sia risultato di un dominio di un sesso imposto a un altro sesso mediante la definizione non solo di ruoli e funzioni ma di modi di essere e di qualità.
    Il secondo nodo è relativo a quali caratteristiche si siano sviluppate a partire da una condizione data e come è accaduto che le qualità richieste abbiamo sviluppato personalità di genere a cui sarebbe stato difficile sottrarsi se potenzialmente mettevano
    a rischio l’ordine sociale e la conservazione dello stesso.
    In questa nostra fase di pensiero e di storia, tento di riflettere su come e quanto Corpi differenti possano avere una diversa conoscenza e quindi provare a elaborare una diversa filosofia della conoscenza. E poi provare come sempre di nuovo a partire….
    Giusi Ambrosio

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  4. Patrizia Colosio
    24 giugno 2013

    Interessante lavoro di sintesi; non condivido la lettura di Judith Butler che mi sembra piuttosto riduttiva; in particolare questo passaggio:” Martha Nussbaum osserva che Butler, seguace di Althusser, non vede via di uscita dal sistema. Quindi non solo ritiene che il potere sia inamovibile, ma che tutti
    erotizziamo le strutture che ci opprimono e proviamo piacere soltanto in loro e attraverso di loro; e perciò non teorizza forme di associazionismo politico (come il femminismo) per modificare leggi, usi e costumi.”
    Direi esattamente al contrario: Butler parte dalla propria esperienza di soggetto”abietto” per costruire alleanze sempre più inclusive; basti guardare al suo “Vite precarie” o meglio ancora a “La disfatta del genere” La sua appartenenza al movimento lgbt si accompagna sempre ad un pensiero critico e posizionato: clamorosa la sua rinuncia al premio al gay pride di Berlino per le derive razziste. Quanto alla lotta al sistema ricordo la sua partecipazione attiva al movimento “Occupy wall street”. Non credo di poter lo stesso di Nussbaum
    Patrizia Colosio

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    • Paolo1984
      24 giugno 2013

      ma poi stabilire che noi “erotizziamo le strutture che ci opprimono” cioè in parole povere, che ciò che ci piace è sbagliato mi sembra arbitrario e giudicante

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