laboratorio donnae

“siamo protagoniste come non lo siamo state mai”

 

di Valentina Sonzini 

Due questioni: femminismo oggi, donne e istituzioni. E poi la “libertà”.

Essere donna per me continua ad essere un valore aggiunto. A partire dal mio corpo fertile e dallo spazio politico e pubblico che questo occupa, anche in modo ingombrante.

Dire a voce alta, con questo mio seno e questi miei fianchi, – dire anche di no – acquista una potenza e una forza che non so né esplicitare, né quantificare ma che, mi rendo conto, si impone con decisione e al di là di ogni ragione e aspettativa.

Un corpo di donna che parla occupa uno spazio diverso, amplifica il messaggio, soprattutto se lo fa in contrapposizione. Se essere donna è realmente un privilegio e una responsabilità, una donna che parla da sola acquista un valore e una rappresentatività diversa, sostanzialmente diversa, da un coro di voci femminili all’unisono. Non penso che la voce sola si imponga e abbia un peso maggiore del coro, ma va valutata questa presa di parola singola come la capacità che abbiamo acquisito di lasciarci oltre un indistinto di gruppo, per approdare ad una modalità particolare. Che può penalizzarci, oppure può garantirci un livello di responsabilità ancora maggiore e consentirci quindi di compiere un passo più risoluto e definitivo verso le istituzioni e l’esercizio del potere per il bene comune.

Il femminismo ci ha aiutate a crescere; forse nella nostra maturità la presenza del femminile si configurerà come un insieme di singole, e non come un corpo unico. Già adesso, i movimenti che si costituiscono sull’onda di un obiettivo comune delineano una modalità politica inedita e trascinante. Che si attesta anche in contesti istituzionali, paralizzando l’andamento solito di partiti incollati a logiche e strutture farraginose, e inconsapevoli – almeno “da fuori” – di come il postdemocratico sia una modalità già nettamente prevalente nel nostro agire quotidiano.

Da tempo la politica si muove oltre le istituzioni e precede il legislatore. Il senso comune precorre i tempi biblici di un sistema democratico che ha perso la propria spinta propulsiva per arenarsi in modalità non sempre di facile lettura. E’ lo scotto che deve pagare chi vive la transizione. Non comprendere l’inevitabilità di questo passaggio, inchioda ad un immobilismo sordo foriero di oscurantismo.

Eppure questa crisi, questo stallo della democrazia, ci insegnano anche a ritagliarci uno spazio nostro di azione, e di reazione. Nel quale essere attrici di scelte aderenti al nostro modo di essere, che obliterino il sistema capitalista e con esso, un patriarcato alla frutta che batte gli ultimi colpi di coda uccidendo e sfregiando con l’acido.

Siamo protagoniste come non lo siamo state mai. Pur con il nostro peso di morte, pur nella difficoltà quotidiana di interpretare cause ed effetti.

Dove sta quindi la libertà? Ovunque, rispondo. Mi guardo intorno e vedo che sono stata libera di scegliermi il compagno giusto, di vivere in questa città, di avere gli amici che mi assomigliano, di fare molte cose, di viaggiare e di creare relazioni e contatti. Ovunque mi sento libera di essere la donna che ho voluto essere.

Libertà non è più voler diventare ciò che si sognava. Ha per me tratti inediti, soprattutto da quando mi sono affrancata dall’obbligo della maternità culturalmente imposta.

Non essere libera oggi è per me non riuscire a fare il mio lavoro. Aver dovuto ripiegare su di uno stipendio racimolato per vivere, senza ottenere la concretezza di una affermazione professionale.

Questa è la mia non-libertà. Pesantissima ed ineludibile.

E’ per molte come me la cifra tangibile della mancata emancipazione. La nuova gabbia a cui ci costringono una crisi inventata e misure di austerity che non raccontano nulla di nuovo.

Per questo, al disagio di donna ai bordi del sistema, si aggiunge un’altra inquietudine: la dicotomia donna/cittadina. L’inadeguatezza del presente richiama la necessità di ribadire la propria partecipazione. Al bisogno di affermare quotidianamente il mio io al femminile, si aggiunge l’urgenza di trovare risposte come cittadina, e l’incapacità, talvolta, di convogliare il disagio in un’unica rivendicazione.

Mi chiedo spesso: ma questo lo posso pretendere da donna o dovrei piuttosto ottenerlo come cittadina votante? Devo fare della mia lotta una rivendicazione di genere, o piuttosto devo imporre il mio agire come movimento di pensiero sovrano?

Anche da questo non riesco ad affrancarmi. Anche questa è una mia non-libertà.

 

Contributo di Valentina Sonzini per l’appuntamento LIBERTA’ IMPRESCINDIBILE di  Laboratorio Donnae del 2 giugno al quale non ha partecipato per un impegno di lavoro. Genova, maggio 2013

L’immagine è un’opera di Robin Clerici

 

3 commenti su ““siamo protagoniste come non lo siamo state mai”

  1. PatCap
    20 luglio 2013

    Autorità femminile come pratica dell’autorizzarsi.

    Un contributo politico sul filo della necessaria autonomia, partendo dal (mio) lavoro (o lavorìo), sempre aperto e vitale, nel confronto e nella ricerca continua tra donne (e uomini):

    “Per dare autonomia e spazio, soprattutto interiore, al simbolico femminile, occorre anche esprimere una certa autorità femminile nell’agio di una parola, priva della paura del rifiuto o del bisogno di accettazione e che, anche quando resta muta, non si pensi mancante per colpa altrui, ma percepisca il senso del proprio essere che vuole e può essere. Tale significanza passa attraverso l’altra non solo nella possibile alleanza sociale, ma proprio nella relazione, vissuta e diretta, da donna a donna, come forma di mediazione sessuata nel «gruppo separato delle donne, forma politica inventata con il femminismo [che] ha dato al sesso femminile esistenza sociale visibile e autonoma» (Libreria delle Donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, p. 139). Ma, deve assumerne il senso. Non è in sé, o solo, l’albergo o il riparo separatista tra donne a rendere significante la differenza. Bisogna restituire, anche idealmente, potenza simbolica a quella figura materna dell’origine, spessa espropriata dal destino sociale femminile dominante.
    Af-fidarsi all’altra e fidarsi dell’altra, riconoscendola con tutto il dono della sua disparità e anche distanza, esprime una scelta, la svolta e la direzione di un percorso fruttuoso per l’universo femminile: «Il frutto simbolico dei rapporti fra donne entra nel mondo e mostra la sua origine. Mostra che il prima e più grande di una donna è ancora una donna, fin dall’origine» (ibidem, p. 139). Attraverso la ricerca filosofica, scrive Luisa Muraro, è possibile sì ricercare l’indipendenza simbolica dalla realtà data, ma pagando (per una donna) il caro prezzo del distaccamento materno, quasi un dislocamento irreversibile, nonostante lo stesso bisogno filosofico di andare e tornare, comunque e continuamente, al principio delle cose come ricerca, spesso disperata, dello stesso principio di realtà o del suo ritrovamento, proprio nel senso originario di essere.
    L’invito è a una cultura dei rapporti femminili che parta dalla parzialità esperienziale singolare per permetterne l’espressione, per cui la mediazione femminile, scrive sempre Luisa Muraro, appartiene al «registro del metonimico, ossia del rapporto in presenza, in combinazione, in prossimità […] [per la] traduzione di sé nel mondo senza dispersione di sé» (L’apprendimento dell’’incertezza, p. 87), anche se non ancora pienamente sufficiente. L’importanza di nominare la relazione tra donne e, allo stesso tempo, la forma dispari di tale relazione scompagina in modo decisivo la cosiddetta economia binaria tra corpo e pensiero, tra femminile e maschile […]”.

    (in Patrizia Caporossi, Il corpo di Diotima. La passione filosofica e la libertà femminile, Quodlibet 2009, 2011, pp. 89-90)

    Mi piace

  2. Paolo1984
    20 luglio 2013

    quanto alla maternità, credo che oggi per fortuna i figli (a volte cercati, a volte imprevisti) siano una scelta, per fortuna, la maggioranza delle volte. Però in Italia c’è un problema di abuso dell’obiezione di coscienza negli ospedali che va affrontato

    Mi piace

  3. Anna Gatti
    21 luglio 2013

    grazie, grazie mille per il post.
    la non scelta tra affermazione professionale e vita familiare è una spada di damocle ed è difficile coniugarle, a volte pressochè impossibile.
    e ci sembra un miraggio da allucinazione di calore chi ti dice che politiche differenti possono incidere in modo significativo su ciò. non riusciamo neanche ad immaginarlo.
    e forse questo è il furto di libertà più grave: la libertà di immaginare cose nuove, di sognare.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 19 luglio 2013 da in donne, laboratorio, lavoro, politica con tag , .

Blog Statistiche

  • 130,820 visite

lascia il tuo indirizzo mail se vuoi sapere quando verrà pubblicato un nuovo post o un commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: