laboratorio donnae

“Viola” non è sola

particolare della copertina foto Francesco Bellin, rielaborazione grafica di Giovanna Vacirca

Valentina Colli mi ha inviato il suo libro “Viola” per avere un parere, anticipando che l’argomento era la violenza; mi ha scelta perché “so con quale delicatezza d’animo affronti questi temi”, mi ha scritto in posta privata su Facebook. Non ci siamo mai viste, il nostro incontro è avvenuto in rete.

Ho accettato con un certo timore perché l’argomento è spinoso e non avevo nessuna idea della scrittura di Valentina.  Ho letto “Viola” in treno, l’ho letto tutto d’un fiato e con il cuore in gola. Non potevo smettere di leggere, nonostante il dolore che mi comunicava. Lucido, tremendo come un quadro di Paula Rego.

Quella raccontata da Valentina è una “normale” storia di violenza in famiglia; c’è un uomo – marito e padre –  che fa vivere sua moglie e i suoi figli, un maschio e una femmina, nel terrore continuo della violenza fisica che prima o poi esploderà. L’autrice restituisce con precisione il senso di impotenza che si prova nell’essere continuamente  ostaggio della paura, in balìa della sopraffazione altrui. Descrive in modo asciutto, ma allo stesso tempo nitido, il dolore dei figli costretti ad assistere al massacro della propria madre, facendosi picchiare a loro volta nel tentativo di difenderla.

Famiglie come questa non sono una rarità se il numero più alto di femminicidi avvengono in famiglia, affondano le radici in una cultura maschilista che considera la donna proprietà dell’uomo; cultura supportata in tempi non lontani anche dalle leggi.

Bisognerà aspettare il 1975 e il nuovo diritto di famiglia perché siano eliminate le forme più odiose e arcaiche di soggezione giuridica delle donne. Con quella legge, ottenuta grazie alle lotte del movimento di emancipazione, si stabilisce per la prima volta che i due coniugi hanno diritti e responsabilità uguali e sono ambedue titolari della potestà genitoriale. Questa riforma è forse la più importante per le donne approvata dalla Repubblica: vecchi istituti come la dote e la separazione per colpa vengono aboliti; con il capofamiglia scompare anche l’autorità maritale e paterna, lo ‘ius corrigendi’, diritto del solo marito a ‘correggere’ moglie e figli; si afferma il principio base della comunione dei beni acquisiti durante il matrimonio; modificate anche le norme sulle quote ereditarie; la moglie ha il diritto di conservare il proprio cognome, a cui si ‘aggiunge’ quello del marito; cancellata infine l’odiosa distinzione fra figli legittimi e illegittimi.

Ma cambiare le leggi, non significa cambiare comportamenti e mentalità.  Le donne sanno che  la violenza non è il frutto dei guasti della società: i soprusi e i maltrattamenti  fino alla morte sono il tormento  continuo a cui le donne sono sottoposte  per controllarne il  corpo e moderarle. Qualche volta non è necessario passare ai fatti: basta la paura della violenza.

Ci sono stati anni in cui noi donne eravamo colpevoli degli stupri che subivamo perché i nostri corpi, per il solo fatto di esistere, erano responsabili delle sollecitazioni a cui i maschi erano sottoposti. C’è voluta tanta fatica per non  viverci come vittime e c’è voluto tanto  coraggio per imparare a raccontare e, con il sostegno reciproco,  trasformarci in testimoni.  Non esiste il mostro: esiste il vicino di casa, il compagno di scuola, il parente  prossimo. La legge che abbiamo conquistato è solo uno  strumento per la nostra salvaguardia.

“Per combattere un nemico tanto violento, per contrastare ogni più piccolo germe di questa normale malattia, noi donne dobbiamo essere unite, parlare, non mettere una distanza tra noi e le altre e, soprattutto, non sentirci mai estranee o privilegiate.Se non ti è mai capitato di prendere delle botte, non per questo puoi lavartene le mani. Dobbiamo guardare a quella donna picchiata con altri occhi: quella donna siamo NOI. Non possiamo pretendere che lei da sola faccia quello che noi tutte non riusciamo a fare: far smettere agli uomini di essere violenti. Quella donna, come noi, se ha un lavoro è precario e spesso sottopagato, almeno rispetto a quello equivalente di un uomo; se ha una casa spesso ce l’ha insieme a un uomo e ai figli. Se poi quella donna si rivolge alle istituzioni, quali risposte troverà?” (1)

Perché una donna non subisca maltrattamenti in famiglia occorre che non si senta sola. Non sia sola. Una donna è sola quando diventa trasparente per gli altri che non vedono la sofferenza e neppure i lividi sulla sua faccia.

“Viola” è la storia di tante donne, è tante donne che ci camminano accanto e che noi non vediamo. Ma quando Valentina e Viola si incontrano – per caso alla fermata di un tram – si riconoscono e parlano parlano raccontano. Diventano testimoni.

Pina Nuzzo

 (1) Documento Udi, Staffetta di donne contro la violenza sulle donne, 2009

Prefazione di Pina Nuzzo al libro di Valentina Colli “Viola”,  Armando Siciliano Editore 2013

L’immagine è un particolare  della copertina:  foto Francesco Bellina, rielaborazione grafica di Giovanna Vacirca

2 commenti su ““Viola” non è sola

  1. Pingback: “Viola” non è sola | bumbi Media Press

  2. vlibero
    28 luglio 2013

    L’ha ribloggato su parolechesisussurranoe ha commentato:
    Nessuno, mai che sia padre, marito, o solo per fatto di essere uomo: deve avvalersi del diritto di picchiare una donna. Nessuno può in virtù di un maschilismo antiquato, calpestare i diritti, la libertà e la vita di una donna. La legge non aiuta le donne… Anzi. Condanne severe, ecco ciò che serve, e istituzioni pronte a proteggere le donne vittime di abusi. Ci arriveremo mai ad averne?

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