laboratorio donnae

la capacità di generare è cosa ben diversa rispetto all’essere genitori.

8 A. Neel Margherita Evans incintaDobbiamo stare dentro il nostro tempo in modo spregiudicato e prendere le distanze da quello che si può definire il “nuovo neutro”, da quel modo politicamente corretto di leggere la realtà che appiattisce le differenze e azzera i conflitti, come se riconoscere le diverse esperienze, diverse anche per i sessi, non facesse crescere tutti.

La lingua è la spia evidente  di come si vuole rappresentare la realtà, per esempio  sembra più moderno (e di sinistra)  parlare di “coniugi” perché rimanda a una idea di condivisione che, in caso di conflitto, risulta falsa, basti pensare alle guerre scatenate in nome dei figli.

Dicendo “marito e moglie” si nomina un’istituzione, il matrimonio,  con cui la società regola un certo tipo di rapporto tra due persone di sesso diverso. Tanto che  noi a suo tempo ci siamo pure battute perché le donne non fossero la parte debole e succube.

Nelle trappole della lingua si cade anche quando si parla di famiglie e non di famiglia, eppure è proprio l’uso di quel termine a tradire un pensiero, dove quel modello istituzionale resta l’unico a cui tutti e tutte, etero e no, dovrebbero ambire per sentirsi in regola, nella socialità dei rapporti umani.
Se si fanno sparire i generi da questa istituzione – non parlo del sacramento che è altra cosa e qui non ci riguarda – non eliminiamo automaticamente la divisione dei ruoli, piuttosto si espelle dal rapporto a due, di un uomo e di una  donna, la  titolarità del generare che è, ancora, delle donne.

La capacità di generare è cosa ben diversa rispetto all’essere genitori.

Di questa titolarità non ci siamo fatte carico pienamente. Noi ci occupiamo di gravidanza e di bambini ma non siamo ancora in grado di assumere la responsabilità verso il nostro corpo fertile, che concepisca o no, che partorisca o no, perché se lo vedessimo in tutta la sua potenza sapremmo che non ci si può chiamare fuori dall’esercizio del potere. Neanche con il  femminismo siamo state capaci di scendere nelle viscere di questo problema, anzi esso ha rafforzato la naturale diffidenza delle donne verso il potere in tutte le sue forme.

La libertà di decidere quando e se fare figli, che ci siamo duramente conquistate, ci viene  spesso rinfacciata perché chi ha consuetudine con il potere sa che  poter decidere di sé è il primo passo per stare  nel mondo alla pari e ovunque si decide.

Se ragioniamo a fondo su tutto questo sapremo perché abbiamo perso l’occasione di avere titolo nel dibattito sulla PMA e perché e come, nel giro di pochissimo, è potuta passare una legge come quella sull’affido congiunto.

Abbiamo esperienza della libertà in un mondo che ce la fa pagare a caro prezzo.

Dovremmo saperlo anche dalla nostra storia, perché non siamo libere per caso e perché non siamo libere per concessione, ma solo grazie alle nostre lotte: ci siamo dovute ribellare al padre,  al sacerdote, al controllo sociale e lottare per una democrazia che ci comprendesse, almeno in parte.

Per conquistarci uno spazio pubblico abbiamo dovuto faticare e tanto…

Pina Nuzzo

 

Testo tratto dal documento scritto in occasione del seminario dell’UDI del 22 febbraio 2007 per l’avvio della Campagna 50E50.

Qui il testo completo:https://scrittiperamoreperdisciplina.com/50e50/documenti/50e50-ovunque-si-decide/

Queste parole mi sono tornate in mente leggendo la proposta della consigliera comunale di Venezia Camilla Seibezzi, delegata del sindaco ai Diritti Civili e alla Politiche contro le discriminazioni. Addio alla dicitura «mamma» e «papà» dai moduli per l’iscrizione agli asili nido e alle scuole dell’infanzia. Al loro posto comparirà «genitore 1» e «genitore 2».

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneziamestre/notizie/cronaca/2013/30-agosto-2013/basta-mamma-papa-sui-moduli-secondo-genitore-2222823261787.shtml

l’immagine è un’opera di Alice Neel, ” Margherita Evans incinta”

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Questa voce è stata pubblicata il 12 settembre 2013 da in conosciamoci, femminismo, generi con tag , , .

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