laboratorio donnae

“ogni volta come fosse la prima volta”

ri-letture:Sandra Dooley Niñas y Gatos

Articolo di Vania Chiurlotto pubblicato su  DWF / POLITICA. SULL’ORLO DEL TEMPO 1997, 4 (36) ottobre-dicembre.

In un articolo comparso in uno degli ultimi numeri di «Via Dogana» (Pedofili e femministe, n. 32/33, settembre ’97), a conclusione di una serie di considerazioni critiche suggerite da recenti fatti di cronaca e da iniziative legislative annun­ciate, Luisa Muraro così scrive: «Ma un simile esito non sarebbe possibile senza l’esitazione di quel femminismo che pure si vive come fedele all’ispirazione originaria di autono­mia del desiderio femminile rispetto a quello maschile. Esita­zione a pensare e a realizzare una società rispondente al senso libero della differenza femminile, esitazione a pensare e praticare il mondo a partire dalla relazione di differenza con l’uomo. Se l’opera materna è improvvisamente sparita dal quadro (non in realtà, sia chiaro, ma fino a quando?), questo si deve, certamente, a una sua perdita di valore nella mente di uomini e donne in gara per il potere. Ma anche a un non pensiero femminista del mondo nel segno della differenza. Cioè, un non pensiero della libertà femminile nella relazione con l’altro da sé».

Poiché so di me che quanto meno cerco di essere fedele all’i­spirazione originaria e che di sicuro non sono in gara per il potere; poiché so che limitarsi a criticare quella «parte non piccola del femminismo che si trova oggi impegnata in una specie di sfida fallica con il sesso maschile» è un esercizio necessario ma alla lunga sterile, è inevitabile che mi senta fra quelle chiamate in causa dall’osservazione di Muraro.

Io vedo che affidare unicamente alla pratica delle relazioni il corso della libertà femminile nel mondo non mi basta se non ci sono luoghi politici pubblici in cui leggere, delle relazioni tra donne, problemi ed esiti, scacchi compresi e soprattutto scacchi. Io chiamo luoghi politici pubblici quelli in cui ci si da l’opportunità di discutere di queste cose avendo la sensazione, la convinzione, che importi ad altre donne di farlo.

lo chiamo ‘comunità’ la condivisione di questo rischio, non la pura giustapposizione di spazi separatisti. Insisto sulla verifica degli esiti e soprattutto degli scacchi non per furore lesionista, ma per il suo contrario. È importante che le forme politiche da donne inventate per agire la propria libertà siano esaminate analiticamente, ciascuna per il conte­sto di tempo di luogo e di rapporti in cui quella forma è stata sperimentata.

Uso non a caso il termine ‘sperimentata’ non per alludere a una improbabile scientificità sociologica, ma perché la coscienza che ci si sta mettendo tutte e ciascuna alla prova – tutte quelle che lo vogliono – dà dignità anche a quei vuoti o a quelle motivazioni, non sempre illuministica­mente trasparenti a noi stesse, su cui una relazione si fonda, o non si fonda, o si trasforma, o fallisce. Mi pare l’attitudine essenziale per dare parola –  la dignità è poi questo –  a quell’inedito che ogni volta si produce quando donne incon­trano altre donne perché inseguono il piacere di dare alla propria vita un senso che non sia funzionale a desideri altrui.

E anche per stabilire comunicazione fra donne nuove alla politica – non necessariamente giovani – e donne che nella propria passione e storia politica hanno accumulato sapere: un luogo per verificare, ogni volta come fosse la prima volta, quali dinamiche entrano in gioco quando si passa dalla predi­cazione alla pratica della relazione.

Concordo con Cigarini (DWF n. 34/35 p. 57) sul fatto che «le relazioni tra donne si costituiscono o si possono costituire in qualsiasi ambito sociale», ma se non c’è l’intenzione politica di leggere quelle relazioni, esse costituiscono un puro regime di necessità, di scambio senza rischi, senza un di più che dica della libertà, oltre che delle reciproche convenienze. Le relazioni che si costituiscono mantenendo la loro dinamica esclusivamente all’interno dell’economia di quella relazione, senza reale dibattito che sia misura e verifica degli esiti, danno luogo a situazioni che tutte conosciamo. Per esempio ad alleanze tutte interne alla «sfida fallica con il sesso maschile» – non interessa qui se vincenti o perdenti sia  quanto alla sfida sia quanto all’alleanza – con debito corteo di scambievoli citazioni, opportuni distinguo, prevedibili tributi e claque organizzate. Un teatro in cui, proprio come a teatro, solo negli a parte si sussurra a gran voce la verità di quelle relazioni.

Abbiamo negli anni anche assistito a pratiche di relazione che vengono prospettate come capaci di costituire casi esemplari – dalle ‘donne di Cornigliano’ e via via – senza che poi più nulla venga detto sugli esiti nel tempo di quelle esperienze: e quindi sui prezzi, sui vantaggi, sulle vite di quelle donne sparite al senso.

Ci sono poi pratiche di relazione che si intrecciano all’interno di quei particolari ambiti sociali che sono le diverse imprese e i luoghi delle donne per cui del luogo si danno per scontate l’esistenza e le possibilità, ma senza che di quel luogo si assumano -in nome del primato della relazione – le regole e la responsabilità che ne consentono l’esistenza: quella che io chiamo «la politica dell’uovo del cuculo», e che in genere sfascia i luoghi senza rendere più significative le relazioni. Potrei fare molti esempi e nessun esempio: perché ciascuna di queste situazioni richiederebbe narrazione del contesto in cui si collocano atti, gesti, dettagli apparentemente minuti che senza quel luogo politico simbolico di cui parlavo non arrivano ad avere dignità, a dare appunto parola all’inedito che pure stiamo producendo.

Quel che Muraro chiama «esitazione», con un termine che evoca una qualche codardia politica, io lo rivendico. Perché non mi accontento di tagli fatti da altre, di oltre frettolosamente assunti, di pratiche non riflettute in proprio ma interpretate – cortocircuitando sulle raccomandazioni d’uso – come applicazione di teorie.

Se la politica non è questo luogo pubblico, per la mia vita – in cui la politica non coincide con la professione -in cui non mi interessa un ruolo sociale con caratura femminista  – in cui avverto il puro valore di strumento di istituzioni femminili come questa stessa rivista – in cui mi ripugna partecipare a quel mercato istituzionale dove le donne pagano-tre-e-prendono-uno, per la mia vita il sapere rimane come coatta privata lettura del mondo.

Vania Chiurlotto

l’immagine è un’opera di Sandra Dooley “Niñas y Gatos”

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Questa voce è stata pubblicata il 3 novembre 2013 da in conosciamoci, donne, femminismo, politica, ri-letture, storia, tessitura con tag , .

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