laboratorio donnae

194: stato di tensione permanente

CristinaTroufa 2

Nel settembre 2012, al primo appuntamento Donnae- NASCERE DONNA: PRIVILEGIO E RESPONSABILITA’ – la discussione prevedeva che ciascuna, a partire da sé, dicesse cosa comporti avere un corpo di donna. Quello che segue è una parte del mio intervento centrato sulla 194.

In questo nostro primo incontro vorrei parlare di alcune riflessioni che ho fatto sulla 194, proprio a partire dalle parole che hanno animato web e media. Su questa legge, periodicamente la rete si infiamma. Anche con ragione, infatti l’alto numero degli obiettori rende quasi impossibile, in alcune zone d’Italia, l’interruzione volontaria della gravidanza nei modi e nei tempi ottimali. Si tratta in pratica di un boicottaggio iniziato il giorno dopo l’approvazione della legge che  genera nelle donne uno stato di tensione permanente.

Ora nessuna ha mai contestato il diritto all’obiezione di coscienza, anzi il movimento delle donne, l’Aied, hanno più volte cercato soluzioni come quella di effettuare concorsi riservati a medici non obiettori. O la richiesta di un registro per i medici obiettori. Senza nessun risultato, discussioni a non finire, invece. Sapendo che il boicottaggio alla 194 – in realtà all’autodeterminazione – non si fermerà, dobbiamo noi per prime trovare parole nuove che la ricontestualizzano.

Sarà noioso ricordarlo, ma per quelle della mia età, la conquista di una legge significava uscire dall’aborto clandestino e non dover rischiare di morire in conseguenza di un aborto clandestino.

In quegli anni la sessualità di una donna era condizionata dalla paura di una gravidanza indesiderata e se il rapporto avveniva fuori dal matrimonio era esposta alla riprovazione sociale. Infatti esisteva il cosiddetto ‘matrimonio riparatore’. Come il reato di adulterio. Capimmo allora che se volevamo progettare la nostra vita dovevamo liberarci del controllo sul nostro corpo e individuammo nell’accesso alla contraccezione uno strumento. E in una legge per l’interruzione volontaria di gravidanza il mezzo per andare verso il superamento dell’aborto stesso.

Infatti, quella che sbrigativamente denominiamo 194 si chiama invece “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” e all’articolo 1 recita:Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.

Questo pensavamo anche noi, allora, ma…

Ci sono tanti ma su cui rimugino tra me e me a partire da quello che leggo. Spesso taccio perché il dibattito sulla 194 si è andato via via radicalizzando. O di qua o di là. Mentre sarebbe necessario e perfino liberatorio capire cosa è cambiato nella sessualità delle donne da quando, in quell’ormai lontano 1978, grazie a quella legge, hanno avuto accesso alla contraccezione.

Cosa ha comportato poter separare il corpo riproduttivo dal corpo sessuato?

Mi tornano in mente i tanti ragionamenti fatti a suo tempo, nel pieno di battaglie quotidiane per una corretta applicazione della 194. Passavamo le nostre vite al microscopio, ci chiedevamo come mai alcune di noi – con nomi, cognomi e presenti – nonostante i contraccettivi, ricorressero all’aborto.

In questi giorni, casualmente, ho trovato dei fogli scritti a mano da me, ma è chiaro che si tratta di un testo collettivo, dove è riportata una riflessione ancora valida. Ne trascrivo un passaggio: “Dal punto di vista del rapporto con il nostro corpo è discutibile che l’aborto sia una scelta, se per scelta si intende un atto di libertà. Non è una scelta se ad esso si arriva per il fallimento o l’ignoranza della contraccezione. Diventa qualcosa di indefinibile se ad esso ricorrono donne informate che hanno accesso alla contraccezione. Eppure questo è ciò che accade, anche tra noi e in modo frequente. Siamo costrette ad ammettere che una parte di noi – il nostro corpo riproduttivo – ci rimane estranea. Una lunga storia ci separa da esso: papi, stregoni, mariti, medici, lo hanno definito, mentre noi non abbiamo imparato a dargli parola. Non abbiamo imparato ad assumerci la responsabilità.[…]nel profondo percepiamo gli anticoncezionali come artificiali e innaturali; il fatto poi che  siano competenza di un medico generano insopportabili associazioni mentali fra corpo riproduttivo e malattia, fra sessualità e malattia. In ogni caso segnalano che il nostro corpo, così com’è, avrebbe qualcosa di sbagliato”

In realtà non era il nostro corpo ad essere sbagliato. Ben presto ci rendemmo conto che gli anticoncezionali a nostra disposizione erano invasivi, pensati in funzione della sessualità maschile e di rapporti istituzionali, continuati nel tempo.

Molto è cambiato da allora, i metodi contraccettivi sono cambiati e sono diversi. Ma le donne, in particolare le più giovani, continuano ad avere gravidanze indesiderate. Perché?

Quale sessualità vivono? Quali contraccettivi usano? Se li usano. Infine la domanda delle domande: la 194 rischia di diventare un mezzo di controllo delle nascite? So che questo è uno degli argomenti con cui si  tenta di mettere mano alla 194, ma non voglio attestarmi su una difesa che non sappia replicare, argomentando, alle ragioni dell’avversario.

E gli argomenti li possiamo trovare insieme a partire dal fatto che ognuna di noi, come ho detto aprendo, si metta in gioco. Su questo, come su altro.

Mi fermo qui, per adesso. La parola a voi, ognuna dica la sua.

Pina Nuzzo

leggi tutto https://laboratoriodonnae.wordpress.com/2012/09/27/partire-da-se-abbiamo-detto/

http://www.huffingtonpost.it/2013/11/06/alessandra-kustermann-i-cimiteri-per-bambini-non-nati-_n_4223203.html?utm_hp_ref=tw

 

 

 

L’immagine è di CristinaTroufa 

2 commenti su “194: stato di tensione permanente

  1. Fiammetta
    7 novembre 2013

    Riflettevo nei giorni scorsi, proprio circa la radicalizzazione del dibattito in rete sulla 194. Sempre più spesso mi capita che, nell’atto di difendere questa legge, io venga tacciata da altre donne in virtù del mio sentire legittimo l’aborto come scelta. Ho cercato così di interrogarmi sui motivi – presunti – per cui alcune donne vivano questa legge, questo diritto, come un atto abominevole, “contro natura”, ancora confinato nel perimetro dell’indicibile; invece di pensarlo come una scelta fra le possibili.

    Chiara Lalli ha scritto su questo molto bene nel suo ultimo testo, “A. La verità vi prego sull’aborto. Ma temo l’equivoco che genera confusione e potrebbe alimentare la radicalizzazione del dibattito sia altrove. Sia nel trovare un accordo comune su cosa sia un embrione e contemporaneamente ri-significare le parole “vita fin dal suo inizio”. Ho provato ad accostare la 194 con la legge 40 e la confusione aumenta: qualcosa confligge. La legge 40 conferisce statuto giuridico all’embrione in quanto “soggetto coinvolto, ovvero il concepito”. Temo perciò che non si possa risolvere il dibattito sulla 194 continuando a voler tener separate le due questioni: aborto/pma.

    La mia domanda: è, perciò, davvero possibile attuare tale separazione?, fra il mio corpo sessuato ed il mio corpo riproduttivo?

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  2. laboratorio donnae
    7 novembre 2013

    Ricevo questa testimonianza firmata, pubblico ringraziando la donna che l’ha scritta per la fiducia:

    Leggo sulla 194, leggo del cimitero dei feti, leggo e mi si blocca il respiro.
    Vorrei essere capace di nominare in qualche modo il mio dolore, dargli forma e colore.. ma mi sembra impossibile.
    Forse è passato troppo poco tempo, o forse il tempo non sarà mai abbastanza per poter elaborare quello che è accaduto.
    Io, quella decisione l’ho dovuta prendere. Io quella scelta ho dovuto farla. Un momento che ha segnato inevitabilmente, ineluttabilmente un prima e un dopo nella mia vita.
    Prima di quel momento ignoravo il potere del mio corpo, anzi ho sempre creduto che fossi sprovvista di quel potere. Credevo di essere incapace, non possibilitata a quindi qualcosa che non mi potesse accadere neanche per sbaglio. Invece è accaduto.
    Allora, tutto quello che ho sempre letto sulla 194 è diventata esperienza diretta, reale… è diventata carne.
    Ed ecco che mi ritrovo ad andare in quei “luoghi di felicità”con la morte nel cuore.
    Una morte che chi è li per adempiere ad un dovere, nonostante abbia accettato di svolgere il suo compito, non comprende. Gli sguardi, quando ci sono, sono di disprezzo. Ma quello che più ferisce è il “non-sguardo”, la “non-parola”: tu non esisti.
    Io ho scelto quello farmacologico, pensando che fosse più “semplice” da gestire.
    Chiaramente, quello che leggi non è mai quello che vivi.
    Prima visita.Seconda visita.Terza visita. Spogliati, vestiti, firma. E poi ancora spogliati, vestiti, firma. Vai di qua, vai di la. Aspetta. Attese interminabili nei “luoghi della felicità”. Li c’è il futuro, mentre tu non sei degna di essere guardata.
    1-2-3 pillole e poi ritorna. E tu ritorni. Voci di corridoio dicono che non sia così difficile. Ma poi, entri ufficialmente in quella stanza. Ti stendi. Il dolore comincia lento fino a diventare lacerante. Un dolore di corpo e anima. Un dolore però che non ti dai il permesso di esprimere. Quasi ti vergogni del tuo sofferenza. Il tuo dolore non ha nessun merito,non produce niente, no da vita. Quindi taci..
    Allora cerchi d’ingoiare quel dolore, cerchi di soffocare quelle lacrime miste a rabbia. Cerchi di non urlare, perché…e mentre qualcosa dentro si sgretola in mille pezzi.
    Io in questo inferno, ho avuto lo sguardo di donne che mi hanno sostenuto. Sorelle-madri che mi hanno accompagnato in questo discesa negli inferi. Loro hanno messo parole per me. Così, forse mi sono salvata.
    Ecco, di questo si dovrebbe parlare. Rendere umano questo dolore, legittimarlo, accoglierlo, sostenerlo.
    Io di questo, credo si debba parlare.

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