laboratorio donnae

l’imprenditoria e l’aggettivo ‘femminile’

– scritto di Viola De Sando –Tandem (1992), Ane Eccles

Si chiama Gemma (Erasmus Mundus Master´s Degree in Women’s and Gender Studies) il master europeo in studi di genere che ho concluso poco più di un mese fa, dopo due anni vissuti tra Bologna e Utrecht alla ricerca di una comprensione ‘diversa‘ delle cose e di me stessa. Utilizzo l’aggettivo ‘diversa’ di proposito, per sottolineare il passaggio che questo percorso di studi mi ha consentito di fare, tanto a livello accademico quanto personale. E’ stato un percorso all’insegna della diversità, di discipline e di persone, attraverso le quali ho esplorato e vissuto approcci eterogenei alle teorie e pratiche femministe, dove mi è sembrato di intravedere un filo rosso non indifferente: la messa in discussione e il confronto costante con l’altro, gli altri, le altre. Quell’altro che non è più l’opposto necessario a giustificare l’egemonia patriarcale, ma punto di partenza per un dialogo dove la differenza – sia essa sessuale, religiosa, politica, etnica – diventa mattone per la libertà di pensiero e di azione.

E’ proprio al concetto di ‘altro’ che ho voluto dedicare la tesi di laurea con la quale ho concluso nel novembre 2013 il master Gemma, concentrandomi su un tema molto in voga nell’Europa colpita dalla crisi economico-finanziaria degli ultimi anni: l’imprenditoria femminile.

Definita dall’Unione europea (Ue) come una risorsa per la ripresa e la crescita dell’Unione europea, l’imprenditoria femminile gode di un’attenzione particolare all’interno della strategia economica comunitaria. Un’attenzione che mi ha incuriosita, a partire da un dato rilasciato lo scorso anno dalla Commissione europea: in Europa il settore imprenditoriale è composto per il 30% da imprenditrici e per il 70% da imprenditori. Per colmare questo divario l’Ue ha adottato una politica ad hoc a sostegno delle imprenditrici, per aiutarle ad accedere in un settore a dominanza maschile.

Prima di cimentarmi nell’analisi di questa politica – che assume le caratteristiche di un’area di intersezione tra la politica comunitaria per l’occupazione e l’imprenditoria – mi son trovata a riflettere su domande apparentemente banali: chi è un imprenditore? Chi è un’imprenditrice? Cosa significa imprenditoria? In realtà questi semplici quesiti sono divenuti il punto di partenza di una riflessione a più livelli (giuridico, politico ed empirico), in cui ho coinvolto donne e un uomo attivi nei settori dell’imprenditoria, dell’imprenditoria femminile e delle pari opportunità in Italia e in Europa. I loro contributi -insieme all’analisi politica del quadro giuridico europeo per l’eguaglianza di genere e della strategia comunitaria per l’imprenditoria femminile – mi hanno guidato nell’esplorazione dell’immaginario che nutre le politiche europee a favore delle imprenditrici.

Si tratta di un immaginario costruito intorno ad un’unità di misura maschile, che vede l’uomo-bianco-eterosessuale-abile-indipendente-razionale diventare il cardine di qualsiasi discorso politico sull’imprenditoria, anche femminile. Già il fatto di affiancare l’aggettivo ‘femminile’ accanto al sostantivo ‘imprenditoria’ dovrebbe far squillare qualche campanello a molti e a molte.

Nei documenti europei sull’imprenditoria femminile nei quali si celebrano gli strumenti e le linee guida a sostegno delle imprenditrici, l’aggettivo ‘femminile’ ed i discorsi costruiti intorno ad esso collocano le donne con una propria attività in una categoria ‘altra’ dall’imprenditore-maschio, il cui ruolo unitario non viene messo in discussione. Questo approccio – falsamente mascherato sotto il nome di gender mainstreaming, un altro termine molto in voga nelle istituzioni negli ultimi tempi – è ancora molto lontano dal tanto nominato gender mainstreaming, la cui trasversalità politica minaccia lobby e strutture di potere fallogocentriche.

Si potrebbero inventare – oltre a quelli esistenti – tanti nomi per descrivere un approccio che relega le donne nella categoria opposta dell’Altro, dove la molteplicità di voci e le differenze periscono a scapito di un discorso dominante maschile. Il nome che ho utilizzato per descrivere questo approccio – l’approccio delle sfere divise – si rifà allo spazio,  alla divisione, anche essa binaria, di spazio pubblico e spazio privato, e alle relazioni di genere che hanno luogo in questo spazio diviso (da chi?).

L’applicazione di questo approccio da parte dell’Ue nelle cosiddette politiche per l’eguaglianza di genere riproduce e fortifica relazioni di genere patriarcali, partendo dall’origine dei nostri pensieri e sogni: l’immaginario.

Immaginare che una donna possa aprire una propria attività senza dover conformarsi ad un modello pre-stabilito o dover rientrare in una categoria ‘altra’ è una possibilità futura la cui costruzione richiede l’impegno, il confronto e l’azione di molte e di molti, altre e altri, per un domani diversamente immaginato.

link dove si può scaricare la tesi in inglese per intero: http://dspace.library.uu.nl/handle/1874/280487

link all’articolo  scritto da Viola De Sando su Uno sguardo al femminile, che approfondisce la ricerca in italiano: http://www.unosguardoalfemminile.it/wordpress/donne-e-societa/imprenditoria-femminile-il-ghetto-della-parita

l’immagine è un’opera di Jane Eccles: Tandem 1992

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