laboratorio donnae

è sempre un corpo sessuato

Ho chiesto a Valentina Sonzini  il permesso di pubblicare il suo intervento per l’appuntamento  “avere un corpo fertile” ????????????????dell’aprile 2010, così come ho fatto in un post precedente con il testo di Claudia Bruno. Valentina mi ha risposto con la mail che segue e che pubblico, sempre con il suo consenso, precisando che lo scritto era stato concepito per una “lettura ad alta voce”. Pina Nuzzo

Ciao Pina, in allegato il documento che mi richiedevi. Non l’ho toccato perché a rileggerlo mi è venuto male. Avrei cambiato molte cose, lo avrei stravolto nella sostanza di ciò che è: la mia visione del corpo fertile, della maternità di 5 anni fa. Avevo 32 anni, mi ero appena trasferita a Genova, è quasi come fosse un’altra vita. L’ho lasciato così com’era, ma molte cose sono cambiate sia fuori, sia dentro di me. L’unica vera consapevolezza è che non si può guardare al nostro corpo come se fosse un oggetto immobile. Lo si percepisce diverso ad ogni anno che passa, probabilmente perché le esperienze e le relazioni che si intessono ti consentono di percepire te stessa con modalità continuamente diverse. Questo diaframma che è la nostra pelle funge da filtro, e a volte trattiene, a volte rilascia.L’unica certezza è che l’ingombro della nostra possibilità riproduttiva continua ad essere l’unica costante del nostro stare al mondo. E’ sempre un corpo sessuato, anche quando è corpo di bimba. E lo è sempre più, anche nella vecchiaia quando il seno e i fianchi raccontano di una potenzialità sancita dal sangue trasformato. Mah. Son troppo preoccupata per l’applicabilità della 194, l’aborto occupa i miei pensieri più della maternità. Fa te! Un abbraccio, Valentina

Valentina SonziniCorpo fertile e maternità

Per questo mio intervento ho voluto raccogliere pensieri sparsi su quello che è, nel mio immaginario, il problema maternità. E ho voluto farlo non più partendo da me stessa, ma piuttosto tentando di evidenziare alcuni punti, o spunti, alcuni temi sui quali desidero soffermarmi. Non credo più che il “partire da sé”, quando si parla di maternità, oggi, abbia ancora un grande senso. Come molte di voi sono anche un po’ stanca di sentirmi raccontare le favole sul parto, la gestazione. Non provo più interesse riguardo a queste narrazioni, le trovo totalmente disgiunte dal discorso politico sulla maternità che, invece, e doverosamente, dovremmo riprendere in modo tenace. Non che a livello UDI, s’intenda, si sia mai interrotto; ma forse dovremmo iniziare a comunicare alle donne che ci circondano che, quando si parla di maternità, non si parla più di un fatto privato, ma di un politico/pubblico concreto e tangibile. E che a nulla serve gridare il dolore delle doglie se poi, questo dolore, non diventa un discorso coerente sul perché si continua a partorire con dolore.

Riconosco che questo è un tema che mi crea sempre grande disagio e vorrei qui in parte comunicarvi l’estraneità che provo in merito ad esso, che sento non corrispondermi ma che preme da tutte le parti per uscire perché modellato su principi che non sono miei ma che vengono naturalmente ritenuti validi. La relazione con esso mi porta inoltre ad un conflitto continuo tra il mio modo di “sognarmi” e il modo in cui, in generale, la società mi “sogna” come donna. Mi ritrovo quindi ostaggio di un sogno non mio, che non ho chiesto e che mi hanno imposto, ingombrante e per giunta ricorrente poiché riproposto a più voci.

Il corpo che cambia

Nell’immaginario comune, la donna gravida esiste e si muove nel mondo in quanto tale. Quasi che la gravidanza impedisse di “fare” altre cose, se non la mamma.

Una donna che diventa, o è in procinto di diventare, madre si trasforma nell’essere per definizione, acquista cioè la connotazione vera e propria di madre generatrice. Perde qualsiasi altra identità di moglie, compagna, donna tout-court, essere politico, essere attivo. È madre e basta.

Al punto tale che anche la pubblicità quando ci descrive come gravide o puerpere non riesce quasi mai ad associare altro attributo se non il neonato appeso al seno, o annodato in un passeggino. Dalla donna che porta lingerie, ti trasformi nella nutrice per eccellenza, o nella trasportatrice ottimale. Mai nella donna che, accanto al bambino, continua ad uscire e vedere le amiche, andare che ne so a seguire un dibattito, o al cinema, o che se ne sta sdraiata accanto al compagno a letto.

Quando si è madri si è madri e basta.

Peccato però che tutto ciò sia ascrivibile solo alla rappresentazione.  All’immaginario che la società cuce sopra e intorno alla donna che diventa madre. Peccato ancora che questa rappresentazione, poco o nulla abbia a che vedere con la realtà delle cose.

In un qualche modo tutto sembra suggerirci che una volta che il nostro corpo è cambiato – e in modo così definitivo – o ci si adegua agli stereotipi in voga, ovvero si è destinate ad una vita border line pur di affermare l’idea che abbiamo di noi al di fuori della maternità.

Non viviamo in un contesto in grado di accogliere e sostenere una donna che desideri continuare ad essere donna indipendentemente dalla maternità.

Riprendo volentieri in chiusura di questo primo appunto la parola d’ordine dell’8 marzo 1976 “Libera nella maternità, autonoma nel lavoro, protagonista nella società”, che ben esprime la volontà di essere un tutt’uno con la propria specificità femminile, e il desiderio concreto e vivo di essere parte di un tutto che non ti esclude, in quanto madre.

La responsabilità della riproduzione

Fino a qualche mese fa non ero madre per scelta. Da qualche mese però non sono madre per imposizione. Perché, pur volendolo, un figlio adesso non me lo posso permettere. C’è cioè una sovrastruttura che, in questo vivere i miei trentadue anni, mi impedisce di compiere liberamente la scelta della maternità. Il poter dire hic et nunc.

E a chi dice che dove si mangia in due si mangia anche in tre, io rispondo: sì, giusto, per l’appunto si mangia, ma non ci si veste, non si va in vacanza, non si dà dignità qualitativa alcuna alla propria esistenza. Una società che costringe una donna e, per estensione, una coppia, a riempire la propria vita solo dei vagiti gioiosi di un bebè è un contesto sociale nel quale non viene offerta alcuna chance per non vivere la propria condizione di genitore come una parziale sconfitta; come l’ennesima riprova dell’incapacità diffusa del sistema Italia di dare valore al lavoro che quotidianamente esprimiamo a tutti i livelli; come la riconferma che non si può vivere dignitosamente del proprio malgrado le capacità e il valore del singolo.

Quando si ha un lavoro a tempo determinato, un altro stipendio striminzito, un mutuo, la rata della macchina, le pensioni integrative, è già tanto se si riesce ad uscire a mangiare una pizza al mese. Figuriamoci vestire, cambiare i pannolini, sostenere di cure anche mediche un bambino. Da soli non si può.

Ecco allora che la gravidanza oggi, per uno strato sociale della popolazione – e, si badi bene, intendo insistere su questo concetto perché, accanto ad un bisogno di genere si manifesta prepotentemente anche un bisogno di classe -, diventa il disegno prefigurato di più nuclei famigliari che, ove e come possono, concorrono al mantenimento del nascituro, mettendo a disposizione tempi di cura ai quali, una donna lavoratrice nelle condizioni attuali, non potrebbe ottemperare.

Poiché voglio concepire la maternità come un valore sociale, ribadisco la necessità, che dobbiamo vivere come impellente e improcrastinabile, di uno spostamento dal personale al pubblico, per ribadire che la donna non può, sola, assommarsi il carico della riproduzione, senza che le venga minimamente riconosciuto il potere della sua scelta di maternità.

Siamo obbligate a vivere una sessualità continuamente schiacciata fra maternità e affermazione di sé oltre la maternità. In un contesto sociale di ripiegamento allarmante verso forme di totale assenza di welfare, nelle quali tutte quante, siamo sempre più sole. Siamo sole noi che partoriamo e le nostre madri che si trovano a fare da nonne a tempo pieno.

Il quesito al maschile: paternità e genitorialità

Le donne non hanno problemi, li pongono, come diceva bene Milena Carone. Spostare sulla donna problematiche che non le pertengono per competenza significa investirla di responsabilità che, esplicitamente, la caricano di fardelli ora però non più condivisibili né tollerabili.

Non sostengo di certo che la donna allora, a questo punto, debba affrancarsi da tutto e vivere finalmente libera, dico solo che varrebbe la pena di rinominare le questioni e attribuire a queste il nome giusto. Permettetemi però di rilevare che, in un certo qual modo, l’idea che questa ennesima pressante necessità di fare ordine nel linguaggio e nell’immaginario collettivo, spetti nuovamente a noi, come se fossimo l’unico genere pensante, mi disturba non poco. Perché significa, ancora una volta, porre quesiti, mercanteggiare con l’orizzonte, brevissimo, comune, del senso comune intendo.

È giunto direi il momento di ribadire con forza già quello che accennava il VII Congresso UDI del 1964, e cioè che in una società maschilista è difficile sostenere che non esistono problemi femminili, ma solo aspetti femminili dei problemi generali.

Il personale diventa politico quando lo si condivide e nella condivisione si trova riscontro nell’esperienza altrui. Ecco allora che diventa pressante l’esigenza di spingere sempre più i nostri compagni a comprendere che alcune questioni, lungi dall’essere femminili, sono piuttosto problematiche genitoriali che devono, come tali, essere percepite.

Riuscire a scalzare l’immaginario comune che vuole gi asili, la contraccezione, l’aborto, la maternità come questioni femminili significa dare gli strumenti (o almeno tentare) agli uomini che per lunghissimo tempo non hanno preso posizione in merito a questioni che comunque li riguardavano nel privato.

D’accordo, siamo noi per prime a dover compiere una scelta, ma è pur vero che se non cominciamo a porre come prioritario il nostro discorso sul corpo, e porlo fra i primi punti dell’agenda di chi ci governa e di chi ci sta accanto, non riusciremo, ancora per molto tempo, a vivere con serenità questa maternità a volte cercata e a volte no a cui tutti ci spingono, ma per la quale nessuno è disposto a condividere oneri e onori.

Accettare ancora che la mancanza di riflessione maschile su temi nevralgici per lo sviluppo della società, continui a relegarci in una posizione che non abbiamo scelto ma che abbiamo dovuto accettare, mi pare anacronistico e ingiusto. Visibilmente ingiusto giacché questo ci priva concretamente della possibilità di compiere una riflessione costante e cogente su temi altri e diversi da quelli relativi al nostro corpo e alla possibilità/eventualità di essere madri.

Allora voglio rompere il regime dell’automoderazione dicendo che, se debbo fare del mio corpo una merce di scambio, allora che il mio ricatto sia esplicito: la fisiologia non mi impedisce di non essere madre, ma allora il Sistema di assuma in toto la paternità di questa riproduzione in un contesto non sereno. Perché la paura del “dare la vita” venga infine declinata anche al maschile. La paura di non farcela a continuare ad essere soggetto attivo e presente perché schiacciato in una dimensione non in grado di dare risposte valide sulla maternità.

Angela Lamboglia, durante la Scuola UDI 2009, ha riassunto con chiarezza le tesi proposte da Antonella Picchio  in un suo lavoro: “il nodo problematico non è come conciliare produzione e riproduzione, ma lo statuto stesso di responsabili della riproduzione che il sistema capitalistico ci ha assegnato e che non viene mai messo in discussione”.

Stiamo proponendo, grazie anche alla legge sul 50E50, la cittadinanza duale insistiamo anche allora su una differenziazione chiara e definitiva fra problemi della donna e problemi dei genitori, fra responsabilità necessariamente condivise e ambiti di pertinenza solo femminili, fra una politica che non guarda al domani e un bisogno cogente, nostro, di essere madri anche nel futuro e per il futuro.

Quale ri-produzione?

Infine: chi ci costringe a riprodurci? La società? Il nostro io innato di madre e curatrice? Perché continuiamo a porci questo problema? Per una evidente necessità fisiologica (il famoso orologio biologico, il tempo della fertilità) o perché realmente reputiamo fondamentale continuare a dar voce all’elemento riproduttivo (di cura) insito in noi, e non deprecabile s’intenda?

Chi guarda alla maternità come uno degli elementi fondamentali, fondanti e propulsivi della vita di un paese?

Probabilmente solo noi, poiché tutto ciò che ci circonda, mondo del lavoro, stato sociale etc., sembra rivolgersi totalmente da un’altra parte.

Ecco allora che se da una parte abbiamo il potere di fare della maternità il nodo sul quale si sviluppi un nuovo pensiero sociale, dall’altro dobbiamo essere consapevoli che, in una realtà costantemente mercificata, nella quale acquista identità solo ciò che ha prezzo, che può essere economicamente valutato, il discorso filosofico sul generare non sarà accettato di buon grado, né tantomeno condiviso facilmente.

Ma è una sfida. Una sfida grande ed essenziale nella quale coinvolgere tutti gli uomini che abbiano compreso l’importanza di darsi un futuro. Stiamo già guardando oltre e auspico che tutto il lavoro fatto dal gruppo Generare oggi fra precarietà e futuro venga ripreso ed ampliato per fare di questo ritorno consapevole all’utero la nostra nuova battaglia.

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l’immagine è un’opera di Dominique Fortin

 

Un commento su “è sempre un corpo sessuato

  1. Simonetta Spinelli
    21 gennaio 2014

    Vecchio intervento, lettera nuova. Ma quello che sorprende sempre è la straordinaria lucidità di Valentina.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 gennaio 2014 da in aborto, donne, femminismo, generi, laboratorio, politica con tag , , , , .

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