laboratorio donnae

femminismo, cogliere lo scarto

Mosca cieca di Marcela Pérez

Nel volume collettaneo “Come un paesaggio. Pensieri e pratiche tra lavoro e non lavoro”  curato da  Sandra Burchi e da Teresa Di Martino c’è un mio scritto: “Rappresentazione del femminismo e femminismo qui e ora, cogliere lo scarto”. Pubblico la parte che segue perché mi sembra in sintonia con il dibattito che si è aperto in questi giorni in rete e sui media su che cosa significhi essere femminista. Pina Nuzzo

[…]

Per la mia esperienza, nella politica, o almeno quella che interessa a me, è superata la fase delle azioni parziali, a tema – rappresentanza, lotta agli stereotipi e perfino il contrasto alla violenza – perché quanto abbiamo fatto, in termini di leggi e di campagne, cammina sulle gambe delle donne e le istituzioni sono sempre più costrette a farci i conti per il buon motivo che le cittadine votano.

Serve una politica che sappia prendersi il tempo della crescita e della cura del pensiero, che torni a occupare lo spazio pubblico con forme nuove. La consuetudine alla piazza virtuale ha trasformato la vecchia piazza in una piazza mediatica – spesso gridata – sempre più oggetto di consumo. Tutto questo ha reso irrilevanti le forme tradizionali della politica.

 […]

C’è stata una fase in cui fare politica ha coinciso con la costruzione di me. E’ accaduto quando il corpo, in virtù della pressione del femminismo,  è entrato prepotentemente nella definizione della mia identità, condizionando la relazione con l’uomo, ma anche con le donne. Quando abbiamo cominciato a parlare di sessualità e di aborto nell’Udi, l’ho dovuto fare in presenza di donne diverse per età, cultura ed estrazione sociale; per molte di loro, invece, era stato il lavoro il perno di gran parte dell’iniziativa politica. Da quel momento e per lungo tempo, la dicotomia emancipazione-liberazione segnerà  il dibattito politico, come le scelte di vita di tante. E’ avvenuto anche per me.

C’è stato, poi,  un momento in cui ho cominciato a chiedermi che senso avesse fare politica e con chi. E’ accaduto nel 2000, quando, assumendo il ruolo di Delegata nazionale dell’Udi, ho avuto modo di incontrare donne che si avvicinavano all’associazione per consultare l’Archivio Centrale, per una tesi o per una ricerca. Era evidente che oltre alle carte e ai manifesti erano attratte dall’incontrare altre donne. E quando mi hanno detto: “Voi avete già fatto tutto!” ho pensato che forse era vero, se guardavo indietro e alla mia storia, avevamo fatto tanto, ma non era possibile che fosse tutto.  Ci poteva essere un tutto esaustivo, definitivo, che prescindesse dalla loro vita e dal loro tempo? Poteva, questo tutto, pietrificarci nella dicotomia insidiosa: le giovani e le vecchie?

Per superare le categorie – giovani/vecchie – con cui ci rappresentiamo sbrigativamente e per dare  progettualità alla politica, ho focalizzato lo sguardo sulla loro attualità, non per vedere quanto mi somigliano, ma quanto, invece, sono diverse. L’insofferenza che a volte manifestano verso di noi – “femministe con una storia alle spalle” – per l’insistenza con cui ci raccontiamo e ri-raccontiamo, non è per nulla in contraddizione con  un altro sentimento, che pure percepisco in loro: il desiderio di saperne di più della nostra storia collettiva e di avere dei precedenti a cui riferirsi. Di fronte a questa richiesta ho avvertito l’urgenza di non pensarmi al centro della scena politica, ho preso atto che non ci sono “le giovani”- quelle che poi impareranno, che poi cresceranno – ma donne che sanno cogliere il portato politico della loro esperienza, in grado di porre domande che mettono in crisi.

Cogliere lo scarto tra noi mi ha riposizionato, vincolando il mio fare politica, ancora una volta, all’attualità delle relazioni, alla verifica del tempo e ai mutamenti del mio corpo.

Questo mi ha permesso di allestire occasioni di incontro e di scambio dove si sono materializzate le loro aspettative che non riguardano, in prima istanza, un aspetto della loro vita – lavoro, precarietà, salute – che in altri tempi avrei individuato come uno dei temi della specificità, ma esprimono la voglia di essere riconosciute come individue ma in relazione, singolari ma non sole. Qui si situa lo scarto, secondo me, tra una rappresentazione già data del femminismo e quella in cui una donna si percepisce femminista, qui e ora.

Molto mi hanno fatto pensare le forme di lotta scelte dalle Diversamente occupate, o da altre, per andare in piazza e per aprire “nuove vertenze” sul lavoro, sul reddito minimo garantito. Le donne che vanno oggi in piazza, non fanno come noi che, uscite finalmente dalle case in cui ci aveva confinato il patriarcato, occupavamo lo spazio pubblico, in cerchio, vicine, a fare corpo unico.

Vanno in piazza con corpi di cui vogliono misurare la forza,  con un atteggiamento da guerriere(1), in un confronto diretto con l’altro, reale e simbolico. Questo spostamento dice di un corpo che è già parte di una nuova rappresentazione dei generi e non è omologabile con il corpo dei maschi, i quali, peraltro, tendono ancora oggi a prevalere, anche nella piazza.

E’ evidente che il protagonismo femminile percorre vie non convenzionali e sconosciute, a tutte. Questo prefigura un femminismo – oggi più di ieri –  che è una molteplicità di pratiche e di rappresentazioni.

Nota (1) uso questa parola nell’accezione che se ne fa nel libro “Sensibili guerriere, sulla forza femminile” curato da Federica Giardini

“mosca cieca”, opera di Marcela Perez

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Questa voce è stata pubblicata il 5 agosto 2014 da in conosciamoci, donne, femminismo, politica con tag , , , , .

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