laboratorio donnae

racconti di un’aziendalista femminista

Hanna Hoch collageINTRODUZIONE

Questo breve diario o raccolta di racconti non sarà firmato. Non voglio che venga trovato il mio nome, e quindi si risalga in un attimo all’azienda per cui lavoro, sui motori di ricerca. Ho preso questa decisione dopo averci pensato molto ed ho deciso che non voglio svelare le mie carte e le mie strategie. Sono pur sempre in guerra.

Ci aggiungo il fatto che  ho l’obbligo giuridico di non pubblicare o riportare fatti che potrebbero rendere riconoscibili e mettere nei casini colleghe e/o colleghi e cape o capi, nonché l’azienda stessa e alcuni fornitori che non sto esattamente elogiando.

Lavoro da sempre in aziende manifatturiere, ho avuto esperienze in quelle a conduzione “padronale” (gestite da vari membri di una famiglia) e anche in una grande multinazionale straniera.

Mi definisco “aziendalista” perché è un termine che nel mondo in cui lavoro serve ad indicare una forte propensione alla ricerca del bene e agli obiettivi dell’azienda, lealtà, fedeltà, insomma è una bella parola!

Per l’azienda, s’intende.

Nonostante le molteplici interpretazioni che, a torto o a ragione, vengono affibbiate alla parola “femminista”, io sento di definirmi tale e questo perché ritengo che la causa di tutti i mali di questi, e non solo questi, tempi siano il patriarcato e la ormai plurimillenaria cultura dell’oppressione del genere femminile che il patriarcato ha messo in atto, riempiendo il pianeta di odio, razzismo, fobie e guerre e portandolo alla rovina, rendendo insopportabile la vita di donne e uomini. Insomma credo che una come me che, con i pochi mezzi e conoscenze che ha, cerca di cambiare quella cultura, per il bene di donne e uomini, si possa definire femminista. Non sto qui a farla troppo lunga.

Questo che sto per raccontare è un diario di quello che è accaduto o accade sul mio posto di lavoro. Sono due storie vissute per esperienza diretta, viste, lette e sentite. La seconda storia racconta diversi episodi.

Tutti raccontano della pericolosissima e subdola pratica maschilista agita nelle aziende, manifestazione, a volte non immediatamente evidente a tutt*, della cultura patriarcale di un mondo dove nascere femmina è ancora sinonimo di pericolo o discriminazione. Nei racconti ho messo in grassetto alcune parole “chiave” di queste brutte storie, che poi sono sempre la solita brutta storia

Comincio.

 

PRIMO RACCONTO: le “Female Business Travellers” (le dipendenti d’azienda che fanno viaggi di lavoro)

Lavoro per una multinazionale per la quale spendo sempre tante buone parole, per l’impegno nella diffusione dell’etica degli affari, per l’importanza data ai rapporti umani, al rispetto dell’individuo e della legalità, che vengono prima del profitto e non solo a parole (pensavo). Qualche giorno fa l’ufficio risorse umane mi gira, senza alcun commento o spiegazione (una modalità che ho trovato già di per sé distratta, “non-curante”), una email, ricevuta a sua volta da una società che si occupa di gestione rischi per la sicurezza. L’email propone alle dipendenti che normalmente fanno viaggi di lavoro un corso di formazione tutto per donne: insegnerà alle “female business travellers” le 5 regole d’oro per ridurre i rischi per l’incolumità che potrebbero incontrare durante trasferte di lavoro. E, specifica, l’invito: ”si sa che ci sono certi rischi validi per chiunque, donna o uomo che sia, ma per le dipendenti di sesso femminile, che ormai rappresentano ben il 45% del mercato dei viaggi di lavoro (vorrei sapere da dove hanno preso questo dato che mi sembra molto esagerato visto che in azienda le dipendenti non arrivano a quella percentuale, figurati quelle che viaggiano), ci sono ovviamente delle “preoccupazioni particolari” in più che, frequentando il corso sulle 5 regole d’oro, le coraggiose donne saranno di sicuro mitigare.

Leggo l’email tutta d’un fiato e la rileggo. Dalla sensazione di non-cura della modalità dell’invio, passo ad una sensazione piu’ spiacevole. Mi sento aggredita. Mi sento ferita. Sento di dovermi difendere. Mi sento diversa. Cerco qualche parola nell’email in inglese cui aggrapparmi per assolvere quella società che fa di me un mercato, fa di me, “female business traveller”, un’occasione di profitto e uno strumento per innestare una cultura della paura e della difesa a scopo di lucro. Ma non c’è nessuna parola che mi faccia passare quella sensazione di aggressione e di rabbia. Anzi, cerco su google maggiori dettagli sulle modalità di questo corso (che non mi sogno neanche lontanamente di frequentare). Voglio vedere se le 5 regole d’oro (le “5 golden rules”) sono proprio quelle che sospetto, se è sempre la stessa storia, se mi consiglieranno di non prendere le caramelle dagli sconosciuti e di non sorridere mai. E, si, è esattamente la stessa storia con l’aggravante che è tutto molto pacato, nessuna accusa verso la strisciante cultura della violenza che fa di me un target, no. Tutte le parole sono su noi: donne che viaggiano senza scorta. Ecco la traduzione letterale dall’inglese di quanto ho trovato su internet sui contenuti del corso (tra parentesi ci sono i miei commenti e la mia “traduzione”):

Introduzione della presentazione del corso:

“Le aziende tendono a fare formazione sui rischi che si affrontano durante i viaggi di lavoro indistintamente, a dipendenti donne e uomini. Purtroppo, la realtà è che le donne sono generalmente percepite come target più facili (target di cosa? Lo scoprirete più avanti!); tuttavia ci sono vari modi nei quali disagevoli e pericolose situazioni di rischio possono essere evitate o mitigate (rischio di cosa? Dovete pazientare, lo diranno solo dopo, forse si vergognano pure loro a dirlo). le aziende rischiano di non assolvere i loro doveri di cura verso le dipendenti se non danno il supporto adeguato prima, durante e dopo la trasferta di lavoro. Nel prepararsi adeguatamente per un viaggio di lavoro all’estero, alcuni semplici fattori come farsi venire a prendere all’aeroporto da un dipendente dell’azienda o capire le differenze culturali del paese che ospiterà la trasferta possono fornire strumenti per mitigare i rischi già prima della partenza.

In generale (e qui arriva il bello), ci sono cinque regole d’oro per le viaggiatrici donne:

Golden Rule #1 – conosci il tuo profilo di rischio

Devi conoscere il tuo profilo di rischio. In generale, chi ha una personalità aperta correrà più rischi per la propria sicurezza di chi invece ha un carattere introverso. E’ importante fare attenzione all’abbigliamento: vestiti di marca e gioielli attraggono. Portare una fede nuziale può aiutare a minimizzare attenzioni indesiderate.

(traduzione della traduzione: siate timide, annullate in vostro carattere, si sa che le persone estroverse, simpatiche e aperte vengono violentate per via del loro carattere, e, mi raccomando, fingete di essere sposate, così tutti penseranno che siete delle donne rispettabili, non delle poco di buono single o, peggio, divorziate e quindi molestabili che si permettono di viaggiare da sole senza un uomo che le accompagni, nessuno si sognerà di infastidirvi se metterete una fede al dito, basta una fede al dito e se non ve la mettete… non dite che noi non ve l’avevamo detto!).

Golden Rule #2 – fai la tua ricerca

Fai una ricerca sulla sicurezza del luogo prima della partenza e cerca di capire quali sono le aree considerate sicure o non sicure. Ci sono delle sensibilità particolari nella cultura di quel paese? Qual è la condizione femminile nel mondo del lavoro e nella società? Quali lingue si parlano? Braccia e gambe scoperte sono tollerate o considerate appropriate?

(traduzione della traduzione: informati e adeguati, o urterai di sicuro alcune sensibilità locali, quindi magari segui un master in culture orientali se viaggerai nei paesi arabi o in Asia, dovesse sfuggirti una qualche sensibilità dell’ultimo minuto, la colpa sarebbe tua qualora ti accadesse qualcosa di brutto. Certe cose accadono solo in certi paesi si sa, solo dove la cultura è diversa. Informati bene, fatti un master in culture orientali e non ti accadrà nulla. E visto che, nonostante la tua azienda abbia stima di te e ti faccia partire per missioni di lavoro all’estero, tu devi essere comunque una sprovveduta perché sei una donna, mi raccomando,  prima di partire, informati su quali lingue si parlano nel paese dove stai andando! E non dimenticare il passaporto!).

Golden Rule #3 – sii un bersaglio difficile

Fatti venire a prendere all’aeroporto da un’auto aziendale o dell’hotel o, meglio, da un collega o un amico. Evita taxi senza licenza, assicurati che il cellulare sia abilitato al roaming prima di partire, porta con te una lista di contatti, prenota una stanza al terzo piano o piano superiore o chiedi una camera su un piano per sole donne se disponibile.  Non accettare mai cibo o bibite da sconosciuti. (traduzione della traduzione: se tu ti comporti bene non sarai mai un bersaglio. Dipende da te. Gli amici o i colleghi non ti faranno mai del male. Non accettare caramelle dagli sconosciuti e mettiti lo smalto antistupro già che ci sei, intingi il dito nel mojito e poi bevi. Fornito in dotazione dalla ditta! Se penso alle trasferte e alle cene cui sono stata nei posti più impensati e ovviamente con sconosciuti: ho sempre viaggiato con un assaggiatore per evitare di essere stordita e poi violentata! Ovviamente evitavo gli uomini e cercavo la compagnia di altre donne: l’unione fa la forza).

Golden Rule #4 – Fidati di te e sii assertiva

Fidati dei tuoi istinti! Se hai l’impressione di essere seguita, vai in un luogo pubblico e chiama un taxi. Cammina con sicurezza ed evita di mostrarti confusa. Rifiuta cortesemente inviti ad eventi sociali se ti senti a disagio. (traduzione della traduzione: questa gliela faccio passare).

Golden Rule #5 – Rimani calma

Se qualcuno ti avvicina, cerca di mantenere le distanze (??? Giuro c’è scritto così) e di evitare di guardare dritto negli occhi l’assalitore. Nella maggior parte dei casi, gli assalitori vogliono solo soldi e ti lasceranno stare subito. Se adotterai una postura aggressiva potresti innestare una situazione più pericolosa, quindi rimani calma e sii pronta a liberarti del portafoglio. Prima del viaggio, invia sempre una copia del tuo passaporto ad un indirizzo di posta elettronica di webmail in modo che tu possa facilmente recuperarlo in caso ti venissero rubati i documenti. (traduzione della traduzione: ho i miei dubbi sul rimanere calma e passiva, ma non sono un’esperta di tecniche di autodifesa. No comment anche su questa regola d’oro).

Ho risposto al responsabile dell’ufficio risorse Umane che mi aveva inviato l’invito al “webinar” (seminario on line) “magari ci fossero piu’ webinars che insegnino agli uomini a non violentare, offendere, maltrattare le donne, invece che seminari che insegnino alle donne a non essere un target di tali violenze”. In copia ho messo tutte le altre destinatarie dell’invito. Un paio su dieci mi hanno risposto che erano totalmente d’accordo. Non ho fatto il corso. Non credo lo abbia fatto nessuna di noi. Strano che nella spiegazione delle 5 regole d’oro non sia mai stata usata la parola “stupro”, “violenza”, “molestia”. Di quello si stava parlando in fondo. Tutto velato, tutto taciuto. Tutto per proteggere l’azienda, mica le dipendenti.

 

SECONDO RACCONTO: Riflessioni sulla selezione del personale

Ho recentemente seguito alcune selezioni di nuovo personale nel mio ufficio. Due persone che lavoreranno con me.

Questi sono dei “flash” sulle innumerevoli testimonianze si quanto la discriminazione sia una prassi ordinaria dove lavoro e fuori.

1) I curricula di candidati maschi non indicano quasi mai stato civile ed esistenza di eventuali figli, né mostrano la foto del candidato. Diverso è per la candidate. Sia che queste presentino la candidatura tramite un’agenzia del lavoro (un ”recruiter” privato che prende una commissione dall’azienda qualora l’assunzione venga perfezionata) sia che la presentino di propria iniziativa, tutte le candidate di cui ho valutato il cv hanno specificato se sono sposate o meno, hanno incluso una foto, a volte del tutto inopportuna (posa ammiccante) e una addirittura una ha scritto “MAI SPOSATA”, un’altra “SENZA FIGLI”. I recruiters indicano l’ETA’ dei figli! Cosa c’entra l’età dei figli in un CV professionale? Cosa? Un’altra candidata per email mi ha scritto che non ha gatti, piante, fidanzati cui rendere conto. I candidati non sentono il bisogno di dire che impegni privati o familiari hanno, le candidate si. E purtroppo queste ultime non si rendono conto di tutto questo.

2) Al telefono con una società di recruiters che ha dei profili interessanti da propormi e poi mi fa la domanda, che mai avevo sentito fare da chi dovrebbe essere un professionista del settore, “ma voi, signora, preferite un uomo o una donna?”… Considerato che io ero la cliente, durante quella telefonata ho deciso di andare fino in fondo e con tono molto serio e neutro, cercando di non far capire all’interlocutore quanto fossi incazzata, ho chiesto “scusi, perché mi fa questa domanda, che rilevanza ha il sesso con questa posizione lavorativa?”, “Signora, noi chiediamo sempre perché magari l’azienda ha delle preferenze”, “si, ma io rappresento la mia azienda e non le ho manifestato una preferenza, non le ho posto la questione”,  silenzio e poi “…beh, sa signora, noi in genere chiediamo se un maschio o femmina fanno lo stesso”… “continuo a non capire, mi sembra del tutto inopportuna la domanda che mi ha fatto, e credo proprio che sia illegale discriminare un genere in fase di assunzione o selezione, continuo a rimanere molto perplessa e a non capire perché la vostra società di selezione abbia preso questo granchio”, altri secondi di imbarazzato silenzio ” beh, signora, è che noi ci adeguiamo e  veniamo incontro ai clienti. Siccome molte aziende ci chiedono di inviare profili o solo maschili o solo femminili a seconda delle posizioni aperte, allora, sa, io le ho chiesto cosa preferisce perché in genere si fa cosi…”…” ma è illegale, … eppoi io non le ho chiesto altro che una laurea di un certo  tipo e la conoscenza delle lingue”, “si (scivolando sugli specchi) ma sa molti ci chiedono addirittura di proporre o di evitare certe nazionalità oltre che un determinato genere… qui funziona così e noi ci adeguiamo per far contento il cliente…”… Un recruiter fra i più famosi della mia città che si “adatta” e diffonde la più spregevole cultura sessista e razzista. Non lavorerò con questo recruiter e ho segnalato l’accaduto al mio ufficio acquisti in quanto questo potenziale fornitore non aderisce agli standard etici della mia azienda ed è in palese violazione del nostro codice di condotta. Tiè.

3) In ufficio, in fase di selezione del personale, facciamo dei colloqui di gruppo. Intervistiamo candidate e candidati in team e dopo diamo dei “voti” ad ogni persona intervistata sul grado di preparazione tecnica, comunicazione, spirito di adattamento, lavoro di squadra, orientamento verso la clientela etc. Commento scritto (e quindi serio, messo nero su bianco su un documento che rimarrà agli “atti”) di un dipendente su una scheda di valutazione di candidata: “la candidata mi trasmette un senso di autorità perché indossa giacca e TACCHI”. Commento (serissimo) mio al dipendente: “scusa Stefano (nome di fantasia) non so se ho capito bene: hai scritto “giacca e TACCHI?”. Il mio collega sbianca perché capisce al volo che ha fatto una gaffe mostruosa, ma si arrampica un po’ sugli specchi e difende la sua teoria: la giacca ed i tacchi alti, in una donna, danno un senso di autorità e quindi lui ha dato un bel voto alla candidata (che neanche a farlo apposta è una bellissima ragazza). Pochi commenti sulla preparazione tecnica. Allora io rispondo: ”Finora, quindi, per quale oscuro motivo mi hai dato retta e mi hai rispettata ed ascoltata visto che mi hai vista con addosso scarpe da ginnastica un giorno si e uno no?” Eppoi l’ho invitato a mettersi un paio di tacchi alti e provare a raggiungere la macchina camminando sui sanpietrini nei parcheggi esterni o fare le scale esterne cercando di evitare di rimanere con un tacco infilzato in uno dei fori dei gradini o di scapicollarsi giù dalle scale!

Post scriptum: ho scoperto che le procedure sulla sicurezza della mia azienda scoraggiano l’utilizzo di scarpe con tacco in ufficio in quanto pericolose e non idonee al perseguimento dell’obiettivo “zero incidenti sul luogo di lavoro”.

4) Dopo un colloquio di gruppo ad un candidato, un collega esprime d’impulso la sua preferenza per una donna, non per una candidata che avevamo intervistato, no, per una donna, in generale. Il team lo guarda un po’ dubbioso. Chiediamo la motivazione, che arriva a rilento ed imbarazzata: “Non è che un uomo non vada bene ma una donna è più flessibile, ti ascolta di più e ci discuti di meno (traduzione: non posso rispettarla, è inferiore, voglio sottometterla e fare quello che mi pare e piace!), non dico che sappia fare anche il lavoro da segretaria o che debba farlo, però, non so come dire, è più adattabile, sa fare più cose”. Leggete: “voglio farle fare quello che dico io, mentre con un mio “pari” devo confrontarmi di più e di certo non posso fargli fare certe cose che a me non va di fare e che voglio scaricare su una segretaria”.  Il team era imbarazzatissimo (anche perché non stavamo cercando un* segretari* e comunque il discorso era davvero senza senso perché di chiaro stampo maschilista. Abbiamo insistito perché il collega desse una vera motivazione, sapendo tutti che non esisteva. Per porre fine al quel lungo momento di imbarazzo il poveretto ha scelto il modo peggiore esplodendo in un “beh, si in effetti, va bene anche un maschio, ma se prendiamo una femmina che sia bionda e con le tette grosse!”.

5) Colloquio con una candidata: nel CV ha aggiunto che ha un figlio di 4 anni. Durante il colloquio col team, un collega le chiede “come farai col bambino?” e lei “sono ben organizzata, ci sono i nonni”. Alla fine del colloquio ho chiesto al mio collega se avrebbe mai fatto quella domanda ad un candidato uomo. Ha risposto di no ed ha abbassato gli occhi.

6) Chiudiamo in bellezza: un dirigente ha scritto ad una società di selezione del personale che preferisce assumere una donna perché dovrà lavorare per un’altra donna e quindi le ritiene più “compatibili”. Un dirigente che mette queste cose per iscritto non ha idea di cosa stia scrivendo e della cultura che crea in azienda. Avendo letto in copia la comunicazione ho scritto che non riuscivo a credere come avesse potuto scrivere una cosa del genere, mi ha risposto che gliel’aveva suggerito una mia collega. Gli ho risposto che la risposta era imbarazzante quanto quello che aveva scritto e che mi stavo chiedendo come fosse possibile per me lavorare con uomini se in realtà sono compatibile solo con altre donne. Ero scioccata. Oggi non si accetta che un uomo abbia per capo una donna, che una donna abbia più potere di un uomo e dia istruzioni ad un uomo.

Questo è quanto accade nella multinazionale con tanto di codice etico e di condotta, valori etc…

Nelle aziende padronali mi sono presa 2 anni di mobbing sfrenato (che ho regolarmente denunciato vincendo la causa per demansionamento, aggressioni verbali e discriminazione) e una pacca sul culo dal Presidente. Ma no, che pensate. Non era una molestia. Io ero la sua fedele cavalla di razza, quella che gli faceva vincere tutte le corse: era una pacca di incoraggiamento, era una schicchera sportiva. Dico seriamente. Ah poi ricordo che quando ho chiesto l’auto aziendale grande come quella dei miei colleghi maschi mi hanno detto che “no, quella piu’ piccola va benissimo per una donna!”. Vabbè, volevo lo sport wagon anche io, in fondo facevo un bel po’ di chilometri all’anno, ma non mi sono messa  a fare a gara a chi ce l’ha più lunga.

To be continued!

 

l’immagine è un collage di Hanna Hoch

 

10 commenti su “racconti di un’aziendalista femminista

  1. simonasforza
    1 settembre 2014

    Semplicemente grazie per aver raccontato questi “trattamenti privilegiati” che dobbiamo subire. Quando la prima domanda di un colloquio è volta a conoscere il tuo stato di famiglia, ciascuna di noi dovrebbe alzarsi, ringraziare e andarsene, denunciando alle autorità questa prassi (alcuni non te lo chiedono direttamente, ma ti fanno compilare un questionario preliminare, per risparmiare tempo). Ma in tempi di penuria di lavoro non è semplice e ci sono passata anche io. Quando un figlio di una dipendente viene percepito come un “problema aziendale”, vuol dire che siamo in pieno Medioevo o se volete Restaurazione. Questa mentalità è un’arma a doppio taglio per le aziende: a causa di un pregiudizio rischiano di perdere risorse che potrebbero rivelarsi preziose.
    Vogliamo essere giudicate per la nostra professionalità e per le nostre qualità lavorative, mai per la nostra vita privata e affettiva! Siamo nel 2014, sarebbe ora di cambiare registro!

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    • Femminista in azienda
      5 settembre 2014

      La cosa assurda è che nella mia azienda i colleghi, al contrario delle colleghe, non si fanno problemi a prendere permessi per stare a casa con i figli o per seguire commissioni private, alcuni ci marciano anche con i permessi (e io li ho denunciati). Quindi, a rigor di logica, la domanda sullo stato di famiglia bisognerebbe farla agli uomini! 😉

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  2. Nike
    2 settembre 2014

    grazie, mi sono molto divertita, soprattutto ad immaginare la faccia dei vari personaggi beccati in castagna. Comunque vorrei contribuire ai “racconti sessisti sul luogo di lavoro”. Io sono un Architetto e in barba a tutte le norme di tutela del lavoro, ho sempre lavorato presso altri architetti con partita IVA. Nei due studi dove ho fatto pratica si selezionavano SOLO architetti donna, questo perchè si pensa che una donna sia un po più “mamma” nei confronti del capo rispetto ad un uomo. Ma la cosa più interessante, che farà riflettere molto le femmiste di ogni età, è che in uno di questi due studi è stata presa una socia donna, risultato… da uno studio con 4 donne e 1 uomo, lo studio è ora composto da 2 donne e 5 uomini…..

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  3. tiziana pernumian
    3 settembre 2014

    grazie di cuore per questo articolo, purtroppo il sessismo non è solo maschile. Mi confronto ogni giorno con donne che sfruttano invece di contrastare questo approccio soprattutto nell’ambiente lavorativo. Io do molto peso alle parole ma le stesse parole che in me provocano un sentimento di ribellione vivendole come limitazione personale, provocano compiacimento in molte colleghe che se ne servono per aumentare qualcosa che è un potere vuoto ma comunque porta molte agevolazioni

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    • femministainazienda1
      7 settembre 2014

      Hai ragione Tiziana, le poche colleghe che ho (siamo 3 donne e 17 uomini in ufficio) fanno loro stesse battute sessiste contro sé stesse, un esempio “si sa che noi donne di informatica non capiamo un tubo”, oppure assumono atteggiamenti da cameriera dell’ufficio pulendo i tavoli dove i colleghi hanno fatto la pausa caffé e non chiedendo mai di fare più attenzione all’ordine ed alla pulizia. Io con delicatezza faccio notare anche alle colleghe che quelle battute e quegli atteggiamenti fanno male alla convivenza civile e alimentano altri atteggiamenti sbagliati, per esempio quello di fare continue battute ed interruzioni quando parla una di noi, di lavoro, s’intende, o parlarti sopra o farti domande cretine tipo “a che ora é l’incontro di domani.”, quando l’incontro lo ha convocato lui, il tizio che ti sta facendo la domanda! O, un altro esempio, non leggono le tue email per poi chiederti a voce quello che gli interessa e dirti “non avevo voglia di leggere tutte le email”. Io cerco di educare sia le mie colleghe ad esigere rispetto ed evitare atteggiamenti sessisti o di compiacersi e stare al gioco quando qualcuno le offende (alcune ci godono davvero a farsi canzonare), sia i miei colleghi ad avere un atteggiamento rispettoso e non di continua derisione del lavoro delle colleghe. Non gliene faccio passare una! E qualche risultato lo vedo.

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  4. Femminista in azienda
    5 settembre 2014

    Ogni donna che subisce o assiste a comportamenti discriminatori puo’ diventare un osservatorio pemanente nella propria azienda e cercare di far riflettere colleghe, colleghi, cape e capi. E’ un lavoro meraviglioso se si riesce a superare la rabbia iniziale, una vera missione che dà i suoi risultati! Bisogna solo avere molta pazienza. 🙂 Poi è utile raccontare alle altre ed agli altri, portare fuori quello che avviene li dentro. Col mio scritto protremmo dare avvio ad una serie di racconti da raccogliere e pubblicare, che ne dite?

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  5. Francesca
    7 novembre 2014

    Vedo che dal 1986 la condizione femminile in azienda è rimasta stabile! Cito questa data perchè in quegli anni, appena laureata, sostenevo colloqui di selezione a ripetizione per trovare un lavoro che mi rendesse autonoma. Durante una selezione per un istituto di credito riesco ad arrivare alla scelta finale. La scelta era tra un uomo ed io. Sapete cosa mi hanno chiesto? “E’ fidanzata”? “Lei come si vede tra 5 anni”? Non essendo una donna strategica ho risposto: “Se vuole che le sottoscriva che prenderò un anticoncezionale per i prossimi 5 anni in modo da non avere figli, posso farlo”. Secondo voi dopo questa risposta chi hanno assunto?

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Questa voce è stata pubblicata il 31 agosto 2014 da in conosciamoci, democrazia paritaria, donne, generi, informazione, laboratorio, lavoro, letture, sessismo, tessitura, violenza con tag .

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