laboratorio donnae

riprendiamoci la forza

Marie Josee2006(122x91.5cm)acrylic on canvasLezione di Irene Strazzeri alla Scuola Estiva della Differenza, Settembre 2014, Lecce, dal blog  i saperi delle donne  

L’invito a ragionare su come riprenderci la forza mi ha riportato alla mente le parole con le quali una scrittrice, che amo molto, Virginie Despentes ha illustrato le ragioni che l’avevano spinta a pubblicare una sorta di saggio romanzo, che ha fatto parecchio discutere: “non voglio più sfuggire il conflitto – ha detto – per non svelare la mia forza e rischiare di perdere la mia femminilità”. Il libro in questione è King Kong Girl, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2007.

“non voglio più sfuggire il conflitto, per non svelare la mia forza e rischiare di perdere la mia femminilità”.

L’affermazione contiene almeno due degli intoppi, che vorrei rimuovere, prima di condividere qui con voi le mie considerazioni sulla forza, le circostanze, i punti di leva per riprenderla…etc.

Il primo intoppo è il timore di svelare la propria forza, che allontana dalle situazioni di conflitto. Forza e conflitto si tengono assieme, si vogliono, tanto che il timore è di “svelare” la forza. Non è tanto il timore di non averla, dunque, ma il farla presente, il renderla presente nelle situazioni di conflitto.

Il secondo intoppo è che svelare la forza implichi la perdita della propria femminilità, ossia che il ricorso alla forza consista nella dissolvenza della propria differenza.

Voglio brevemente richiamare, ora, la trama del romanzo e dare qualche delucidazione sul titolo. La vicenda narrata è autobiografica: riferisce di una giovane donna parigina, punk che, decidendo di recarsi ad un concerto a tarda ora la sera, prima di uscire di casa per fare autostop, si munisce di un coltello.

La protagonista punk fa autostop in un casello, accetta un passaggio da quattro uomini su un furgoncino e viene stuprata dal branco. Risvegliandosi al mattino, in un letto d’ospedale si domanda: perché non ho usato il coltello? Perché non ho neppure pensato di farlo? La Teoria King Kong, come è stata denominata in seguito, nasce da quella domanda. Il testo non contiene soltanto, come è stato detto, una sorta di apologia della rabbia femminile, sebbene in effetti scardini molti pregiudizi e luoghi comuni, anche al prezzo di snobbare alcune teorie femministe.

“In quanto scrittrice –afferma Virginie Despentes, il corpo politico si organizza per ostacolarmi e limitarmi. Non è una questione che prendo con filosofia o pragmatismo, ma con rabbia e senza umorismo”.

Secondo me il saggio/pampleth King Kong Girl allude alla possibilità di una sessualità femminile superpotente, che la cultura patriarcale ha voluto catturare, esibire, snaturare, celare. Il film King Kong, esplicitamente richiamato dal titolo, in particolare la versione di Peter Jackson del 2005, si svolge all’inizio del secolo scorso. L’America industriale e moderna è alle porte. Un regista megalomane e bugiardo parte con la sua troupe, portando via su un’imbarcazione una donna bionda. Sono diretti verso un’isola da cui nessuno è mai tornato, che non esiste sulle carte geografiche, abitata da popolazioni primitive e selvagge, ragazzine e anziane bavose e pelose, che rapiscono la donna e la offrono a King Kong. Ma questo King Kong, anziché sgranocchiarla, si dimostra erbivoro, contemplativo, dotato di senso dell’umorismo, ama esibire la sua potenza, questo si.

Fra Kong e la bionda si sviluppa confidenza, protezione, familiarità. Dunque lo scimmione è la metafora di una sessualità che precede la distinzione tra i generi, politicamente imposta alla fine del XIX secolo. E’ una cerniera tra bestialità e sessualità, tra buono e cattivo, tra tante cose.

Ma l’uomo civilizzato interviene, vuole riportare la donna in città, salvarla. La cultura patriarcale serve a catturare l’animale femmina, a tradire la loro alleanza, la loro affinità. Anche King Kong arriva in città, infatti, ma viene incatenato e esibito, lo si vuole guardare da vicino senza effetti collaterali, ma la bestia fugge da chi vuol metterla in mostra: come se forza e sessualità non potessero addomesticarsi nella stessa rappresentazione. Nel caos generato da King Kong, quello appunto della forza prima dei generi, della forza senza dominio, quindi, Kong continua a cercare la bionda. Ma gli uomini in uniforme, il corpo politico, lo Stato, intervegono per ucciderlo.

“Gli aerei non c’entrano, è la bella che ha ucciso la bestia”: è la conclusione menzognera del regista. Poiché la bella nel mondo moderno ha solo perduto il contatto con la sua potenza fondamentale, questa perdita “indotta” dal patriarcato, rende più chiaro il senso delle parole da cui sono partita: “non voglio più fuggire il conflitto per paura di svelare la mia forza e rischiare di perdere la mia femminilità”

Da questa premessa, sgombrante e ingombrante al contempo, scaturiscono alcune domande per me necessarie:

-cosa rende irrinunciabile la forza?

-in quali circostanze è irrinunciabile la forza?

-quali sono oggi i nostri punti di forza?

Sono ovviamente domande destinate a rimanere aperte, mi auguro siano buone domande, cui azzardo le mie risposte.

La prima: cosa rende irrinunciabile la forza?

La risposta che ho trovato nella mia esperienza è, appunto, il rischio di dissolvenza, di vedersi scomparire di fronte a minacce dirette alle mie possibilità di sopravvivenza e riproduzione: organica e simbolica.

Questa consapevolezza l’ho raggiunta grazie alla riflessione condivisa con altre del numero 107 di Via Dogana “disimparare la guerra, imparare a confliggere”, nell’ambito del seminario LeM che teniamo qui a Lecce. L’idea di ripercorrere le vicende di una parola, dentro una conversazione tra donne, la devo ad Angela Lamboglia, al suo saggio: Prendere parola, contenuto nel volume Sensibili Guerriere. In quell’occasione la parola che si poteva seguire è diventata “l’irrinunciabile”: la differenza, la libertà, la non-ricattabilità: se è in gioco la mia libertà, il conflitto è irrinunciabile: è stata la risposta di una di noi.

Abbiamo fatto riferimento a conflitti con il potere maschile, accademico, politico, partitico, ma anche con altre donne, cercando appunto di distinguerli dalle guerre. Di qui passo alla seconda domanda:

– in quali circostanze è irrinunciabile la forza?

La forza che agiamo ha a che fare coi conflitti, e non con le guerre. Ma questa alternativa non basta, non è sufficiente. Da ciò che ci siamo raccontate il conflitto era come un continuum, un campo di tensione, che andava dalla paura di perdere la relazione (non sono disposta a configgere fino a perdere la relazione) alla contemplazione della possibilità di distruggere l’altro – che non è un esito scontato – ma possibilità da coscientizzare (Muraro, Dio è Violent)

Alcune si sono dichiarate incapaci di configgere per paura di doversi difendere, di perdersi, di sentire minacciata la propria identità.

Altre hanno dichiarato che gestire un conflitto- soprattutto nel dialogo – è come “correre il rischio di rivelare una bugia e – quindi – è apertura a una verità devastante”. Ed ancora rischio di perdere le proprie premesse maggiori oppure considerarle irrinunciabili, rischio di perdere la propria libertà e rischio di ingabbiare la propria libertà.

Insomma si sono descritti diversi campi di tensione, tutti all’incirca circoscritti da una sorta di convivenza degli opposti…..come se si potesse scovare proprio nell’epifania della morte la propria possibilità di sopravvivenza.

La forza pare essere sempre la cerniera, il filo che annoda, l’intreccio, il limen, il confine, il margine combaciante.

Dalla discussione è emersa, grazie ad una di noi, un’immagine, una vera e propria figura del conflitto:  il conflitto è il punto di incrocio tra due assi, due ordini, che non si chiude a nessuno dei due. Per agire nel conflitto, si è detto, è necessario visualizzare quel punto di intersezione e simbolizzarlo. Ma quali sono gli ordini che si intersecano?

Libertà e dominio?

Forza e debolezza?

Direi che la risposta più difficile da trovare è proprio quella relativa a quali siano i nostri punti di forza oggi. Quale oggi?

Oggi che è accertato che il femminismo è una rivoluzione, e non una riorganizzazione. Non è questione di salari integrativi e diritti, ma avventura per donne e per uomini, direi.

Dunque una rivoluzione in marcia, una visione del mondo, non una scelta. Non è questione di vantaggi sulle piccole acquisizioni degli uomini, ma è, piuttosto, un mandare tutto all’aria.

Penso sia necessario, per questo, riconfigurare continuamente quel punto di intersezione, o nesso inscindibile tra forza e debolezza, tra libertà e domino, tra l’ordine della vulnerabilità che interseca l’ordine della resistenza.

Penso alla domanda su come condurre una vita buona – posta da Judith Butler, trovandoci in conflitto aperto con il mondo contemporaneo, così orientato da un agire politico distruttivo, soprattutto in Occidente. Butler si domanda come condurre una vita buona su una vita cattiva. Cioè come rispondere a quei dispositivi del biopotere, che organizzano la vita distinguendo vite che valgono da vite che non valgono, vite degne di cura da vite che non lo sono, vite degne di lutto da vite indegne di lacrime.  Butler combina la critica dei regimi biopolitici con quella, già avanzata dal femminismo alla separazione tra pubblico e privato. Infatti con questa duplice critica si crea il punto di partenza per una nuova politica del corpo, che comincia con la comprensione della dipendenza e della interdipendenza umana.

L’analisi e lo sviluppo della nozione di vulnerabilità, da parte della filosofa è iniziata dopo l’11 settembre, come sforzo per comprendere l’ideale di impermeabilità, che pareva dominare discorsi e proclami statuali, volti a mostrare che gli Stati Uniti non potevano essere penetrati, distrutti o offesi da incursioni esterne, deve andare oltre. I proclami di guerra, il nazionalismo, l’ansia di vendetta: tutto sembra, infatti, produrre l’effetto di un soggetto impermeabile e maschile, che dovrebbe definirsi in opposizione alla vulnerabilità, ed espugnare la vulnerabilità degli altri. Distribuire la vulnerabilità in modo diseguale fra i popoli è, secondo Butler, un modo di governarli. Se teniamo presente questo, possiamo riflettere sulle popolazioni precarie, e pensare alle strategie politiche che emergono dalla condizione della precarietà. E possiamo altresì riflettere, specialmente in tempi di guerra, al modo diseguale in cui certe popolazioni vengono ritenute degne di lutto e altre meno degne, a seconda di quanto esse vengono identificate come oggetto da attaccare o da difendere, e considerate più o meno superflue.

Dunque vulnerabilità e invulnerabilità diventano effetti politici, effetti diseguali di un campo di potere che agisce sui e attraverso i corpi. Ed è evidente come certe popolazioni vengano «femminilizzate» quando le si designa come vulnerabili, e altre vengano dichiarate «maschili» quando si proclama, mentendo, la loro invulnerabilità – intendendo qui per «maschile» e «femminile», ovviamente, non delle presunte caratteristiche naturali degli uomini e delle donne, ma gli effetti di certe modalità del potere, che hanno fra i loro scopi la produzione di differenze di genere. Ed è facile notare che in questo processo la posizione maschile viene costruita attraverso la negazione della sua vulnerabilità costitutiva. Ma e’ stata proprio la teoria femminista, e gliene va reso merito, ad aver mostrato l’importanza della nozione di vulnerabilità. Ed è sempre la teoria femminista ad aver dimostrato che una delle ragioni della critica dei modelli di dominio è che essi non riescono a dare il giusto valore a modalità importanti della socialità, come la coabitazione, la dipendenza, la cura, la responsabilità, l’alleanza.

La questione importante, tuttavia, è come riusciamo a pensare modalità di azione politica, resistenza e trasformazione sulla base della nostra primaria ricettività e vulnerabilità al mondo sociale. Vorrei infatti suggerire che ricettività e vulnerabilità sono i presupposti dell’azione politica e della resistenza, non il loro contrario. É solo quando siamo sufficientemente «impressionate» dall’ingiustizia di certe situazioni nel mondo, che ci mobilitiamo per trasformarlo. Se invece siamo, in partenza, non-impressionabili, se rifiutiamo di ricevere impressioni dal mondo in cui viviamo, non possiamo dare inizio né a un’analisi né a una resistenza.

Pensiamo ad esempio alla condizione in cui ci troviamo quando protestiamo contro un oltraggio: c’è un qualche sfruttamento o una qualche offesa che si imprime in noi come radicalmente inaccettabile, e che ci muove nelle strade o in altri luoghi o in altre forme di azione politica per manifestare la nostra indignazione e la nostra domanda di cambiamento. Dunque potremmo intendere i processi di politicizzazione come mossi da una vulnerabilità intelligente, da una trasformazione della ricettività in azione, dove l’azione non prende il posto della ricettività ma la mantiene attiva come sua condizione vitale. Possiamo conoscere il mondo solo immergendoci in esso e restando aperte a ciò che accade, anche quando qualcosa di ciò che accade è a malapena sopportabile, perché è da questo stesso senso di apertura che l’indignazione e la domanda di cambiamento diventano possibili. Ma quando formuliamo questa domanda di cambiamento, non dobbiamo bloccare la nostra ricettività e diventare impermeabili; al contrario, dobbiamo mantenerla viva come condizione e fonte di intelligenza  e forza per l’azione sociale e politica.

PDF 

Lezioni, dispense e altri materiali della Scuola Estiva della Differenza, Settembre 2014, Lecce

immagine di Jane Eccles,  Marie Josee 2006 (122×91.5cm) acrylic on canvas

 

 

6 commenti su “riprendiamoci la forza

  1. Paolo
    19 settembre 2014

    penso che il desiderio di vendetta dopo l’11 settembre fosse più che giustificato
    quanto alla forza e alla debolezza appartengono al maschile come al femminile.
    e in ogni caso la differenza (di genere o meno) non va intesa come valere di meno o valere di più ma come diversità

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    • ale
      26 settembre 2014

      Qua si rifletteva sui possibili modi di andare oltre la ovvia reazione della vendetta, molto pericolosa, manipolabile e inserita in un contesto geo-politico ben preciso e non trascurabile di cui si è parlato nell’articolo. E sulla forza/debolezza…la forza è spesso e volentieri culturalmente annichilita e scoraggiata nel femminile e invece ingigantita e incoraggiata nel maschile. Tant’è vero che uno dei punti secondo me centrali dell’articolo verte sul come poter esprimere la personale forza senza per questo perdere la propria differenza femminile. Ho letto un altro articolo interessante in proposito che si chiedeva se è necessario un campo di battaglia per essere degli eroi/eroine…

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      • Paolo
        26 settembre 2014

        ancorchè culturalmente scoraggiata (oggi meno che in passato) la forza è presente anche nelle donne con o senza campi di battaglia

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  2. nicolettanuzzo2013
    19 settembre 2014

    … “non voglio più sfuggire il conflitto, per non svelare la mia forza”…forte è il conflitto che ho con me quando affronto i miei desideri, a volte dimentico di quanto sia stata resa passiva ed inerme di fronte alle mie inclinazioni e dico a me “ma perché sto così male se sto facendo quello che mi piace? A volte non dimentico la mia educazione ed i miei condizionamenti e mi sembra di non farcela ad essere divisa in due. Poi la consapevolezza ed un senso di giustizia e di risarcimento verso me stessa mi portano ad accettare il conflitto per quel grammo di forza che ne scaturisce. Quel grammo non è poco rispetto all’annientarsi, può essere un seme, un altro piccolo passo in fedeltà a me stessa. Grazie Irene

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  3. Pingback: forza e coraggio! | SUD DE-GENERE

  4. ale
    26 settembre 2014

    Articolo interessantissimo. La differenza tra conflitto e guerra, il rapporto tra forza e femminilità, la lettura geo-politica…grazie per i molti spunti di riflessione.

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