laboratorio donnae

femminista in azienda, racconto di settembre 2014

Grotesque1963

La scorsa settimana ho fatto una presentazione ai miei capi (uso il maschile perché sono tutti uomini, altrimenti avrei usato un femminile universale, tanto per abituare gli occhi e le orecchie ad un linguaggio meno sessista). Dovevo illustrare in 8 minuti, con slides, schermi e posters, i risultati di 24 mesi del mio lavoro. La presentazione è andata benissimo: quando ho smesso di parlare, i miei capi sono venuti a stringermi la mano e mi hanno ringraziata. Grande sospiro di sollievo, finito lo stress da preparativi durati giorni (per 8 minuti di presentazione!), mi preparo per andare a visitare un’altra sede della mia azienda dove si terrà una grande riunione con tutt* le/i dipendenti.  Arrivo con dei colleghi ed entro nella hall dove ci sono altr* dipendenti che non conosco. I miei colleghi si allontanano e rimango in attesa dell’inizio della riunione in piedi in mezzo ad altre persone che come me aspettano.

Ad un certo punto entra nella hall un perfetto sconosciuto, presumo un dipendente come me, il quale evidentemente attirato dal mio aspetto fisico o dal mio vestiario o forse solo dal fatto che fossi quasi l’unica donna in mezzo a tanti uomini, mi passa davanti e ridendo mi si rivolge con le seguenti testuali parole: “e tu, vestita così, sei venuta a chiedere un aumento?”.

Ora non descriverò com’ero vestita perché questo è assolutamente irrilevante e non devo giustificarmi. Quello che voglio raccontare è altro. Voglio dire come mi sono sentita. Anzi, comincerò col dire come NON mi sono sentita.

–        Non mi sono sentita imbarazzata. Quel commento non mi ha fatto sentire sporca o inadeguata, non ho pensato a com’ero vestita e non ho affatto creduto di essermi vestita in modo da dare adito ad interpretazioni particolari. Per me non ci sono “abbigliamenti da” e “abbigliamenti da”. Io mi vesto come mi pare e piace e quando lo faccio penso solo se starò comoda (motivo per cui odio i tacchi e tutta la cultura dell’oppressione che ci sta dietro).

–        Non mi sono sentita svalorizzata e questa cosa, data la gravità dell’insinuazione, l’ho trovata una grande conquista per me. Le parole del tizio non mi hanno scalfita nella mia dignità o nel mio senso di me. Io ero io mentre mi arrivavano quelle parole come siluri e non ho provato vergogna o sentito disistima per me stessa.

Come mi sono sentita? Ecco, qui ho avuto qualche sorpresa.

– Mi sono sentita paralizzata. Non sapevo cosa rispondere. Non riuscivo a parlare. Certo, saranno stati solo pochi secondi di silenzio, ma io mi sono sentita talmente aggredita che non riuscivo a mandare a quel paese il tizio come si meritava. NON RIUSCIVO A REAGIRE a quella violenza.

–  Mi sono sentita sconvolta.  Sconvolta dalla normalità, dalla disinvoltura con cui questo completo sconosciuto si fosse permesso di insultare una collega, e anche l’azienda in fondo,  in pubblico, in una hall dove c’erano tante altre persone e dove potevano esserci clienti, persone esterne. Per quell’uomo, pensare “bella figa scopabile” e farsi uscire di bocca qualcosa di più accettabile come “a chi la dai oggi vestita così? Se hai fatto carriera sicuramente ti sei servita del tuo corpo” è stato un attimo, mi ha vista un secondo ed ha pensato e detto, perché probabilmente pensa di essere legittimato a trattare così le sue colleghe o tutte le donne in generale.

Dopo pochi secondi di totale stupore mi sono ripresa ed ho risposto: “primo, io mi vesto come cavolo mi pare e piace, secondo, a me gli aumenti li danno senza che io li debba chiedere perché sono brava, non so te. E, terzo, visto che mi stai dimostrando che il mondo è ancora pieno di microcefali, la prossima volta che dovrò chiedere un aumento metterò le scarpe da ginnastica, tanto per evitare malintesi, sei più tranquillo ora?”. Il tipo si è dileguato tra la folla e non mi ha né risposto né salutata.

Ho partecipato alla riunione un po’ stordita da quell’episodio. Sono tornata in ufficio. Ci ho pensato due giorni. Non riuscivo a capacitarmi di quella molestia a viso aperto, davanti a tutti, come se offendermi fosse la cosa più divertente e scontata della terra. Io ero donna li in mezzo a uomini, aspettavo di andare in riunione e mi arriva il commento da uno che dovrebbe sapere che certe aziende licenziano per cose del genere.

Pensavo non a me, ma a lui. Chi era?

Sarà uno che ti fischia per strada o magari ti tocca anche il culo mentre cammini da sola? Chi è questo uomo? Perché mi ha insultata senza sapere nulla di me? Perché una gonna ed un tacco, o solo una bella presenza significano “poco di buono” o “donna non professionale che non vale nulla e chiede aumenti a suon di prestazioni sessuali”? Perché, paradossalmente, qualche mese fa ho letto, scritto di pugno dai miei colleghi durante le selezioni del personale, che una donna con giacca e tacco attira più stima perché ha un tono autorevole e, poi,  dall’altro canto se ti metti una gonna col tacco ti attiri una molestia o un’offesa? Perché la mia autorevolezza e la mia professionalità vengono misurati da come mi vesto e non da come mi comporto al lavoro? E comunque, in qualunque modo io mi vesta, sbaglio (scarpa bassa = nessuna autorevolezza, tacco = prostituta)?!

Di una cosa sono felice: non mi è saltato per la mente di valutare l’appropriatezza del mio abbigliamento quel giorno. Non mi è passato per l’anticamera del cervello di cercare una MIA colpa. Io non ho colpa, io non devo dimostrare nulla a nessuno. E’ la cultura che autorizza un uomo ad insultare una donna che è sbagliata. IO NON SONO SBAGLIATA. E il mio tacco o la mia scarpa bassa non rappresentano la mia autorevolezza o la mia professionalità.

Dopo aver pensato, ho agito. Ho cercato la foto del tizio sull’elenco generale dei dipendenti dell’azienda  e l’ho trovato. So il nome ed il cognome. So in quale dipartimento lavora. Mi sentivo un po’ come al distretto di polizia nei film polizieschi, quando ti fanno sfilare davanti le foto di possibili indiziati e poi ti arriva la faccia giusta. Eccolo il colpevole. E’ lui. Ho scritto alla direzione delle risorse umane spiegando l’accaduto, chiedendo che venisse calato un messaggio ben preciso dal management verso tutti i dipendenti in quanto ritengo che se uno sconosciuto si permette di rivolgersi così ad una sconosciuta in pubblico sul luogo di lavoro, questo mi fa pensare che la cosa sia pratica comune negli ambienti della nostra azienda. Non ho fatto il nome del tizio per iscritto. Ho chiesto come dovevo comportarmi per formalizzare questa segnalazione. Ho ricevuto una telefonata finita in segreteria ieri sera tardi: risorse umane mi che informa che la segnalazione via email è stata ricevuta e che ne parleremo lunedì.

To be continued!

TUTTI I RACCONTI SONO PUBBLICATI NELLA PAGINA : femminista in azienda

 

immagine di Hanna Hoch, Grotesque, 1963

7 commenti su “femminista in azienda, racconto di settembre 2014

  1. Paolo
    22 settembre 2014

    non penso che chi mette i tacchi sia di per sè vittima di culture oppressive. Detto questo, concordo con l’articolo: l’importante è rispettare il banale dress code per cui a lavoro vai in un modo e al mare in un altro, il resto è scelta personale e nessuno ha il diritto di fare insinuazioni

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  2. Simonetta Spinelli
    23 settembre 2014

    Come mi piace questa aziendalista femminista

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  3. Anna Di Maggio
    25 settembre 2014

    Complimenti per la veloce capacità di reazione così bene articolata. Personalmente se fossi risucita a superare il blocco dello stupore avrei saputo reagire solo con un rabbioso vaffa. Nessun imbarazzo o disistima questo no, ma rabbia e disprezzo non bene incanalato. Brava, molto meglio esser capaci a tradurre in parole chiare tutto il concetto. In quanto a lui, è chiaramente il classico tipo da te descritto: “a chi la dai oggi vestita così? Se hai fatto carriera sicuramente ti sei servita del tuo corpo”
    per lui una donna non può essere capace, deve vendere qualcosa per arrivare, il suo corpo appunto e soprattutto ogni occasione è utile per rimarcare questo concetto.

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  4. Vis
    26 ottobre 2014

    Grande! mi piacerebbe sapere come è andata a finire e come ha reagito l’azienda

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  5. Ezio Pasero
    27 ottobre 2014

    D’accordo su (quasi) tutto, però il linguaggio sessista è una cosa e la grammatica un’altra. Per cui in italiano non si deve scrivere “mi hanno ringraziata”, ma “mi hanno ringraziato”, cioè hanno ringraziato me (semmai “sono stata ringraziata”). Idem per “non mi ha salutata”. Per favore, salviamo almeno la nostra lingua…

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  6. Valentina
    28 ottobre 2014

    posso fare un’osservazione? Trovo la tua reazione un poco esagerata. O meglio: al tuo posto avrei avuto una reazione più soft. Lo dico da donna e da assolutamente femminista. Alle parole superficiali e vagamente sessiste di quel collega, si poteva rispondere con una battuta o semplicemente non raccogliere. Gli davi meno soddisfazione e non gli avresti permesso di turbarti più di tanto. Ci sono tante persone superficiali in giro. Uomini e anche donne. Che spesso aprono la bocca e parlano a vanvera, tanto vale farci l’abitudine e trattarli tipo fastidioso rumore di sottofondo. Non ti curar di loro ma guarda e passa. Passa a cose più importanti e degna della tua attenzione, come ad esempio la tua carriera, che ti auguro soddisfacente e non ho dubbi, meritata.

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  7. Agnese
    30 ottobre 2014

    Troveremo sempre chi ci dirà che c’è qualcosa di più importante da fare, qualcosa di più serio, di più grave. Ma invece queste sono le piccole battaglie quotidiane, da affrontare a testa alta e con coraggio, come hai fatto tu questa volta.
    Sei stata brava, ti mando la mia solidarietà.
    Agnese

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