laboratorio donnae

il linguaggio sessuato nell’arte

…e la sua funzione nella costruzione degli stereotipi di genere.

Il cartellone pubblicitario che percepiamo mentre attraversiamo velocemente la città, in autobus, in macchina o semplicemente perché siamo sempre di corsa, ci colpisce perché sollecita immagini – figure – che abbiamo già introiettato attraverso la nostra cultura. La nostra è una civiltà che si fonda in buona parte sulle immagini, a cominciare dall’arte e dalla fotografia che oltre a riprodurre il reale riproduce anche l’arte. A cominciare dal cinema, dalla televisione, dalla carta stampata per arrivare al virtuale con i videogiochi e il web.

Già l’arte figurativa rappresentava l’interazione tra più soggetti: il committente, l’artista, la modella, l’opera e la sua collocazione. Di questi tempi, senza cambiare ovviamente le regole del gioco, la pubblicità vedrà interagire gli stessi soggetti: il committente, l’artista che qui diventa il pubblicitario o il creativo, la modella, il prodotto finale e la sua collocazione. La modella è la figura che impersona la concezione dell’artista e realizza le richieste implicite del committente.

La modella dell’arte non è la stessa figura di donna che sfila sulle passerelle o che posa per giornali e pubblicità, ma per certi versi le assomiglia perché quando si usa il corpo i rischi sono sempre gli stessi. L’arte è un veicolo potente perché l’artista può chiedere alla modella di assumere le posizioni che desidera e può chiederlo ad una o a più donne per dare corpo alle sue fantasie. Dipingerle e farle esistere per uomini e donne. Lo stesso discorso vale per bambine e bambini rappresentati – dipinti e fotografati – per alimentare l’immaginario maschile.

Con il femminismo le donne acquistano consapevolezza del legame molto stretto che si era instaurato tra il ruolo assegnato alle donne e la rappresentazione del femminile: la rappresentazione, ormai introiettata, dalle donne come dagli uomini, attraverso tante icone indelebili – la sposa, la madre, la prostituta – e che rimbalzava dalla tela direttamente nella pubblicità, sui dadi per il brodo o sui detersivi o nel cinema e nella televisione. Ognuna di noi  può misurare su di sé come  cambiano nel tempo  i significati che attribuiamo alle cose,  così come cambia il nostro modo di guardare i comportamenti: per poterci autodeterminare nella rappresentazione dobbiamo misurarci con il complesso sistema che ordina i generi. Sistema che coinvolge la sfera affettiva, privata, politica e sociale. Sistema che a volte subiamo, ma in cui spesso siamo direttamente coinvolte, fino a consolidarlo. Non a caso, ciclicamente, noi donne torniamo sulla rappresentazione dei generi; passaggio cruciale se si vuole smontare il significato corrente dei segni e dei simboli e l’immaginario su cui continua a fondarsi il rapporto uomo/donna.

Nel 2010 ho contribuito ad avviare una Campagna dell’Udi che aveva  come obiettivo il contrasto agli stereotipi di genere. La scelta del nome, “Immagini amiche”, nasceva dalla volontà di non fermarsi alla denuncia, né di puntare alla censura o alla demonizzazione della pubblicità e dalla consapevolezza che un atteggiamento punitivo nei confronti del corpo e della bellezza non rompe il monopolio  maschile della visione dei corpi e della sua rappresentazione.

Questa Campagna ha consentito di ribellarsi davanti alle immagini più volgari o violente con la denuncia allo IAP  e chiedendo, come già nel caso di “città libere” dell’Udi, che fosse applicata una Risoluzione del Parlamento europeo sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra donne e uomini.

Questa Campagna ha consentito –  soprattutto – di svelare le insidie nascoste in tanti stereotipi. Quando si usa il corpo delle donne come oggetto di seduzione dobbiamo avere ben chiaro che non si sta parlando agli uomini, si sta  parlando a noi per dire: se vuoi  essere vista – da un uomo, ma anche dalle donne – devi essere come questa donna. Apparentemente spregiudicata, apparentemente disinvolta, in realtà modello più moderno per assecondare l’immaginario maschile. Lo sguardo che una donna sente su di sé – quello degli uomini, come pure quello di altre donne – è uno sguardo doppiamente ambiguo che controlla e modera. Svelare le insidie consente di riconoscere le immagini amiche delle donne che vanno promosse e sostenute.

Per  chi volesse avviare  una riflessione su questi temi Laboratorio Donnae propone un video “Il linguaggio sessuato nell’arte” realizzato da Ilaria Scalmani, sulla base di un corso “La donna spettatrice dell’arte”  che ho tenuto a Pesaro, poi a Roma e a Lecce. Il video è stato  pensato per essere portato nelle scuole, nell’aprile scorso l’ho presentato in anteprima in un Liceo di Maglie (Le).  Oltre al video della durata di circa 15 minuti  proponiamo una traccia di discussione e una bibliografia. Per informazioni scrivere a laboratoriodonnae@gmail.com.

Pina Nuzzo

 

 

Un commento su “il linguaggio sessuato nell’arte

  1. simonasforza
    22 ottobre 2014

    C’è un interessante lavoro a cura di Bram Dijkstra, Idols of Perversity: Fantasies of Feminine Evil in Fin-de-Siecle Culture (Oxford University Press, 1986), che ci offre una lettura della produzione artistica della fine dell’Ottocento, evidenziando una misoginia che imperniava la rappresentazione della donna.

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Questa voce è stata pubblicata il 22 ottobre 2014 da in arte, donne con tag , .

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