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“Per me oggi è tutta un’altra storia!”

Off the trail Kristin_Vestg_rdDopo l’incontro del 10 gennaio ho sentito che ho bisogno di un confronto ravvicinato, anche sul quotidiano, ma le nostre vite sono complicate e diventa difficile frequentarci. Ma non voglio rinunciare a parlare con voi e tra un incontro e l’altro voglio dire di me, sapere di altre, anche di altre che non hanno partecipato all’incontro del 10. L’unico modo è parlarci attraverso il blog, così ho deciso di ricorrere a un’espediente: mi chiamo Elisa per chi non mi conosce e per chi mi conosce non ho bisogno di firmare. Ecco dunque la mia storia e il mio presente.

ELISA

Sono nata a Roma nel 1977. Figlia di genitori che per uscire di casa hanno creduto di amarsi, ma dopo sposati hanno divorziato molto presto (alle elementari ero “l’unico caso” di figlia di divorziati)

Mia madre si è risposata  con un vedovo con due figli più grandi di me.

Mio padre tornato a casa dalla mamma, intrattenendo  per anni una relazione con una donna che drasticamente lascia quando io sono adolescente. Conosce un’altra donna, va a vivere con lei e mi “regala” una sorella che non accetto di buon grado.

Mentre avviene tutto questo i miei nonni materni si occupano di me, sono loro che mi hanno cresciuta. Conduco la mia vita facendo la spola tra casa di mia madre, casa di mio padre e casa dei miei nonni.  Finisco il liceo, mi iscrivo all’università.

A ventitré anni stanca di stare con una valigia in mano inizio una convivenza che durerà cinque anni. Finisco l’università, comincio a lavorare e poco dopo frequento un master.

Nel frattempo i miei nonni materni invecchiano, in particolare mia nonna di sette anni più grande del marito. Bisogna seguirli. Mia madre delega a me la gestione dei suoi genitori: visite mediche, pronto soccorso vari, colloqui con i medici, ecc… Perché abita distante dice, più probabilmente per comodità, penso io.

Arrivo a ventotto anni, un’età che si rivela decisiva per la mia vita, un momento di crescita. Nell’ordine: finisce drammaticamente la mia convivenza, per un anno vivo sola e per un altro con dei coinquilini, conosco tramite il web il mio attuale compagno, successivamente perdo il lavoro a tempo indeterminato, viene a mancare la mia adorata nonna, inizio ad alternare varie esperienza lavorative. Precarie va da sé.  Sto vivendo sulla mia pelle il grande momento di crisi che tuttora ci sta inghiottendo.

Parallelamente si intensifica la mia presenza nel mondo politico delle donne.

A trentuno anni, nonostante tutto, avvio una nuova storia affettiva e investiamo in un figlio. Non ho più un lavoro, neanche saltuario, fortunatamente, mi dico, altrimenti come faccio con un bambino? Mentre sono nel pieno della mia vita da ogni punto di vista – come moglie, come madre, come donna che vorrebbe mettere a frutto i propri titoli di studio, come donna che vorrebbe fare politica – la mia famiglia d’origine mi investe come una valanga.

Mio padre manifesta atteggiamenti inusuali, dopo check up e varie visite la diagnosi è: demenza-frontotemporale a cinquantotto anni (a tutt’oggi non si esclude l’Alzheimer). Nel frattempo è rimasto solo, la compagna lo ha lasciato e la figlia – mia sorella –  vive con la madre. Tocca a me. Mi barcameno in un nuovo mondo, quello della malattia e di nuove responsabilità, senza i necessari supporti sociali. Iniziano così le terapie, le visite, la ricerca di badanti adatti, i giovedì pomeriggi e le domeniche con papà che prende le carte in mano e non riesce a contare più di 5-6; lui che era quasi un ingegnere idraulico.

Quando mio figlio ha un anno e mezzo, muore improvvisamente il mio patrigno. Mia madre rimane sola e “sprovveduta” perché della gestione degli “affari” di famiglia si era sempre occupato lui.

RIASSUMO: ho un figlio, un padre malato, una madre da sostenere, un nonno novantenne da gestire, un compagno che a sua volta ha un madre con l’Alzheimer e un papà cardiopatico.

DIMENTICAVO: rimedio un lavoro part time.

Mentre scrivo mi spavento da sola, oscillo tra la sensazione di essere un caso unico e la percezione di essere in buona compagnia. Ma sono figlia di questi tempi, ecco che perdo il lavoro part time e anche il nido di mio figlio perché al comunale non lo hanno preso, visto che non lavoro.

Agli occhi degli altri sono una mamma che sta a casa e quindi: “che ha da fare”?

Decido di avere un secondo figlio. Sono folle? No, una donna che malgrado tutto vuole avere la sua vita, perché, forse, anche io ho i miei desideri. Oggi sono madre di un figlio di cinque anni e uno di diciotto mesi. Il mio compagno ha un lavoro, come dico io, a intermittenza. Io ho da pochissimo un lavoro di vendita a domicilio.

Continuo a gestire la malattia di padre e la vecchiaia di mio nonno. Mia madre ha la sua vita.

Il mio tempo è poco, ritagliato, rubato, ricercato. Non posso non pensare alla mia mamma che  alla mia età era divorziata, lavorava in banca (pur avendo solo fatto il ragioneria) e stava iniziando un nuovo rapporto affettivo. Problemi economici non c’erano. Il lavoro era sicuro. I genitori non erano un pensiero, anzi l’aiutavano a tenere la figlia.

Il tempo era suo e lo gestiva senza problemi. Per me oggi è tutta un’altra storia!

Nei giorni in cui ho ricevuto questo contributo ho incontrato un’amica che non vedevo da tempo. Le ho chiesto come stava e ho visto il suo corpo contrarsi, ripiegarsi su se stesso. Non trovava le parole per dirmi quanto è diventata pesante la sua vita; la fatica di occuparsi di due genitori molto anziani, di dover gestire “badanti” e poi i figli, i nipotini, la casa e il marito che è andato in pensione. 

Ci sono alcuni punti di contatto con la storia qui raccontata. La mia amica è una professionista affermata e ha, più o meno, l’età della mamma di Elisa. Due donne che hanno fatto delle scelte nella vita e hanno avuto l’opportunità di emanciparsi con il lavoro. Opportunità che non è data a Elisa. Però l’emancipazione non basta, infatti la mia amica dedica molto del suo tempo e delle sue energie alla famiglia, come Elisa. 

Emancipazione e libertà femminile devono essere ripensate e nominate collettivamente, altrimenti ogni singola donna rimane intrappolata nella cura dei rapporti e nella manutenzione del quotidiano. O  scarica tutto su un’altra.

E la storia si ripete, mai uguale,  ma sempre la stessa.

Pina Nuzzo

immagine di Kristin Vestgard, Off the trail

2 commenti su ““Per me oggi è tutta un’altra storia!”

  1. Alessandra Coppo
    24 gennaio 2015

    “Emancipazione e libertà femminile devono essere ripensate e nominate collettivamente” dice Pina.

    Soprattutto: nominate collettivamente, direi. Questo è il passo più difficile, visti gli ostacoli di ogni tipo (sociali, culturali, religiosi, economici, politici) e in ogni luogo del globo.

    Ci si sente spesso addirittura in colpa a usare le parole “emancipazione” e “libertà femminile”, quasi si fosse in preda ad un delirio che ci porta fuori da quel posto che dovremmo occupare in silenzio.

    Poter dare il “nome” è il primo passo perché non sia “sempre la stessa storia”.

    Grazie, Elisa!

    (Alessandra)

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  2. sara
    31 gennaio 2015

    Grazie Elisa per esserti messa in gioco allungando invisibili mani verso le vite di noi altre. Siamo nodi, come diceva Alessandra.

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 24 gennaio 2015 da in conosciamoci, donne, femminismo, generi, lavoro, tessitura.

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