laboratorio donnae

“Giù i privilegi di sesso, o compagne…”

Osnovna škola-Scuola elementare Giuseppina Martinuzzi Pula-Pola

 

Ho avuto tramite Ester Pacor il testo di un  comizio di Giuseppina Martinuzzi.  Le sue parole, quanto mai attuali in alcuni passaggi, mi hanno impressionato. Non la conoscevo, ho cercato in rete e ho trovato un ritratto di Patrizia Gabrielli  per il Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 71 (2008). Sono sicuramente tante le donne che non conosco, ma quando ne incontro una, come in questo caso,  sento di dover dire grazie. Pina Nuzzo

“…Il suo epistolario consente di seguire l’evoluzione delle sue posizioni politiche e l’adesione negli anni Novanta al socialismo. Per la M. iniziò allora una nuova stagione di impegno: si dedicò all’organizzazione delle lavoratrici, svolse conferenze sull’emancipazione femminile e nel 1908 partecipò al I Congresso nazionale delle donne italiane che si svolse a Roma; si impegnò anche in favore della fratellanza italo-slava e sostenne la diffusione dell’esperanto. La sua assidua presenza al Circolo di studi sociali presso le Sedi riunite le valse l’appellativo di «maestra delle sedi». Durante la prima guerra mondiale la M. assistette con partecipazione alla grave tragedia e dalle lettere all’amica Emilia Zamboni traspare una sorta di impotenza…”  leggi tutto

Trieste, 14 marzo 1913, comizio di Giuseppina Martinuzzi

Compagne che del presente comizio siete state le promotrici, abbiate insieme al mio plauso quello anche delle compagne assenti, siano esse raccolte in gruppi organizzati o vivano isolate e disperse per le dure necessità di una esistenza incerta e raminga.

Sì, tutte le donne lavoratrici, vengano esse dalla borghesia o dal proletariato, purché abbiano aperto l’animo al verbo di una nuova civiltà, purché abbiano a sdegno il servile adattamento alle condizioni umilianti entro le quali si svolge la loro esistenza tanto privata che sociale; purché siansi emancipate dal pregiudizio religioso e sappiano non curarsi dal pregiudizio convenzionale sentono il bisogno, la necessità, il dovere di assurgere, di ribellarsi, di lottare; sentono il diritto di conquistare l’arma di combattimento, che nelle presenti circostanze è una delle più valide: quell’anima che il proletariato maschile in Austria ha saputo conquistarsi e che ad esse fu sempre negata, quasi ché l’esser donne costituisse una inferiorità animalesca, un titolo di condanna alla soggezione, un carattere d’ irresponsabilità implicante il bisogno di tutela.

Basta! Esse gridano oggi in faccia ai governi, in faccia ai partiti conservatori, in faccia a quanto c’è di retrivo, di supino, di vigliacco nella società…(manca la pag. 4)

Alcuni, molti di essi ci hanno preceduti là ove si fanno le leggi, noi li raggiungeremo, essi già si stendono la mano, ci esortano a salire. Da noi, impiegando all’uopo tutta una nuova serietà di propositi, tutta una nuova ricchezza di cognizioni e di sentimenti. Nessuno agevolò a quei nostri compagni la scabrosa via che mette ai pubblici poteri: essi la superarono perché seppero essere audaci. L’ ardimento non sarebbe bastato: bisognava avere la forza dello schiavo ribelle. E furono temerari, furono ribelli. Cogli scioperi, coi comizi, con le dimostrazioni di protesta, con le minacce seppero imporsi. E furono riconosciuti, furono accolti dalla classe dei dominatori nei consessi statali, nelle rappresentanze comunali, come si accolgono gli avversari che non è più possibile né ignorare, né respingere.

Ebbene, valga a noi l’ esempio loro. Sappiamo esser audaci come le fortissime donne inglesi, sappiamo esser costanti e compatte come le tedesche, serie come le slave, … come le russe.

Domandiamo con la forza che viene dalla coscienza del proprio diritto: non lasciamoci cogliere dal timore del ridicolo, perché infine le nostre aspirazioni stanno in diretta corrispondenza col progresso civile.

Difatti, noi domandiamo che ci si lasci lavorare in qualsiasi campo sociale affinché la nostra mentalità, le nostre attitudini e disposizioni naturali ci possano rendere utili alla società.

Noi domandiamo che ci si ammetta ove si fanno le leggi, ove si amministra la giustizia e alle cattedre di tutte le scienze e domandiamo tutto ciò perché non è umano, perché non corrisponde al progresso civile che la donna soltanto perché donna, sia considerata incapace, inetta o indegna di cooperare coll’ uomo in ogni ramo della vita pubblica al miglioramento delle condizioni sociali.

So: a scusare, a giustificare il divieto delle mansioni giuridico legali alla donna si tirano fuori gli argomenti del  delicato riguardo dovuto alla pudicizia, alla dignità femminile che nelle aule dei tribunali potrebbero venir compromessi; ma so anche che tali argomenti sono mandati all’ aria da non pochi di quegli stessi gelosi tutori del decoro femminile ogni qualvolta insidiano le giovinette popolane e le insozzano: ogniqualvolta, a dispetto delle leggi d’ onore oltraggiano l’ amico corrompendogli la moglie.

Ma io non mi indugerò a combattere argomenti di tal natura perché tutte noi siamo convinte della loro futilità ed ipocrisia; e perché a serbare immune d’ offesa il nostro decoro, non ammettiamo che ci sia necessaria la interessata tutela dei signori avversari. Sappiamo anzi che questo prezioso decoro femminile è sfacciatamente compromesso dagli amministratori della giustizia penale ogniqualvolta per i trascorsi d’amore la donna viene tratta dinanzi ai tribunali. Violatrice della fede coniugale o madre imputata d’infanticidio, essa è lì sul banco d’ accusa, esposta ad una inquisizione spietata.

Come nelle sezioni cadaveriche lo strumento dell’operatore taglia, penetra, estrae, strappa, mette in vista le intime fibre, le analizza, le palpa, le scruta, ne fa rilevare i segreti dalla schiera degli studenti tutti raccolti ed intenti a trar giudizi sulle anomalie della natura e del carattere dei morbi, così gl’ inquisitori penali sondano con l’ astuta parola tutto ciò che costituisce la mente, il sentimento, le sensazioni dell’ accusata; provocano, eccitano, ridestano in lei il ricordo degli istanti amorosi o delittuosi, e d’ ogni intimità, d’ ogni fenomeno psicologico fanno spettacolo alla corte dei giurati, avidi, come falchi sulla vittima, la quale, rea od innocente, è pur sempre donna, e perché tale dovrebbe essere rispettata almeno in base a quei principi che sogliansi addurre per vietare alla donna l’ autorità tribunalizia.

Verrà tempo, compagne mie, in cui non parrà nemmeno vero che a giudicare delle reità femminili fossero stati gli uomini. Quando la Camera dei deputati si sarà aperta in base al voto veramente universale, allora ad una ad una dovranno cadere le leggi che oggi sono contro di noi: prima fra tutte quella che ci esclude dai consessi giudicanti. Le colpe delle madri e delle mogli, saremo noi a discernere e a giudicare. E così dinanzi ad una Corte d’ Assise formata di donne, il decoro, le dignità femminili, oggi tanto preziosi per gli attuali nostri avversari, saranno veramente salvaguardati.

Anzi tutto dunque il voto politico alla donna: ottenuto questo tutte le leggi che ci pospongono all’ uomo, sia nel diritto pubblico che privato, saranno abolite. In questi termini il partito socialista ancora nel 1901 al Congresso di Vienna ha posto una delle tante domande che noi italiane, o l’ abbiamo ignorata o non ce ne siamo curate; e, se anche la ricordavamo… (manca la pag. 13)

…a parità di lavoro coll’ uomo, continueremo a vendere a prezzo inferiore la nostra forza di lavoro, così nelle scuole e negli uffici, come nelle fabbriche, nei magazzini, sui lavoratori e in ogni altro ramo dell’ umana attività.

Oggi come in tutto il medioevo, come all’ epoca romana, se portiamo una dote al marito , questi è in diritto di appropriarsela, se non abbiamo avuto la previdenza di farcela garantire sulle sostanze da lui possedute e prima che avvenga l’ atto matrimoniale. Ma se l’ uomo che sposiamo nulla possiede, è logico che nulla può garantire. In tal caso il matrimonio diventa per la donna una tacita espropriazione.

La legge considera l’uomo capo di famiglia e quindi riconosce in lui il diritto di vendere, di consumare e distruggere la dote della moglie. Il matrimonio, sia religioso o civile, impegna l’ uomo a mantenere la donna secondo il suo stato e a trattarla amorevolmente; obbliga la donna all’ obbedienza, entrambi alla fedeltà. Non è qui il momento di esaminare la questione della fedeltà e del buon trattamento, rilevo soltanto che dall’ obbligo espresso del mantenimento risulta che la moglie nel concetto del codice civile è una mantenuta legale. L’ espressione può sembrare alquanto dura, ciò nondimeno è la più esatta.

Davvero possiamo esser orgogliose della situazione che il codice ci assicura nella casa maritale? E che diremo poi se all’atto di porre la nostra firma testimoniale su qualche documento notarile, sia questo un atto di compravendita, una donazione, un testamento, un vitalizio o d’ altro, il notaio ci dicesse: Alto là! La testimonianza della donna non è riconosciuta dal codice, se anche altissima dottrinaria: quella dell’ uomo è valida se anche uno sciocco.

Dunque nel concetto della legge la donna è un essere privo di valore morale, è qualche cosa d’ inferiore all’ uomo, e quindi non merita d’ esser considerata responsabile della sua firma testimoniale su atti di valore. Siete contente di questo codice che ci ascrive tra i mentecatti e tra i pupilli? In caso affermativo fate il piacere di non dirvi socialiste, perché socialismo significa demolizione d’ ogni ingiustizia, sviluppo d’ ogni attività, abolizione d’ ogni privilegio, equiparazione tra dovere e diritto.

Al contrario, se vi giunge sdegno di cotanti ingiustizie legalizzate, se vi sentite disposte a combatterle, se avete fede nelle forze unite del proletariato mondiale, in tal caso cominciate col protestare contro tutte quelle istituzioni che presentemente trovano la loro giustificazione nella indifferenza, nell’ inerzia, nella viltà di tutte noi.

E sia la vostra una protesta calma, ragionata e precisa: si diretta al tronco, donde si diramano tutte quelle leggi che raffermano le istituzioni a noi avverse. Lì nella spina dorsale dello Stato ci dev’essere posto anche per la donna; lì bisogna incunearsi, adoprando all’ uopo la forza della ragione e la ragione del diritto.

Soltanto quando saremo lì, forze attive e pensanti, potremo contribuire coi nostri compagni di fede e di azione ad atterrare, a livellare, a riedificare.

E perciò oggi, mentre tutte le donne socialiste dell’ Austria dimostrano di ricordarsi che nel Congresso di Vienna del 1901 si domandava l’ abolizione di tutte le leggi che pospongono la donna all’uomo, sia nel diritto pubblico che privato, io voglio credere che tutte voi, mie buone compagne, vi affermerete con entusiasmo sull’ordine del giorno che vi verrà presentato per la conquista di quel voto politico che, disserrandovi le precluse porte della carriera legislativa, vi darà il mezzo di demolire tutte quelle leggi che posponendoci all’uomo ci costringono alla dipendenza.

Giù i privilegi di sesso, o compagne, in alto il diritto uguale per tutti!

ritratto dal sito della Osnovna škola-Scuola elementare Giuseppina Martinuzzi Pula-Pola

4 commenti su ““Giù i privilegi di sesso, o compagne…”

  1. giusi ambrosio
    27 aprile 2015

    Grazie, nel leggere ho avuto brividi di emozione. Un abbraccio Giusi Ambrosio

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  2. simonettaspinelli2013
    27 aprile 2015

    Impressionante, il brano sui tribunali sembra il commento al processo di Latina contro gli stupratori di Fiorella.

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  3. Viviana Benussi
    28 aprile 2015

    Gent.ima Pina, grazie per aver pubblicato il testo.Viviana B.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 aprile 2015 da in conosciamoci, generi, lavoro, letture, politica, resistenza, storia con tag , .

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