laboratorio donnae

figure accudenti

Jemima Kirke

di Pina Nuzzo 

La cura non è lavoro, anche quando è faticosa, essa è la cifra di una relazione, ma allo stato attuale è difficile separarla dalla manutenzione, da tutte quelle azioni che fanno di una casa uno spazio vivibile ed armonioso. Tale confusione è data dal fatto che sono tutte e due a carico nostro, e questo inquina i rapporti di convivenza, dove diventa difficile distinguere cosa si può o cosa non si può negoziare. Fino a quando il genere maschile non comprenderà il valore della cura, a cominciare dalla cura di sé – manutenzione compresa – potrà pensare che i rapporti tra i generi, ma anche con il mondo, possano essere regolati con l’uso del potere o del denaro.

Questo sta già avvenendo (anche) per lavori dove siamo chiamate ad essere accudenti e si realizza con l’avallo di donne politiche e femministe.

Penso alla figura dell’Assistente sessuale per i disabili. “L’assistente sessuale – scrive il Fatto Quotidiano – è un’attività che in Paesi come Germania, Olanda, Danimarca, Austria, Svizzera esiste già da tempo. Un’ inchiesta di Repubblica mette in luce una problematica che per anni è esistita e che oggi, forse, trova risoluzione anche nel nostro Paese. “Vivere la propria sessualità è un’esigenza naturale e giusta e vale per chiunque: disabili e non. È per questa ragione che chi vive con un handicap, sia esso fisico o psichico, deve poter rivolgersi a un assistente sessuale che lo aiuti a esprimere questo bisogno, accompagnandolo nella scoperta della propria intimità e nel caso di impossibilità, sostituendosi a lui nella masturbazione”.

Essere europei significa, in questo caso, offrire un servizio per la manutenzione dei corpi, perché di questo stiamo parlando. C’è in pratica, anche in Italia un mercato che si organizza con il contributo di regioni, comuni, province. E le imprese, pubbliche e private, che nascono intorno a questo mercato, per giustificare la loro attività chiamano spesso in causa il diritto, ma “ il diritto alla vita sessuale non può essere riconosciuto. Infatti, perché esso sia effettivo, il titolare del diritto deve poterlo far valere, tramite un procedimento, nei confronti di una persona che si configura come debitrice della soddisfazione di tale diritto. Così, il riconoscimento di un diritto a una vita sessuale comporterebbe la creazione di una procedura atta a far rispettare tale diritto e la designazione di un debitore, che sarebbe certamente lo Stato” (rapporto Bousquet-Geoffroy  blog di Massimo Lizzi)

Ricondurre l’uso dei corpi, di donne o di uomini non fa differenza, nella logica del consumo, del profitto, non è senza conseguenze: sia sul piano pratico, che su quello simbolico. Ne sono consapevoli anche i destinatari dell’offerta, tanto che alcuni prendono le distanze, come è successo in Francia dove diverse associazioni di persone con disabilità scrivono: Alcune associazioni di persone con disabilità esigono il ricorso all’«assistenza sessuale», sulla base della difficoltà per alcune di loro di soddisfare i propri «bisogni sessuali». Il loro ragionamento si fonda sull’affermazione che la sessualità sia un «diritto umano fondamentale». Ora: la sessualità non appartiene al campo giuridico. La sessualità riguarda la sfera intima e non può essere subordinata ad un contratto. Parlare di diritto significa non riferirsi più al desiderio, ma ad un’obbligazione, che comporta un «dovere sessuale» per quelle e quelli che saranno incaricati di garantirlo.[…] Questa richiesta, che è essenzialmente maschile, si iscrive in una concezione della sessualità secondo la quale i corpi delle donne sono messi a disposizione per rispondere a presunti «bisogni sessuali maschili incontrollabili». ( blog di Massimo Lizzi )

E’ antica l’idea che i corpi delle donne possano essere destinati al benessere, leggi manutenzione, dei corpi maschili; i casini questo erano. Luoghi regolati rigidamente, in funzione del maschio dove le norme igieniche erano codificate per stanze e per persone, per il prima e per il dopo. Le donne erano schedate attraverso “la carta d’identità della prostituta” con tanto di nome, di pseudonimo e di foto. Davanti alle porte dei casini c’erano le file, ogni meretrice serviva in media ottanta uomini al giorno. Limite massimo dieci minuti. Il tempo è denaro.  Questo prima della legge Merlin, oggi quando si parla di prostituzione, prevale una rappresentazione soft.

In un’intervista la Senatrice Spilabotte del Pd dice: “Le prostitute che vogliono esercitare liberamente e vogliono vedere riconosciuta la propria professione devono potersi iscrivere alla Camera di Commercio, avere un albo specifico e una partita Iva. Sarebbero – rileva – impresarie di se stesse e potrebbero beneficiare di tutti i diritti e doveri degli altri lavoratori, dal sistema previdenziale alla pensione. E ovviamente pagherebbero le tasse, contribuendo al sistema erariale nazionale […] Si potrebbe ripensare anche alla possibilità, per più donne che lo decidono, di riunirsi in cooperativa ed esercitare tutte in una stessa sede” (lastampa.it)

Il sesso è denaro, anche per lo Stato. Ma io mi chiedo, se la prostituzione non è un reato, se una donna può autodeterminarsi nella prostituzione perché dovrebbe informare qualcuno della sua scelta? Una donna che decida di prostituirsi può farlo anche occasionalmente; può essere una casalinga, un’impiegata, un’insegnante, una contadina, un’operaia…

Concettualmente comprendo che un essere umano possa decidere di fare sesso per denaro; se avviene tra soggetti adulti, consenzienti, non ho nulla da dire. Ho invece da dire quando prostituirsi diventa un servizio pubblico, perché vuol dire che la sessualità maschile fa ordine su tutto. E non mi convincono articoli come quello apparso in questi giorni – Per fare la prostituta serve talento. Non tutte ce l’hanno!dove una prostituta  descrive il suo mestiere, quello che fa, come lo fa, gli accorgimenti che adotta per non venire a contatto diretto con il corpo dei clienti soprattutto d’estate quando sono sudati.

Di loro dice: “vogliono stare con una bella ragazza che non fa troppe domande e non li mette molto a disagio, perché hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro e c’è chi con me scherza, chiacchiera, e quanto chiacchierano, di tutto quanto.” Torna la figura accudente, così necessaria al mantenimento di un ordine simbolico in cui il maschio può avvalersi di più figure accudenti, magari in conflitto e in competizione tra loro.

Ma c’è un ambito in cui noi donne scarichiamo su altre, con meno opportunità, la fatica dell’accudimento: la famiglia. Tempo fa, in un incontro sul ruolo delle associazioni e la leadership femminile, ho sentito un’assessora di un comune importante della Toscana dire: “che stiamo a disquisire di questo quando il problema è il lavoro e tante mie concittadine lo hanno perso. Una mi ha detto, come faccio con la badante dei miei genitori adesso che non ho lavoro, non ho i soldi?”

Sulla “badante” convergono molte delle nostre ambiguità e contraddizioni, a questa figura chiediamo di essere professionale, ma anche amorevole, chiediamo quella cura che non vogliamo o non possiamo dare. Non sono rari i casi in cui i maschi anziani allungano le mani o sono aggressivi e violenti, quasi a superare quell’ambiguo confine di cui stiamo parlando.

Ma se queste donne lavorassero in centri per anziani e le famiglie fossero supportate da strutture anche pubbliche, i rapporti sarebbero più chiari, con meno ricatti, meno sensi di colpa. La complessità dei rapporti familiari non può essere gestita solo dalle donne. E le donne, quando possono scegliere, non lo vogliono fare.

Eppure voglio pensare che c’è spazio per immaginare nuove opportunità di lavoro proprio a partire dalla necessità di governare l’esistente. Creare lavoro non compete a me, né spetta a me difendere il lavoro. Posso però aprire una riflessione che rimetta al centro il mio corpo di donna, in un’economia che, prima ancora che capitalista o socialista, è sessuata.

(Intervento per il seminario “Lasciateci lavorare, corpolavoro: per una contrattazione di genere”, promosso dall’Udi a Roma nel maggio 2015. Riprendo un passaggio  della mia relazione introduttiva  “Libere di lavorare”  scritta  nel 2011 per l’Anteprima del XV Congresso dell’Udi dedicata al lavoro; lo ritengo centrale per una riflessione che voglia tenere insieme il corpo e il lavoro delle donne)

immagine di Jemima Kirke

10 commenti su “figure accudenti

  1. Pingback: Di uomini, stress e torte | il ricciocorno schiattoso

  2. Vlad
    9 maggio 2015

    la sessualità non può essere un diritto garantito dallo stato: o trovi chi vuole fare sesso con te oppure no, è triste ma per me funziona o dovrebbe funzionare così.

    Devo dire sarò romantico ma intendere i rapporti amorosi solo in termini di “negoziato” mi rattrista un po’ ma nella quotidianità è necessario.
    voglio sperare che oggi il più delle volte le cose siano migliorate nelle giovani coppie (non in tutte purtroppo) anche se c’è molto da fare

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  3. Miriam Alborghetti
    9 maggio 2015

    Bellissimo intervento di Pina Nuzzo, che fa chiarezza
    sull’ipocrisia maschilista che si cela nella pretesa di “assistenza sessuale” per disabili.

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  4. giusi ambrosio
    10 maggio 2015

    Ho riconosciuto la efficace distinzione che a suo tempo Pina Nuzzo propose tra manutenzione e cura. Ho spesso cercato di riflettere e di misurare tale distinzione con le diverse occasioni della quotidianità. Pur avendo una esperienza di donna non pienamente ascrivibile alla tradizionale distinzione maschile/ lavoro, femminile/ cura, ne comprendo il senso più profondo e mi interrogo.
    Da tempo noto come il miglioramento del ruolo maschile all’interno della coppia proposto attraverso la condivisione di compiti domestici,funzioni accudenti manutenzione e cura degli ambienti,esperienze generative e cure neonatali,
    non si traduca in modifica dell’essere maschile ma spesso anche o solo in una nuova acquisizione di potere. E’ come se le donne cedessero tramite i saperi e i modi che sono necessari e richiesti, anche quella sovranità che deriva dai saperi e dai modi. Un primario arcaico separatismo di genere serviva a delimitare e a limitare i campi della sovranità nell’agire. Forse sono intollerante ma che i maschi
    debbano credere di sapere e di potere anche sulla salsa di pomodoro o sui pannolini dei bambini e delle bambine mi irrita e non poco.
    Per i pretesi diritti alla sessualità( maschile?!) altro tema proposto e opportunamente confutato da Pina, mi sento di poter dire ” ma che confusione”!!
    E chi dovrebbe assumersi il dovere? come non si capisce il senso delle parole e il valore dei principi!!
    saluti Giusi Ambrosio

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  5. laboratorio donnae
    11 maggio 2015

    A proposito di “diritti” pubblico una nota che ho scritto il 30 marzo 2014 per Facebook

    NOTIZIA: In Inghilterra i matrimoni tra persone dello stesso sesso sono legali, i media hanno sottolineato che il valore è “solo” simbolico perché “ le coppie omosessuali già godono degli stessi diritti genitoriali delle coppie eterosessuali: possono adottare bambini, ricorrere alla fecondazione assistita o alla maternità surrogata.”

    (http://www.corriere.it/esteri/14_marzo_29/londra-matrimoni-gay-sono-legali-361e8f1c-b727-11e3-ba7c-41adf96a3a3a.shtml)

    CONSIDERAZIONI: L’omosessualità riguarda maschi e femmine, fare figli si inscrive ancora nella differenza. Mi piacerebbe ragionare liberamente di questo, andando oltre le affermazioni di principio e il politicamente corretto. Dichiararsi a favore o contro il matrimonio tra omosessuali è diventato indice di modernità. Penso sia opinione diffusa nel Paese il diritto degli omosessuali a regolare, in una convivenza, questioni relative al patrimonio, all’eredità, a decisioni sulla salute. Personalmente sarei per estendere questi diritti a tutte le forme di convivenza liberamente scelte senza dover ricorrere necessariamente, in alcuni casi, a matrimoni di comodo, anche tra uomini e donne.

    Il problema – simbolico e legislativo – sono invece i figli. Figli generati grazie ad un utero in affitto, ad una madre portatrice. Figli avuti grazie all’inseminazione. Come “procurarsi” un figlio è diverso nelle coppie di omosessuali maschi rispetto alle lesbiche. Una donna, lesbica o no, ha un corpo riproduttivo al quale è necessario solo il seme per rimanere incinta. Il seme, da che mondo è mondo, si procura in tanti modi. Diversa è la questione per i maschi; devono procurarsi un corpo, un contenitore.

    Questo è il punto da cui parto per la mia riflessione: mi chiedo qual è il prezzo – reale e simbolico – che pagano le donne a questa “modernità” ? Non riesco a immaginare donne che – “liberamente” – scelgano di fare un figlio per “donarlo”.

    Accade, dicono alcuni/alcune; accade per un atto d’amore di una donna verso una coppia di uomini che vogliono a tutti i costi un figlio che abbia il sangue e i geni di almeno uno dei due. Ma questo atto d’amore lo devo ancora vedere in donne che dispongano di un conto in banca, di una casa di proprietà, di un lavoro.

    Mi chiedo, se è davvero necessario per alcuni gay coronare il loro sogno d’amore ricorrendo all’uso di un corpo e al sacrificio di una donna, anche se ben pagati.

    Altro discorso l’adozione. In questo senso qualunque relazione stabile, anche omosessuale – con i requisiti previsti dalla legge per qualunque coppia – è una risorsa. Semmai il problema nel nostro paese è favorire l’incontro tra possibili genitori con bambini adottandi.

    Pina Nuzzo

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  6. Pina Nuzzo
    11 maggio 2015

    L’ha ribloggato su pina nuzzo, gli anni udi.

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  7. giusi ambrosio
    13 maggio 2015

    Grazie a te cara Pina per il lavoro che fai e la rete di relazioni e pensieri che sapientemente reggi.
    Condivido il tuo ragionamento su coppie di maschi gay che. nell’indifferenza nei confronti del corpo-mente di una donna, corpo-mente accogliente, corpo-mente donante al mondo un altro essere umano, ritengono quasi una generosità il definirsi genitori, madri-padri contemporaneamente.
    A me sembra una pretesa indegna in quanto si basa sulla oggettualizzazione e sul mercato di una donna, sul suo imprigionamento in una condizione una volta accettata ( avrebbe possibilità di abortire? avrebbe possibilità di non consegnare la creatura al maschio committente? e tante altre considerazioni ancora) e solo al fine di affermare un principio di patriarcato, duplice, doppio.
    Far passare tale concezione , e possibile pratica, come modernità mi pare sia la negazione della relazione come principio fondante la vita e l’essere umano nel venire al mondo. Una modernità reazionaria che noi femministe dovremmo respingere. Un abbraccio Giusi Ambrosio

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  8. Pingback: Maternità surrogata: tra scandali, ipocrisie e buonismo a prescindere | Simonetta Spinelli

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