laboratorio donnae

la guerra e la belva collettiva

Louise Bourgeois

Louise Bourgeois

Solo di recente dopo le guerre nella ex-Jugoslavia e in Ruanda, lo stupro di massa è stato definito” crimine contro l’umanità”.
Un’ampia analisi proposta nel testo “Stupri di massa e violenze di genere”, curato da Simona La Rocca e Isabella Peretti, e frutto del lavoro di molte autrici e qualche autore, sostiene e dimostra come gli stupri di massa abbiano costituito e costituiscano ancora una pratica di annientamento del nemico. La pratica delle armi e una determinazione della mascolinità si intrecciano nella pratica degli stupri di massa; modo per terrorizzare e sottomettere, forma per umiliare le comunità di appartenenza, minare la integrità riproduttiva, contaminare il futuro dei vinti, imporre anche biologicamente il proprio ruolo di “vincitori” e/ o “liberatori”.
Il tutto accade nella più violenta forma in cui si esprime la sessualità maschile che fa del proprio corpo uno strumento di violenza, di pratica oscena del ferimento della carne e di annichilimento di un essere umano come donna, preda da macellare.
La ripetitività dei comportamenti maschili attraverso i secoli e i millenni ci obbliga a riflettere sulle pulsioni arcaiche per le quali gli uomini combattono.
La terra e le donne sono le ragioni per le quali gli uomini combattono. Terra da difendere o conquistare, donne da difendere o violentare.
Gli stupri sono ancora una potente arma di guerra e la ferocia che i maschi praticano non può non porre interrogativi che rimandano alle ragioni primarie dell’essere in guerra e in armi. Nell’orda primordiale il passaggio dall’endogamia all’esogamia ha significato uno degli atti costitutivi della umana società (altri due la sepoltura dei morti e la cottura dei cibi).
Il divieto dell’incesto ha reso necessaria la relazione con altre orde primordiali per il possesso delle donne. Modalità possibili il ratto e lo stupro come azioni di guerra, al contrario lo scambio delle donne, come dono o come acquisto, divenivano atti costitutivi di relazioni concordate e pacificate mediante le nozze.
Fino ai nostri giorni come per un riflesso condizionato, nella dimensione di guerra emerge la belva collettiva che intreccia guerra e stupro, guerra come stupro, stupro come guerra.
La belva collettiva che si manifestava all’interno del branco preistorico, riemerge anche nelle epoche storiche nel gruppo sociale di appartenenza degli uomini e nella dimensione politica dei popoli in conflitto.Nella ferocia della guerra emergono le pulsioni più arcaiche che ne hanno forse determinato il principio fondativo, la motivazione per la quale gli uomini si sono riconosciuti reciprocamente il diritto di uccidere.
I Padri prescrivono o consentono sempre con molta indulgenza le azioni nelle quali i figli si
esprimono e reciprocamente riconoscono nella forma incontrollata della sessualità e della violenza.
Patriarcato e Fratriarcato si sostengono e alimentano a vicenda nell’appartenenza e nel patriottismo.
Si potrebbe coniare il termine fraternariato, ad indicare la collaborazione allo stesso progetto, per lo stesso fine e con gli stessi mezzi? Una forma di potere fraterno,( non fraternità e fratellanza) quella che sostiene le azioni violente dei singoli, de-responsabilizza i comportamenti individuali, rinsalda e cementa il sentimento dell’appartenenza.
Perché mai senza tale immaginario e tali prospettive giovani uomini dovrebbero accettare la pratica delle armi, le guerre in cui rischiano la vita e quella stessa guerra di cui altri gestiranno gli esiti e in caso di vittoria militare i vantaggi?
Ovviamente dai tempi antichi a quelli recenti, le motivazioni più disparate, economiche, politiche, culturali, religiose hanno avuto giustificazione ideologiche come sistemi dei valori da difendere o da imporre.
Il sentirsi Figli e Fratelli sostiene il legame “patriottico”, definisce la difesa e la conquista di un territorio come della Madre-Patria, consente la violenza e lo stupro come pratica collettiva e forma esplicita della guerra.
Che la sessualità come modalità di “sottomettere il nemico” si avvalga dello stupro e della riduzione in schiavitù delle donne rappresenta quanto di arcaico permane nella modernità.
L’occupazione di un corpo di donna, di tanti corpi di donna è la verifica di una possibilità di occupare un territorio e di imporvi una legge.
Se lo stupro delle donne oltre che manifestazione della belva collettiva diviene anche “contaminazione” biologica e generazione dei figli dell’invasore l’operazione è completata.
I figli degli altri, i figli del nemico, possono costituire una condanna insostenibile per le donne e per le comunità di appartenenza.
Anche in una dimensione più comune del vivere permane il marchio d’infamia derivante da nascite non regolamentate da vincoli coniugali e da leggi.
Essere illegittimi ha costituito una forma di discriminazione tanto profonda che la denominazione Bastardi continua a essere una ingiuria, una gravissima offesa.
In assenza del riconoscimento di un padre, fango viene gettato sulla madre, umiliazione e vergogna ricadono sui figli.
Con la consapevolezza di quanto arcaica e patriarcale sia tale concezione, sorprende che in un articolo” Il mostro e il suo creatore” (Rivera- MicroMega del 21 novembre), in riferimento alle stragi di Parigi e mettendo in luce i rischi di islamofobia si possa leggere ”Non parliamo di espressioni estreme quali il titolo della prima di Libero del 14 novembre per il quale Belpietro è stato giustamente querelato”.
L’espressione “estrema “era bastardi, evidentemente avvertita come più grave, più offensiva che idioti o criminali. Tale per chi la ha usata e anche per chi l’ha letta e ritenuta offesa estrema.
Sempre sul corpo delle donne, e con riferimento alla sessualità e alla riproduzione, si costruiscono le ingiurie e praticano le offese.
Metafore del conflitto tra uomini.

Giusi Ambrosio

 

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Questa voce è stata pubblicata il 25 novembre 2015 da in femminicidio, violenza con tag , .

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