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codice rosa…bianca, l’importanza delle parole

Veronique Veropaqu 1La Legge di Stabilità votata il 28 dicembre 2015 prevede un “Percorso di tutela delle vittime di violenza”

…tenuto conto delle esperienze già operative a livello locale, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definite a livello nazionale le linee guida volte a rendere operativo il Percorso di tutela delle vittime di violenza […] L’attuazione delle linee guida avviene attraverso l’istituzione di gruppi multidisciplinari finalizzati a fornire assistenza giudiziaria, sanitaria e sociale, riguardo ad ogni possibile aspetto legato all’emersione e al tempestivo riconoscimento della violenza e a ogni tipo di abuso commesso ai danni dei soggetti di cui al comma 790, garantendo contestualmente la rapida attivazione del citato Percorso di tutela delle vittime di violenza, nel caso in cui la vittima intenda procedere a denuncia, e la presa in carico, da parte dei servizi di assistenza, in collaborazione con i centri anti-violenza. La partecipazione ai gruppi multidisciplinari di cui al secondo periodo non comporta l’erogazione di indennità, gettoni, rimborsi di spese o altri emolumenti.  ( testo ufficiale )

Su questo aspetto della legge, nei giorni precedenti alla sua approvazione, il dibattito tra donne è stato molto acceso. Per capire cosa stava succedendo ho fatto una ricerca che condivido per chi avesse voglia di leggere e di farsi un’opinione.  Eccola

15 dicembre: La Commissione Bilancio della Camera approva l’emendamento alla legge di stabilità proposto dalla deputata del Pd Fabrizia Giuliani  con il quale si estende a tutti gli ospedali d’Italia il “Codice rosa” che si rifà all’esperienza della Asl 9 di Grosseto.

16 dicembre: Settantatré Centri Antiviolenza rappresentati dall’Associazione D.i.Re, indicono una conferenza stampa per annunciare azioni contro l’emendamento Giuliani.

Il “percorso tutela vittime di violenza” assimila la violenza maschile, che colpisce una donna su tre e spesso con esiti fatali, a qualunque altra violenza su soggetti per giunta definiti “deboli”: anziani, bambini, portatori di handicap e omosessuali […] vìola l’ordinamento nazionale e internazionale, innanzitutto la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica che prescrive un approccio di genere, firmato da 32 paesi, e dall’Italia fra i primi. E’ solo l’ultimo grave atto contro le politiche di contrasto alla violenza, che si aggiunge alla mancata erogazione del denaro pubblico dovuto per legge ai Centri Antiviolenza.

18 dicembre: Pia Locatelli, firmataria dell’emendamento fa sapere: “mi sono sbagliata, azzeriamo e ricominciamo a discutere”.  

Cristina Obber la intervista

Le ho chiesto dunque di motivarmi questa scelta e ho scoperto che si tratta di un gran pasticcio, che farebbe sorridere se non fosse che il prezzo di questo pasticcio ricadrà – ancora una volta- sulle vite di tante donne e ragazze. Tutto nasce da una iniziativa delle donne dell’ufficio di presidenza della Camera, compresa la presidente Boldrini, che ha proposto di dare vita ad un «intergruppo donne» con l’intento di incrementare le azioni per la parità di genere in una legislatura che nonostante la presenza di oltre 200 parlamentari (per la prima volta più del 30%), non si è fino ad ora distinta in tal senso (salvo la ratifica della convenzione di Istanbul). A questa proposta hanno aderito un’ottantina circa di parlamentari. “Con l’ obiettivo di proporre delle azioni trasversali sulla legge di stabilità – racconta Locatelli -, abbiamo costituito un piccolo sottogruppo che ha proposto all’intergruppo alcuni emendamenti gender-sensitive, chiedendo di metterli in comune attraverso firme trasversali, appunto, senza alcun obbligo”. Sono stati quindi presentati emendamenti sul tema della tratta, sul premio di produttività anche per le donne in gravidanza, sui congedi di paternità, su voucher per baysitter anche per le lavoratrici autonome e le imprenditrici, richieste di più fondi al piano violenza e, tra tutto questo, anche il cosiddetto «Codice rosa». Gli emendamenti portano numerose firme trasversali, da Marisa Nicchi a Renata Polverini, e proprio in nome dell’importanza della trasversalità Locatelli ha dichiarato a priori che avrebbe sottoscritto tutti gli emendamenti promossi anche dalle altre. “Ci tenevo a sottolineare – continua la deputata – l’importanza della trasversalità, per cui mi sono sempre battuta in questi anni. Ci tenevo a promuoverla concretamente. Ho assunto un rischio? Si l’ho fatto e a volte i rischi comportano appunto dei rischi.” (intervista completa)

Perplessa decido di saperne di più sul Codice rosa e scopro che il nome completo è Codice rosa bianca. Non è un dettaglio da poco.

Contro la violenza che ogni anno colpisce tre milioni di donne, bambini, anziani e i più deboli in genere arriva “Codice rosa bianca”, la task force composta da Asl, Procure e forze dell’Ordine per non lasciare sole le vittime e rendere loro giustizia. Quella troppo spesso negata dalla paura di raccontare gli abusi. Il modello è quello sperimentato con successo da quasi 5 anni dalla Asl di Grosseto, che ora farà da capofila per tutte le aziende sanitarie d’Italia, grazie al protocollo siglato dalla Fiaso, la Federazione che rappresenta appunto Asl e Ospedali. Il tutto con il placet del Ministro di Grazia e Giustizia, Andrea Orlando e della Titolare della Salute, Beatrice Lorenzin, che ha anche annunciato 50 milioni per l’assistenza psicologica alle donne vittima di violenza. A spiegare come funziona “Codice Rosa Bianca” è la dottoressa Vittoria Doretti, dirigente medico anestesista, “madre” del pronto intervento anti-violenza destinato ora a diventare realtà in ogni Azienda sanitaria.  “Il problema dell’assistenza e delle denunce – spiega – parte proprio dalla trincea dei pronto soccorsi, perché quando ci si rivolge alle Forze dell’Ordine, ai consultori o ai centri anti-violenza si ha già la coscienza di essere vittima di violenza. Ma così non è nella stragrande maggioranza dei casi, i milioni di abusi fantasma, che restano senza denuncia ogni anno e che lasciano le vittime sole con il loro dolore”. ( da lastampa.it)

Chiaro. Il codice chiamato rosa non è riservato alle donne, come ho sempre pensato, cadendo nell’equivoco del colore, generato anche dal sito ufficiale. Come non è riservato solo alle donne il “Percorso di tutela delle vittime di violenza”. L’articolo di Elvira  Reale toglie ogni dubbio.

Il codice che Grosseto si è dato è appunto quello di ‘Rosa Bianca’, per indicare che il suo oggetto non sono le donne vittime di violenza di genere, ma ogni persona donna e uomo intrinsecamente vulnerabile alla violenza per le sue caratteristiche (handicap, età anziana, sesso debole!). Da queste premesse distorte rispetto a un’ottica di violenza di genere nasce una procedura non condivisibile: nessuna innovazione e modifica delle prassi sanitarie è stata introdotta, se non la riservatezza nell’introdurre nella ‘stanza rosa’, la donna o l’uomo che parla di violenza dove far confluire una equipe multidisciplinare. Nessuna procedura per la violenza di genere è stata codificata ma le donne sono state inserite, come voluto dalla procura e per assimilarsi a loro, nel calderone delle persone vulnerabili. E’ chiaro quindi che, rispetto all’esperienza di Grosseto, esistono modelli alternativi di Codice rosa che sostengono il processo di uscita dalla violenza e danno alla donna strumenti da utilizzare in prima persona (ma anche con il sostegno dei centri) nell’attraversare il mondo giudiziario (civilistico e penalistico) e che le rafforzino nella loro credibilità. Va quindi criticato non il codice rosa in sé ma il codice rosa bianca di Grosseto, assunto a modello nazionale, e va invece proposto un altro modello di percorso rosa che rispetti la Convenzione di Istanbul e serva a rafforzare i percorsi di uscita delle donne dalla violenza. (da ilfattoquotidiano)

 

Mettere insieme le informazioni non è stato semplice, senza l’aiuto di un’amica che conosce meglio di me la situazione, non avrei saputo cosa cercare, dove cercare. E non è semplice fare delle considerazioni, come sarebbe giusto e come faccio di solito, perché, strada facendo, i pensieri si sono ulteriormente aggrovigliati.

Avrei domande, però,  per le parlamentari che fanno gli intergruppi, ma anche per le donne che sento a me più vicine per storia e per esperienza.  A chi giova la confusione dei ruoli e delle competenze? Non a caso un gruppo di studentesse scrive una lettera alle “femministe” per dire le ragioni del loro si al Codice rosa; quel “femministe” comprende sia chi gestisce un servizio, chi ha responsabilità e competenze precise, sia chi pratica il femminismo. Una donna può anche avere una doppia esperienza, ma l’interlocuzione con le donne e con le istituzioni non può essere la stessa. Tale con-fusione consente alle studentesse di liquidare con sufficienza mascherata da ossequio il sapere accumulato dalle operatrici dei centri antiviolenza. Come ha fatto il Governo. Sapere che è tanto, che andrebbe salvaguardato e valorizzato.

Pina Nuzzo

Pubblico in chiusura e per intero la lettera delle studentesse come documento da cui ripartire più avanti.

Siamo delle studentesse del seminario “Donne e diritti” alla facoltà di Giurisprudenza di Roma Tre. Abbiamo seguito con grande interesse il dibattito che si è aperto sull’emendamento dell’on.Giuliani istitutivo del cosiddetto Codice Rosa nei pronto soccorso italiani. L’emendamento è legge ormai, si apre ora la fase applicativa. Superata la prova dell’aula, però, il confronto non sembra concluso, investe nodi irrisolti per il femminismo italiano e chiama in causa la nostra passione. Per questo ci sentiamo coinvolte, come cittadine e come donne. Per questo riteniamo utile approfondire la questione.

Per i non addetti, il Codice Rosa è un progetto che nasce nel 2009 a Grosseto per essere successivamente esteso a tutta la regione Toscana; indica un percorso di accesso al pronto soccorso riservato a tutte le vittime di violenza, senza distinzione di genere o età. Una volta assegnato comporta l’attivazione integrata e coordinata di procedure di cura specifiche oltre che di un’indagine tempestiva volta ad individuare l’autore della violenza.

La proposta di estensione a tutta la rete sanitaria italiana ha scatenato la contrarietà di diverse realtà territoriali già impegnate nel contrasto alla violenza di genere. Le perplessità hanno riguardato metodo, profilo culturale e possibile impatto sociale della disposizione. Si è sostenuto infatti come l’impianto della norma faccia perno su un’asserita minorità politica della donna considerata soggetto debole e dunque tutelata dallo Stato, che decide per lei. Abbiamo motivo di credere però che alla radice di questa ostilità vi sia più che altro una diffidenza tutta ideologica per lo Stato che considera la violenza di genere.

Diffidenza che noi non condividiamo.

Certa critica femminista prende le mosse da un ruolo pressoché nullo dello strumento-legge e del soggetto-Stato nelle politiche di contrasto alla violenza di genere. Per usare parole comuni alla nostra disciplina, la sfida è lanciata sul terreno della performatività della norma. Circola l’idea che la legge non possa che fallire di fronte a un fenomeno così pervasivo, addirittura domestico e culturalmente fondato qual è la violenza di genere; che sia uno strumento cieco, un’arma spuntata che non vede le responsabilità soggettive in azione ma inquadra i fenomeni in schemi precostituiti e oggettivizzanti.

Così non è, parlare in termini di diritto infatti non significa oggettivizzare l’individuo dimenticandosi delle sue necessità emotive, pratiche e sociali; nel nostro caso significa fornire termini di riconoscibilità alle sue soggettivissime responsabilità e al contempo portare a emersione un fenomeno sociale dalle proporzioni enormi.

Detta in altri termini, siamo noi che agiamo il diritto, non il contrario. Ce lo insegna una femminista non sospetta come Judith Butler, non sono “parole al vento” quelle della legge. È con il linguaggio giuridico infatti che possiamo creare nuove realtà (o relazioni), in questo caso un incontro tra operatori e culture professionali che siano in grado di riconoscere la violenza di genere e sostenere le dirette interessate con approccio completo.

Crediamo inoltre che in questa polemica occorra tenere in considerazione le particolarità sociali e culturali del nostro Paese. Non è un mistero che esecutivo e legislativo latitino ormai da troppo tempo e che gli stanziamenti pure coerenti con la Convenzione di Istanbul, siano divenuti un’utopia. I centri antiviolenza sono stati lasciati soli e senza fondi per anni, ora però hanno la possibilità di collaborare con lo Stato per un obiettivo comune a tutta la collettività, la riconquista che le donne devono a loro stesse: per aiutarle a dire basta più di prima e meglio di prima, a partire dai testi e dalle forze di cui disponiamo, primo fra tutti la Convenzione.

E qui ci si perdoni se sviamo per un istante, ma si impone un chiarimento. Si denuncia a più voci che il progetto Codice Rosa violi gli indirizzi di fondo della Convenzione di Istanbul sottoscritta dall’Italia all’inizio di questa legislatura. Si minacciano ricorsi in Consiglio d’Europa e in Corte di Giustizia.

Noi crediamo che l’argomento sia pretestuoso; la Convenzione, primo strumento internazionale giuridicamente vincolante volto a proteggere le donne contro ogni forma di violenza, si articola intorno a tre punti focali coessenziali: prevenire la violenza, proteggere e sostenere le vittime, perseguire i colpevoli. Prescrive altresì un approccio di genere che miri a percorsi individuali e specializzati.

Ora, ci riesce davvero difficile capire in cosa l’emendamento si discosti dal tracciato della Convenzione: contrastano forse con il suo dettato un’assistenza sanitaria, sociale (e giudiziaria) fornite da personale competente e specializzato in collaborazione con i centri antiviolenza? La lettera della legge e l’esperienza toscana testimoniano la presenza di una logica di genere, di intervento delle donne per le donne.

Ci rivolgiamo a quante si impegnano quotidianamente sul campo. Ce lo insegnate voi, le donne non sono tutte uguali, per livello d’istruzione, per consapevolezze, per idea di libertà. Sono poco più che bambine, sono straniere, spesso sono semplicemente sole. E noi dobbiamo arrivare a tutte, con ognuna costruire un percorso. Le nostre parole devono essere quelle della coesione, della collaborazione tra i soggetti impegnati, del senso della realtà: colpite a milioni ma sempre più coraggiose, pronte a denunciare o a rivolgersi ai vostri centri. Così preziosi.

Una grande maturazione è in atto e ci porta a dirvi che non sminuisce la donna lo Stato che nomina una violenza, che non c’è minorità nella debolezza, che l’alternativa di dignità allo Stato paternalista e patrigno, è lo Stato responsabile.

Per queste ragioni sosteniamo l’introduzione del Codice Rosa nella rete sanitaria nazionale, ci auguriamo collaborazioni sempre più efficaci tra attori sociali e istituzioni oltre che un atteggiamento più adulto da parte delle rappresentanze parlamentari rispetto a certi riflessi anti-istituzionalisti.

Pensiamo che i tempi siano maturi per uno scatto in avanti di tutto il femminismo italiano, perché possa aprirsi una nuova stagione di confronto senza rinunciare a nulla della tenacia, nulla della radicalità di quarant’anni di storia politica. Perché nulla vada perduto nelle strette delle incomprensioni e delle preclusioni ideologiche ma soprattutto nel mancato dialogo con generazioni di donne e uomini nuove.

Per quel che vale, noi ci siamo. Sempre in ascolto

Lucrezia Colmayer
Mara D’Arcangelo
Alessandra Iannarelli
Chiara Papa
Benedetta Rinaldi Ferri

L’Unità

immagine di Veronique Veropaqu

2 commenti su “codice rosa…bianca, l’importanza delle parole

  1. giusi ambrosio
    10 gennaio 2016

    Credo siano molto valide e realistiche le considerazioni espresse dalla studentesse della Facoltà di Giurisprudenza di Roma Tre firmatarie del testo proposto.
    La situazione relativa alla violenza è sempre più grave nel nostro paese; sarà opera
    degli operatori e delle operatrici istituire percorsi specificamente di genere all’interno delle pratiche di assistenza e di cura Per uscire dalla violenza. Giusi Ambrosio

    Mi piace

  2. sabina izzo
    13 gennaio 2016

    Questo intervento è straordinario. Non solo per la questione sollevata della “diffidenza” verso lo Stato e verso lo strumento-legge. Quanto perché mette a fuoco la questione dell’ideologizzazione che serpeggia nel movimento femminista. Questione di vitale importanza per tutte coloro, come chi scrive, che ha vissuto e vive il femminismo come uno strumento di “autonomia di pensiero”, di potente libertà intellettuale, fisica ed emozionale. E che spesso invece, nel dialogo con altre femministe, si trova a confrontarsi con posizioni che di autonomo non hanno granché, ma che prendono a prestito, forse nell’illusione di acquistare autorevolezza e forza dirompente, un “rivoluzionarismo” di sinistra miope e, a mio parere, paradossalmente maschile.
    E’ come se mantenessimo una sorta di complesso di inferiorità per il quale combattere per la nostra libertà non fosse di per sé legittimo o giustificabile se non inserito in una lotta al “capitalismo”, al “sistema”, allo “stato”, alla “burocrazia”, alle “banche”, ai “padroni” e a qualsiasi altra parola d’ordine indicata e/o approvata dall’ideologia del maschio “compagno” di lotta.
    Grazie a questo atteggiamento il movimento femminista ha perso buona parte della sua forza originaria: la capacità di includere. E questo non è solo triste. E’ anche politicamente sciocco.
    A marzo si terrà a Paestum un incontro tra tutte le donne “impegnate singolarmente o in gruppi e associazioni perché il rapporto tra uomini e donne, con il suo carico storico di potere, violenza, sfruttamento, discriminazioni, non resti il “rimosso” della politica e della cultura”. (https://primadituttolibere.wordpress.com/ e https://www.facebook.com/sabina.izzo.3/posts/1714084382160816?notif_t=share_wall_create).
    Lucrezia, Mara, Alessandra, Chiara e Benedetta: venite!

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Questa voce è stata pubblicata il 8 gennaio 2016 da in donne, femminicidio, femminismo, violenza con tag , , .

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