laboratorio donnae

“sono io”

CeciliaHerrero_Skulptur09

Qualche giorno fa, verso le 11 del mattino, sento suonare alla porta. Chiedo chi è e mi risponde una donna dicendo semplicemente SONO IO.
Era la badante della mia vicina, che tutta agitata, mi era venuta a chiedere aiuto poiché non avevano la luce in casa. Mi spiega che aveva provato a riattivare il salvavita, ma continuava a non esserci corrente. Mi mostra dove si trova il contatore, ma lo sportello non si apre. Era preoccupata perché oltre ad essere una giornata uggiosa e quindi erano al buio, lei non sapeva come preparare il pranzo.
Iniziamo ad armeggiare un po’ con lo sportello del contatore, che non ne voleva sapere di aprirsi. Nel frattempo le chiedo se, eventualmente non fossimo riuscite a risolvere la cosa, avrebbe potuto chiedere aiuto a qualcun altro della famiglia; mi dice di no.
Fortunatamente nel giro di qualche minuto risolviamo il problema, apriamo lo sportello, tiriamo su la levetta nera del contatore, la luce ritorna e la signora fa un sospiro di sollievo. Può ritornare alle sue occupazioni quotidiane senza intoppi.
Torno a casa; l’episodio mi ha dato modo di riflettere.

Spesso cataloghiamo donne e uomini con la parola badante quasi con un tono dispregiativo, solo perché sono quasi tutti stranieri, di culture diverse e parlano poco e male l’italiano. Poco sappiamo di loro e poco ci interessa chi sono e di cosa si occupavano nel loro paese, tanto vale meno di quello che facciamo noi (anche se non lavoriamo).
Per esperienze personali, ho avuto e ho a che fare con diversi badanti sia uomini che donne e non voglio fare una questione di etnia (anche se ho avuto modo di notare che alcuni hanno attitudini per certe cose ed altri per altre cose).
Il mio pensiero non riguarda loro ma il nostro rapporto con chi si occupa dei nostri cari. Poiché è di questo che si tratta; noi deleghiamo, il più delle volte, la manutenzione ed anche la cura dei nostri familiari (genitori, nonni, fratelli e sorelle, ecc.) ad estranei.
Nel momento in cui li assumiamo è come se ci togliessimo un peso, poiché da quel momento in poi non solo si occuperanno delle questioni pratiche del quotidiano ma filtreranno tutte le cure che dovrebbero essere a nostro carico. C’è chi si preoccupa (sua sponte) di andare dal medico di famiglia perché il malato magari ha un po’ di tosse, oppure è passato del tempo dalle ultime analisi del sangue ed è ora di rifarle.
C’è chi si accorge che il nostro genitore, ad esempio, è un po’ giù di morale e forse una passeggiata all’aria aperta potrebbe aiutarla/o. Magari ti chiama pure e ti dice di passare a trovarlo con i bimbi, così si rallegra alla vista di cari in casa.
C’è poi chi oltre al proprio “signore/a” si preoccupa anche di te, poiché magari sei passata a casa ti ha visto stanca o giù di morale e ti chiede se ti serve una mano!
Alcuni poi hanno un’esperienza infermieristica, forse perché lo facevano di mestiere nel proprio paese o perché hanno fatto dei corsi della Regione, ma comunque sono disposti a metterla al tuo servizio.
Ora la domanda che mi sono posta è: quanto noi ci preoccupiamo di loro, di come si sentono, di capire quanto sono stanchi, annoiati, frustrati, ecc?
In alcune struttura pubbliche come i centri UVA (Unità Valutative Alzheimer) ai caregiver (ossia coloro che si occupano del malato, per lo più familiari) fanno riempire dei moduli per valutare il livello di stress e stanchezza, io dico saturazione della situazione. Ma noi ai nostri badanti quali tipo di attenzioni diamo?
Cosa succederebbe se non avessimo più nessuno a occuparsi dei nostri cari? In particolare le donne, che già si dividono tra casa, lavoro, bambini, in città sempre più frenetiche, smetterebbero di vivere con uno o più malati a carico.
Sento spesso persone che si lamentano per i costi elevati di questi badanti: POI DEVO PURE PAGARE I CONTRIBUTI, TFR E FERIE! È vero per una famiglia sono costi elevati, specialmente se il malato non ha una pensione o rendita con la quale riesce a coprire tutte le spese. Ma dall’altra parte c’è una persona che si occupa in toto del nostro familiare, e a volte assorbe anche le nostre ansie e paure, perché tanto a casa c’è lei/lui e, quindi, se accade qualsiasi problema è di sua competenza. Come se ciò poi fosse scontato. Talvolta anche chiamare un idraulico o un elettricista è compito della badante. In pratica chi si occupa del malato, si deve implicitamente occupare anche della casa e dei piccoli imprevisti.
Non accuso nessuno, perché le situazioni sono molto difficili da gestire, se c’è una lacuna è quella dello Stato che sembra non accorgersi di quanto il problema sia endemico ed in espansione. Non basta dare 490 euro di accompagno a quegli invalidi che hanno bisogno almeno di una persona, che costa intorno ai 1000 euro mensili (più contributi e il resto). Per poi non parlare dei giorni festivi e dei giovedì pomeriggio, che devi dare di riposo (meritato) e ti lascia il malato scoperto da chi lo accudisce. Avere un sostituto non è pura compagnia, ma di necessità come il cambio del pannolone o l’imboccare la persona durante i pasti, giusto per fare alcuni esempi.
In questi casi o si prende qualcun altro in sostituzione e sono costi aggiuntivi, oppure se ne deve occupare la famiglia. Ma non in tutte le situazioni il proprio caro è trasportabile e allora necessita che vada tu da lui/lei, sperando di non dover lavorare, di non avere i bambini malati o di non avere precedenti impegni.
Il mio, comunque, vuole essere anche un ringraziamento profondo a una categoria di lavoratrici e lavoratori spesso sotto considerati; perché, egoisticamente parlando, vedere solo una volta a settimana il tuo amato parente che sta male o che non ti riconosce, fa meno male che averlo quotidianamente sotto gli occhi magari inerme, assente e sofferente; e questo è possibile perché ci sono le badanti o i badanti che vivono con lui.

Ilaria Scalmani

immagine: scultura di Cecilia Herrero Laffin

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Questa voce è stata pubblicata il 17 gennaio 2016 da in donne, generi, migranti con tag , .

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