laboratorio donnae

8 marzo, il coraggio di scrivere una pagina nuova

Joan Mitchell (1926-1992)

Mi sento un po’ confusa, mi viene un pensiero a zig zag.
Guardo indietro, guardo intorno, mi guardo. Guardo avanti?
…pensare…scrivere…porgere la mimosa…essere omaggiate della mimosa…
femminicidio… condivisione…ruoli…accesso allo studio e alle professioni…
…inoccupazione…lavoro nero… fare da riempitivo ai piedi di qualche lista…

E poi puntuale torna il ritornello: “Aboliamo la festa!” “Abolite la festa! Avete avuto tutto!” Oh si, aboliamo la “festa”, riprendiamoci la “Giornata internazionale della donna”. E’ nostra, siamo noi, perché dovremmo accettare che sia ridotta a una frase da cioccolatino?

Quest’anno regalerò a me stessa e a tutte le donne che conosco delle tessere da mosaico in pasta vitrea gialla, grandi abbastanza da riflettere il volto di ciascuna. Un minuscolo specchio giallo che può diventare un grande specchio giallo se tante donne uniscono le loro tessere. Per poterci guardare ad una ad una e tutte insieme. E vederci noi, da noi stesse. Con i nostri occhi. Ci riconosciamo? Perché a 30 o peggio a 40 anni accettiamo di farci definire e trattare come ragazzine o adolescenti? Perché accettiamo di vederci così?

Siamo figlie di una storia che non conosciamo se non per sentito dire. Usiamo come se fossero ovvietà diritti non ancora consolidati. Siamo figlie di quelle donne che si sono spese per inventarsi un Paese nuovo e che hanno voluto riappropriarsi del proprio corpo. Hanno immaginato per se stesse e per noi una nuova possibilità di famiglia, di studio, di lavoro. Ora mi chiedo ancora: cosa facciamo quando ci troviamo nelle nostre vite con i nodi di sempre?

Abbiamo avuto, abbiamo ancora in mano tutti gli strumenti che le donne prima di noi si sono inventate perché potessimo costruire la vita che volevamo. Ma che vita vogliamo? Quando eravamo davvero adolescenti avevamo tanti sogni, tanti progetti di vita e una carica di energia in crescendo per crederci davvero e trasformarli in realtà. Ci siamo “viste” in un qualche modo, ci siamo impegnate per esserlo, abbiamo studiato, guardato a coordinate che ognuna di noi si è data in vista di quell’obiettivo.

E’ vero, il risultato non è sempre stato all’altezza dei nostri sogni ed è certo che non tutti i sogni di un’adolescente sono realisticamente realizzabili. Possibile però che quello scarto ci trasformi in 15 anni (quanti passano grossomodo dal conseguimento di una laurea ai 40 anni) in una generazione, come ci descrivono, frammentata, passiva, inerte, fumosa, che non sa cosa vuole e dove va? Che non sa lavorare, che non sa badare a se stessa, figuriamoci agli altri, alla comunità, allo Stato (agli anziani di casa però si). Certo qualche eccezione c’è, appunto una qualche “eccezione”. E quelle che hanno raggiunto i loro obiettivi di adolescenti, che prezzo hanno pagato? E le donne di 20 anni oggi sono davvero senza speranze e senza futuro?

Io i miei obiettivi non li ho raggiunti ancora, non tutti, per lo meno, e per fortuna. Perché riesco ad immaginarne di altri. Ma mi coglie spesso smarrimento e rabbia davanti alla grande distanza tra il modo con cui io guardo a me stessa e al mio percorso e quello con cui altri, gli altri, molti altri mi guardano.

Mi guardo e vedo come quel continuo giudizio mi condiziona, indirizza le mie capacità, stronca i miei passi se non sono nel sentiero già tracciato.
Mi guardo e vedo come quel giudizio abbia rischiato infine di diventare anche il mio su di me. E con quanta fatica stia tornando a ricordare chi sono. A guardarmi e a riconoscermi. Mi chiedo, allora, quanto questa storia sia solo una mia storia personale e quanto invece un fatto politico.

Possiamo davvero abdicare a noi stesse, accettare di farci rappresentare con i tono grigi e spenti dell’assenza o con quelli patinati e fruscianti di uno sguardo non nostro e accontentarci di “fare festa l’8 marzo”? Le donne che, uscite dalla guerra, vollero come simbolo la mimosa, sradicherebbero tutti gli alberi piuttosto che accettare un tale tradimento. Nemmeno io lo accetto più.
La mia precarietà di vita, di lavoro, quella delle donne intorno a me non è frutto di incapacità o di inadeguatezza. Semmai talvolta di scarsa immaginazione. Di scarsa fiducia, del dubbio che ti si insinua dentro e corrode ogni cosa. O forse proprio di “in-adeguatezza” a una organizzazione sociale complessiva che è rimasta ancora quella patriarcale. Allora, ci sembra troppo arduo immaginare e lottare per un nuovo assetto sociale? Per un nuovo modello educativo? Perché, è vero, abbiamo rifiutato quei modelli tradizionali, siamo “uscite di casa”, ma per integrarci nella società come l’abbiamo trovata, solo con qualche aggiustamento e ora, esauriti quegli aggiustamenti non siamo più quello che eravamo prima e non siamo ancora altro. Mi spaventa questa eterna adolescenza, sotto tutela di mamma e di papà o anche di un marito/compagno o finanche dello Stato, senza grosse responsabilità, senza tanti pesi, senza il rischio di troppi fallimenti.

Se accetto il posto che la società mi assegna, di figlia, di moglie, di madre, così gradevolmente decorativa, così misteriosamente desiderabile, capace di curare tutto e tutti, guarda, anche di fare il “lavoro giusto”, dove sarò domani?
Se resto come sono e continuo a dibattermi in un rete di possibilità raggiunte sempre solo in parte e mi rassegno a far parte ogni tanto degli ingranaggi che fanno girare questo mondo, tra quanto tempo dovrò arrendermi?

Oppure posso guardare avanti. Posso raccogliere l’eredità di decenni di lotte delle donne e trovare in me il coraggio di scrivere una pagina nuova. Posso sperperare sogni, energie, conquiste o riafferrarle al volo, e investirle nel mio presente. Il mio tempo, il nostro tempo è questo, dobbiamo solo decidere cosa vogliamo farne. Il presente non è un’eternità e il futuro me lo devo immaginare per rendermelo presente. Ho bisogno di un 8 marzo in cui le mie parole possano trovare risonanza in quelle delle altre. In cui i miei sforzi entrino in relazione con quelli delle altre donne. In cui la mia tessera si unisca alle altre nell’invenzione di quello che ancora non c’è ma sento che deve necessariamente esserci.

Voglio un 8 marzo che sia momento di incontro profondo con altre donne e in cui una goccia di consapevolezza di ciò che siamo ci attraversi ad una ad una e tutte insieme. Questa consapevolezza solo noi ce la possiamo dare.

Claudia Lisi

 

immagine di Joan Mitchell (1926-1992)

2 commenti su “8 marzo, il coraggio di scrivere una pagina nuova

  1. ap
    3 marzo 2016

    8 Marzo 2016. Quest’anno le mimose…
    Persefone, gioiosa figlia di Demetra, esce nei fertili e colorati campi
    della sua terra, insieme ad altre compagne,
    libere e serene, a raccogliere fiori. Sognando la bellezza.
    L’armonia.
    E curiosa si allontana, nella natura amica, per raccogliere
    un fiore affascinante, un narciso.
    Ma non riuscirà il narciso a donarsi, perché un uomo nero,
    apparso all’improvviso dal profondo buio della terra,
    coperto di armi violente, la rapisce,
    lesto a tornare nel buio, per nulla toccato dalla disperazione
    delle sue grida angosciose.
    Per farla sua. Con la forza brutale, senza una parola.
    Nel dolore sconfinato della madre Demetra.

    L’uomo nero non è morto, vive da sempre nell’antro
    di un desiderio violento. Anonimo.
    E uomini neri si nascondono nel buio,
    e all’improvviso escono a rapire, dovunque,
    la gioia di Persefone, di Kore, delle ragazze.
    Per marcare l’antico rito del possesso,
    senza una parola, con la forza.
    Contro il dolore di ogni madre.

    Nella notte di Capodanno è successo a Colonia,
    nella Germania del XXI secolo. L’uscita gioiosa, per festa,
    di molte ragazze è stata spezzata da un’aggressione vile, sprezzante.
    A rapinar con mani gli oggetti del desiderio. Fuori civiltà.
    A queste ragazze, sole per strada a raccogliere, liete,
    gli attimi nuovi di vita del 2016,
    a queste ragazze, colpite a sorpresa, nel buio,
    pur sognanti l’armonia di una città amica,
    a queste donne, a ogni Kore dovunque nel mondo,
    quest’anno, le mimose dell’abbraccio.

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Questa voce è stata pubblicata il 2 marzo 2016 da in 8 marzo con tag , .

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