laboratorio donnae

corpo generativo, riassumendo…

Nel Pensatoio delle Streghe del 19/20 febbraio 2016 si è ricomposto il mio percorso politico senza cancellazioni e dimenticanze, anzi arricchito da molteplici esperienze e dalle relazioni che sono nate e cresciute in Laboratorio Donnae. Non è casuale che sia avvenuto in una sede dell’Udi e grazie alle donne dell’Udi di Modena e di Carpi. Lì ho cominciato a fare politica, lì ritorno periodicamente per rinnovare alcuni legami. Le “dialoganti” hanno il compito di restituire il senso politico di questo Pensatoio sul Corpo Generativo delle Donne, lo faranno con i tempi e con i modi che riterranno più opportuni. Io non ho altro da aggiungere, quello che penso da alcuni anni e che mi ha portato a volere quest’incontro è nella traccia che ho inviato solo a Sandra Burchi in vista del nostro dialogo di apertura. Traccia che ho rivisto e ampliato e che pubblico come promemoria per me e per chi volesse approfondire.

La capacità di generare è cosa ben diversa rispetto all’essere genitori.

Il testo che segue è  tratto dal documento scritto in occasione del seminario Udi del febbraio 2007 per l’avvio della Campagna 50E50. Mi è tornato in mente la prima volta nel 2013 leggendo la proposta della consigliera comunale di Venezia Camilla Seibezzi, delegata del sindaco ai Diritti Civili e alla Politiche contro le discriminazioni:  Addio alla dicitura «mamma» e «papà» dai moduli per l’iscrizione agli asili nido e alle scuole dell’infanzia. Al loro posto comparirà «genitore 1» e «genitore 2».

Dobbiamo stare dentro il nostro tempo in modo spregiudicato e prendere le distanze da quello che si può definire il “nuovo neutro”, da quel modo politicamente corretto di leggere la realtà che appiattisce le differenze e azzera i conflitti, come se riconoscere le diverse esperienze, diverse anche per i sessi, non facesse crescere tutti.

La lingua è la spia evidente  di come si vuole rappresentare la realtà, per esempio  sembra più moderno (e di sinistra)  parlare di “coniugi” perché rimanda a una idea di condivisione che, in caso di conflitto, risulta falsa, basti pensare alle guerre scatenate in nome dei figli. Dicendo “marito e moglie” si nomina un’istituzione, il matrimonio,  con cui la società regola un certo tipo di rapporto tra due persone di sesso diverso. Tanto che  noi a suo tempo ci siamo pure battute perché le donne non fossero la parte debole e succube. Nelle trappole della lingua si cade anche quando si parla di famiglie e non di famiglia, eppure è proprio l’uso di quel termine a tradire un pensiero, dove quel modello istituzionale resta l’unico a cui tutti e tutte, etero e no, dovrebbero ambire per sentirsi in regola, nella socialità dei rapporti umani. Se si fanno sparire i generi da questa istituzione – non parlo del sacramento che è altra cosa e qui non ci riguarda – non eliminiamo automaticamente la divisione dei ruoli, piuttosto si espelle dal rapporto a due, di un uomo e di una  donna, la  titolarità del generare che è, ancora, delle donne.

Di questa titolarità non ci siamo fatte carico pienamente. Noi ci occupiamo di gravidanza e di bambini ma non siamo ancora in grado di assumere la responsabilità verso il nostro corpo fertile, che concepisca o no, che partorisca o no, perché se lo vedessimo in tutta la sua potenza sapremmo che non ci si può chiamare fuori dall’esercizio del potere. Neanche con il  femminismo siamo state capaci di scendere nelle viscere di questo problema, anzi esso ha rafforzato la naturale diffidenza delle donne verso il potere in tutte le sue forme. La libertà di decidere quando e se fare figli, che ci siamo duramente conquistate, ci viene  spesso rinfacciata perché chi ha consuetudine con il potere sa che  poter decidere di sé è il primo passo per stare  nel mondo alla pari e ovunque si decide. Se ragioniamo a fondo su tutto questo sapremo perché abbiamo perso l’occasione di avere titolo nel dibattito sulla PMA e perché e come, nel giro di pochissimo, è potuta passare una legge come quella sull’affido congiunto. Abbiamo esperienza della libertà in un mondo che ce la fa pagare a caro prezzo. (documento completo)

 Un orizzonte altro

Sono tornata in modo più puntuale sulla centralità per la nostra politica del corpo fertile (o generativo) delle donne nell’Autoconvocazione dell’Udi a Pesaro nel gennaio 2010 

Anche la frase “io voglio tutto” per una donna rischia di incarnare solo una somma di tutti gli stereotipi. Dentro questa mancanza di orizzonte ci sto anche io che dopo tanta politica mi tocca di capire perché andare avanti. Ho trovato la mia risposta nella democrazia duale. Dico duale e non paritaria solo per essere meglio compresa. Non perché i contenuti della Campagna e del nostro Progetto di legge sulla democrazia paritaria siano superati o differenti. Dico duale, per non avvallare l’ennesimo equivoco che vede nella parità il superamento di un’ovvia disparità. Abbiamo usato il termine democrazia paritaria per indicare che dovevamo essere in condizione di misurarci alla pari, ma non abbiamo mai detto che siamo pari.  Noi siamo differenti e siamo due, donne e uomini.

Su questa dualità va ripensata la democrazia. Per molto tempo abbiamo creduto che si potessero operare degli aggiustamenti. E sia chiaro, non parlo delle quote, che sono solo – almeno in Italia – la faccia perversa del peggiore aggiustamento. Parlo anche e soprattutto di altro, parlo di un modo di concepire la pratica politica. Tenere fuori le donne dalle decisioni che ci riguardano tutti in quanto umani pesa su questa nostra modernità così misera. Con sempre più forza e con sempre maggiore chiarezza è necessario prendere le distanze da quello che si può definire il “nuovo neutro”, da quel modo politicamente corretto di leggere la realtà che annulla le differenze negando i conflitti, come se riconoscere le diverse esperienze, diverse anche per i sessi, non fosse il vero guadagno per tutti. […]

In fondo, cos’è stata e cos’è ancora oggi la 194 – anche oggi che da più parti veniamo sollecitate alla sua difesa – cos’è la 194 se non un aggiustamento sulla impossibilità delle donne di autodeterminare la propria fertilità? Abbiamo lottato per NON morire di aborto clandestino e per poter decidere quando NON fare figli. Abbiamo anche avuto gli anticoncezionali e tutti i sensi di colpa per le decisioni che ci sentiamo costrette a prendere. La libertà di decidere quando e se fare figli, che ci siamo duramente conquistate, ci viene spesso rinfacciata perché chi ha consuetudine con il potere sa che poter decidere di sé è il primo passo per stare nel mondo con signoria e ovunque si decide. Io non ho avuto il tempo di desiderare un figlio, sono rimasta incinta come capitava alle donne della mia età e guardo oggi con una certa invidia a donne giovani, ma che la medicina definisce “primipare attempate”, che desiderano un figlio. Donne però per le quali è sempre più difficile rimanere incinte perché il corpo ha tempi suoi. Mi tornano in mente altre parole di questa Assemblea e un manifesto dell’8 marzo 2005:  La precarietà  rende sterili! E mi chiedo: cosa si prova a desiderare un figlio? Allora capisco che io e queste donne siamo speculari, ingabbiate in una organizzazione sociale che vede nella maternità un puro accessorio del femminile. Io mi sono autodeterminata sulla difensiva, le donne a cui penso e che si sottopongono alla medicina per fare figli sono vittime dell’idea progressiva della nostra civiltà.  Una idea tutta maschile che permea la società e la stessa politica.

Questa società in cui viviamo e che non prevede discontinuità e che non rispetta i corpi. Che propaganda un’idea di prolungamento della vita fertile presentato come moderno e laico. E che però contiene in sé vischiosità e pericoli che noi abbiamo già denunciato nel 2005, in quel Convegno Generare oggi, tra precarietà e futuro”, perché è comunque un’idea del femminile – uno dei tanti stereotipi – un pensiero che lascia alle chiese, alle religioni né più né meno che alla stessa scienza medica l’appannaggio anche dei nostri corpi, dei quali ci viene detto costantemente, ossessivamente come devono essere, comportarsi, vestire, camminare per il mondo.

Come sarebbe il mondo se la differenza e il corpo fertile delle donne fossero a fondamento di una democrazia? Come sarebbe la nostra vita nel nostro paese, se una donna potesse fare un figlio quando lo decide e questa decisione fosse accolta e sostenuta mentre studia, lavora, fa politica, altro? E non sto parlando di utopia perché in alcuni paesi europei  già avviene, hanno realizzato forme di Welfare che rendono possibile tutto questo. Come sarebbe la vita di donne mature, se in tanti la smettessero di predicare tutele a buon mercato sulla pensione come su altro, e cominciassimo veramente a dirci le cose come stanno, veramente, sul lavoro, come su altro? Ebbene, la democrazia duale è l’unico orizzonte possibile che mi permette di immaginare di nuovo il mondo, la politica, e di lavorare per qualcosa che con tutta probabilità non riuscirò a vedere. Però, avere contribuito alla sua costruzione mi pacifica. (documento completo)

Ma se io metto al centro del mio pensare il mio corpo fertile

Sono ritornata sull’argomento durante la Giornata di studi promossa da IAPhItalia: “Lavoro o no? Crisi dell’Europa e nuovi paradigmi della cittadinanza”, marzo 2012.  Intervento riportato nel volume collettaneo Come un paesaggio. Pensieri e pratiche tra lavoro e non lavoro (a cura di) Sandra Burchi e Teresa Di Martino, Iacobelli 2013”. Ecco il  passaggio che ci interessa:

Quando le donne parlano di lavoro non possono prescindere dalla maternità e dal lavoro di cura. E’ pure evidente che si tratta di donne appartenenti tutte ad una stessa classe sociale, non saprei dire quale secondo le vecchie categorie, ma tutte sono istruite, hanno in comune esperienza di lavori precari, spesso svolti dentro casa, hanno un bambino piccolo e tanti anziani di cui occuparsi. Tutte sono determinate a realizzarsi nella vita liberamente e autonomamente. Loredana De Vitis, in diverse occasioni, ha sottolineato l’importanza dei soldi nel gestire anche le relazioni interpersonali. Infatti difficilmente una manager mette l’accento sulla condivisione, il problema viene risolto diversamente. Del resto tutte noi, non solo le manager, dobbiamo molto della nostra emancipazione alle rumene o alle ucraine che ci sono necessarie per rendere compatibili le nostre responsabilità domestiche con le responsabilità del lavoro. Dopo tanti anni di politica sono giunta alla conclusione che la società, per come è pensata e strutturata, non sarà mai ‘casa’ per una donna. Il tempo della vita  strutturato in modo lineare – prima si fa questo, poi questo, poi quest’altro ancora – è funzionale al modo di pensare e di essere di un uomo. Dentro questa linearità egli è a proprio agio, il suo corpo non solo si adatta, ma vi corrisponde.

Mentre una donna, per quanti aggiustamenti si possano operare, per quante leggi si possano ottenere, rimane estranea in una società così concepita. Il corpo di una donna ha un suo ciclo di vita che non può essere costretto dentro un tempo che non preveda discontinuità. Il desiderio di fare un figlio non può essere messo sullo stesso piano di altre scelte: prima finisco gli studi, poi faccio un master, poi mi specializzo, poi faccio un figlio.

Non si può più accettare che il concetto di autodeterminazione sia subordinato alla necessità del momento, che rimanere incinta sia una scelta procrastinabile quasi all’infinito. Non possiamo più accettare che il corpo fertile di una donna venga sottoposto alla coercizione di un tempo lineare, progressivo, perché mentre si domanda cosa sia meglio fare prima, perde di vista il suo corpo, non riesce più ad ascoltarlo, a decidere cosa è meglio per lei. Il tutto accompagnato dall’angoscia di dover essere all’altezza e perfette, sempre più aliene da sé.

 Anche la politica ha un prima ed un dopo, ma l’agenda dovrebbe essere segnata dai corpi – dalla loro “pesantezza” – che dovrebbero indurre alla concretezza e a rivedere i sistemi di welfare vecchi e nuovi.

Ma se io metto al centro del mio pensare il mio corpo fertile, che non vuol dire corpo che necessariamente genera, devo accettare che venga prima. E che nella relazione con l’altro sia asimmetrico. A mio vantaggio. Essere una donna è un privilegio

Se assumo questa asimmetria, e finora noi donne non l’abbiamo fatto, posso stabilire un patto con le altre –  anche con quelle che i figli non li faranno mai, che non li vogliono – che ci renda capaci di negoziare con l’altro lo spazio pubblico e quello privato. Capaci di determinare i tempi e i modi della convivenza civile che nel nostro Paese si chiama Democrazia. Una democrazia condivisa che preveda e comprenda la differenza tra i generi come un diverso punto di partenza per affermare differenti diritti, differenti doveri. Donne e uomini troveranno la misura dell’essere madre e padre quando la società in cui viviamo accoglierà come un corpo che fa ordine il corpo fertile delle donne. Allora il generare – nel senso di fare un figlio proprio con quell’uomo – diventerà anche un progetto con quell’uomo. Questo sarebbe uno spostamento enorme che può avvenire con il supporto di pensatrici e di politiche. 

Nascere donna: privilegio e responsabilità 

Il primo appuntamento di Laboratorio Donnae 22 /23 settembre 2012 si fonda su un presupposto; la forma che diamo al nostro stare insieme per pensare la politica è strettamente connesso con gli argomenti che decidiamo di trattare.

Vedersi risponde al desiderio di parlarci e  al bisogno di trovare insieme i tempi e i modi per un confronto che regga nel tempo e sulla distanza . Ma anche alla voglia di sentirsi parte di un noi più grande, almeno in certe occasioni e rispetto a certi temi. Più grande però non significa insieme a tutti i costi. Più grande significa andare oltre la soggettività per incontrare alcune altre; discutere nel merito delle cose e senza posizioni precostituite. Non dimentico che ognuna  è il terminale di una infinità di relazioni che possono essere il proprio gruppo politico, le colleghe di lavoro, le donne che si incontrano in palestra o davanti alla scuola dei propri figli. E poi ci sono quelle che gestiscono blog e che in rete sono riconosciute, fanno opinione. Internet, come sappiamo, incide profondamente nel modo di fare politica e non si  può prescindere da una nuova soggettività femminile che è capace, in diverse occasioni, di spostare fisicamente donne e uomini. […]

Non sottovaluto che in rete, come nella realtà, parlarsi si riduce spesso a brevi commenti, a liste dove si contano i “mi piace non mi piace”. In rete gli immaginari sono in agguato e i prodotti del silenzio generano l’illusione di rispecchiarsi nel pensiero di un’altra; manifestare il proprio pensiero richiede senso di sé e un certa dose coraggio. […]

In questo nostro primo incontro vorrei parlare di alcune riflessioni che ho fatto sulla 194, proprio a partire dalle parole che hanno animato web e media. Su questa legge, periodicamente la rete si infiamma. Anche con ragione, infatti l’alto numero degli obiettori rende quasi impossibile, in alcune zone d’Italia, l’interruzione volontaria della gravidanza nei modi e nei tempi ottimali. Si tratta in pratica di un boicottaggio iniziato il giorno dopo l’approvazione della legge che  genera nelle donne uno stato di tensione permanente. Ora nessuna ha mai contestato il diritto all’obiezione di coscienza, anzi il movimento delle donne, l’Aied, hanno più volte cercato soluzioni come quella di effettuare concorsi riservati a medici non obiettori. O la richiesta di un registro per i medici obiettori. Senza nessun risultato, discussioni a non finire, invece. Sapendo che il boicottaggio alla 194 – in realtà all’autodeterminazione – non si fermerà, dobbiamo noi per prime trovare parole nuove che la ricontestualizzano. Sarà noioso ricordarlo, ma per quelle della mia età, la conquista di una legge significava uscire dall’aborto clandestino e non dover rischiare di morire in conseguenza di un aborto clandestino.

In quegli anni la sessualità di una donna era condizionata dalla paura di una gravidanza indesiderata e se il rapporto avveniva fuori dal matrimonio era esposta alla riprovazione sociale. Infatti esisteva il cosiddetto ‘matrimonio riparatore’. Come il reato di adulterio. Capimmo allora che se volevamo progettare la nostra vita dovevamo liberarci del controllo sul nostro corpo e individuammo nell’accesso alla contraccezione uno strumento. E in una legge per l’interruzione volontaria di gravidanza il mezzo per andare verso il superamento dell’aborto stesso. […] Questo pensavamo anche noi, allora, ma…

Ci sono tanti ma su cui rimugino tra me e me a partire da quello che leggo. Spesso taccio perché il dibattito sulla 194 si è andato via via radicalizzando. O di qua o di là. Mentre sarebbe necessario e perfino liberatorio capire cosa è cambiato nella sessualità delle donne da quando, in quell’ormai lontano 1978, grazie a quella legge, hanno avuto accesso alla contraccezione. Cosa ha comportato poter separare il corpo riproduttivo dal corpo sessuato? Molto è cambiato da allora, i metodi contraccettivi sono cambiati e sono diversi. Ma le donne, in particolare le più giovani, continuano ad avere gravidanze indesiderate. Perché? Quale sessualità vivono? Quali contraccettivi usano? Se li usano. Infine la domanda delle domande: la 194 rischia di diventare un mezzo di controllo delle nascite? So che questo è uno degli argomenti con cui si  tenta di mettere mano alla 194, ma non voglio attestarmi su una difesa che non sappia replicare, argomentando, alle ragioni dell’avversario. E gli argomenti li possiamo trovare insieme a partire dal fatto che ognuna di noi, come ho detto aprendo, si metta in gioco.

le parole dette e taciute sulla maternità 

In un recente appuntamento del Laboratorio, nel mese di febbraio, siamo tornate a vederci sollecitate da uno scambio avvenuto in rete, ma anche tra alcune di noi, sulla maternità surrogata. L’abbiamo fatto proprio a partire dalla stessa domanda che ha segnato l’avvio di Laboratorio Donnae: Cosa comporta poter separare il corpo riproduttivo dal corpo sessuato?  Dopo aver parlato a lungo, abbiamo capito che stavamo correndo il rischio di girare a vuoto e di essere risucchiate nelle posizioni di parte o ideologiche: dovevamo cambiare l’approccio alla discussione. Prima ancora della maternità surrogata e del desiderio di genitorialità di altri, dobbiamo parlare della “nostra” maternità, quella concreta e simbolica. E’ necessario ripartire da noi per non cadere nel rischio di appiattirsi in un discorso eterodiretto sulla maternità. Ci siamo lasciate con l’idea di rivederci. Spero presto. (leggi tutto)

Pina Nuzzo

immagine di pina nuzzo:  dimentica, 1988, olio e acrilico su tela cm 100×120

Un commento su “corpo generativo, riassumendo…

  1. Nemi
    8 marzo 2016

    grazie pina.
    mi hai fatto venir voglia di partecipare ad un vostro incontro per cui spero che avrete intenzione di rivedervi prima dell’estate, stay in touch!

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Questa voce è stata pubblicata il 7 marzo 2016 da in aborto, corpo generativo, maternità con tag , .

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