laboratorio donnae

la libertà e il velo islamico

di Giusi Ambrosio

Certamente in molte donne e in molti uomini avrà destato qualche riflessione la notizia delle punizioni che sono state inflitte nella Repubblica islamica dell’Iran a modelle, fotografi, pubblicisti responsabili della pubblicazione di immagini di donne espostesi nella loro bellezza non velata.

Il reato che viene sanzionato riguarda la trasgressione di un divieto e la infrazione della morale islamica.

Non avevamo bisogno di tale episodio per conoscere quali limiti vengono imposti dalla morale islamica e legge degli Stati islamici. Ma quello che io credo dovrebbe costituire terreno di riflessione critica è relativo a quanto possiamo sostenere all’interno delle nostre società occidentali in relazione alle problematiche proposte dalla integrazione delle donne immigrate che conservano nel costume i segni della provenienza religiosa e culturale.

Molte donne democratiche continuano a sostenere, in una logica di egualitarismo nelle libertà religiose, il principio del relativismo culturale e del rispetto delle scelte individuali delle donne nell’esprimere tramite l’abbigliamento la loro convinzione e collocazione religiosa.

Il timore di un contrasto con altre culture e l’implicito timore di poter esprimere visioni discriminatorie e razzistiche agisce profondamente nell’ostacolare il pensiero critico. Ma paradossalmente è in questo atteggiamento di tolleranza che si evidenzia nella forma della benevola accoglienza un sostanziale atteggiamento di superiorità culturale.

Lo stesso divieto di critica ad alcuni aspetti della religione islamica funziona come una tabuizzazione, una rimozione di quanto può accadere in termini di violenza sulla vita e sulle coscienze delle donne che pure vivono accanto a noi. Si consente che subiscano, in nome dei valori della religione e della morale familiare e patriarcale, abusi tanto palesi da partire dal divieto dalla padronanza del proprio volto e della propria identità.

Il divieto di una immagine pubblica alle donne indica l’occultamento di una identità personale e la riduzione a una negatività  del genere di donna.

Siamo tutte consapevoli che molte donne di religione islamica sostengono che si tratta di una loro scelta convinta e di avere il diritto di esercitarla come forma  della propria libertà religiosa e personale.

Sappiamo anche che le peggiori forme di prigionia sono quelle che vengono costruite per imprigionare le coscienze e che se una donna ritiene di essere oscena nel mostrare il proprio volto sarà la più tenace custode della gabbia in cui la sua mente lo ha collocato. In fondo difende e condivide la legge del patriarcato che nei paesi a legislazione islamica impongono tale costume-pensiero e puniscono chi trasgredisce.

Alle nostre amiche che fanno professione di sensibilità e tolleranza fino a difendere la pratica del velo vorrei ricordare che questo funziona come una vera prigione per il corpo-mente delle donne, che non è paragonabile a un foulard o a un qualsiasi copricapo o cappello, che non ha la funzione di moda, praticità, eleganza,  per esprimere un modo di stare in società di donne con disinvoltura e fiducia in se stesse.

Con la logica del relativismo culturale e del diritto a manifestare mediante la negazione della propria immagine la personale fede religiosa dovremmo accettare il Niqab che copre l’intero volto e lascia liberi solo gli occhi e anche il Burqa che copre l’intero corpo e volto e ha una griglia dinanzi agli occhi.

Ricordo  che la guerra all’Afganistan fu  giustificata in Europa come una guerra umanitaria per liberare le donne dal Burqa.

Non smetteranno mai anche i benpensanti di mentire e di usare il corpo delle donne per affermare il potere maschile! e quante donne continuano a esserne complici!

 

18 commenti su “la libertà e il velo islamico

  1. paroladistrega
    22 maggio 2016

    Scrivo qui due mie considerazioni. Ho conosciuto, in veste di formatrice interculturale, molte donne islamiche: marocchine, senegalesi e di altre etnie-culture. Non possiamo valutare il “velo” e l’uso del velo in modo troppo generalizzato. Ogni cultura (e direi ogni donna) lo vive in modo diverso. L’Islam non è una realtà unica e omogenea. Quindi, io direi: 1) non si può dare un “giudizio” sul velo tout court (fosse anche “solo” l’hijab) e 2) per favore, NON pecchiamo di etnocentrismo…. Spesso e volentieri noi occidentali ci dimentichiamo di quanti SIMBOLI siamo portatori sani (e a volte anche malati).

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    • Marilena Maffioletti
      22 maggio 2016

      Scusa, hai letto l’articolo? Non si tratta di etnocentrismo, si tratta di negazione della propria immagine per far piacere a un dio e per non indurre in tentazione i maschi. Non c’è nessuna giustificazione, io ogni volta che vedo una donna col velo sto proprio male perchè mi dispiace per lei, vorrei avere la capacità di farle capire che la sua scelta non è libera ma condizionata dalla sottomissione. Ciao

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      • paroladistrega
        23 maggio 2016

        Cara Marilena, essendo Blogger sono abituata a commentare i post altrui DOPO AVER LETTO CON ATTENZIONE. Sì, si tratta di visioni etnocentriche Noi occidentali (donne e uomini) siamo talmente pervasi ed intrisi di simboli, oggetti di “culto economico e sociale” che abbiamo la benda sugli occhi. Noi, il velo, lo abbiamo nella mente. Siamo talmente convinte e convinti di essere perfetti, che crediamo di dover insegnare ad altre cosa e come devono comportarsi. Magari noi lo facciamo in nome di un altro dio: il DIO DENARO. Certo, quello piace di più. E visto che è il nostro “dio” occidentale è sicuramente perfetto. Forse non te ne rendi conto, ma ciascuno-a di noi va in giro con simboli obbligati-imposti dalla cultura. E dire, come dici tu, che viene fatto per “far piacere a un dio” significa non aver mai ascoltato testimonianze di donne islamiche. Ti farei parlare volentieri con la mia amica Souad, così capiresti bene quali sono le motivazioni-simboli diversi dai nostri. Infine, considerare l’Islam un unico “calderone” come fai tu, è un errore molto criticata dalla sociologia della religione.

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  2. paroladistrega
    22 maggio 2016

    Dal mio blog “Parola di strega”, pezzo del febbraio 2015: https://paroladistrega.wordpress.com/2015/02/18/lhijab-come-capro-espiatorio/

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  3. giusi ambrosio
    23 maggio 2016

    ” Ma il velo cosa vela? in parte o totalmente una testa e un volto di donna. A dire il vero tante teste e tanti volti di donne. E’ la più esplicita dichiarazione di un divieto all’essere riconoscibile nella dimensione sociale, ad avere una identità individuale, personale, soggettiva. In alcuni paesi e in alcune condizioni funziona come un lasciapassare per poter accedere agli studi, al lavoro, alla mobilità sul territorio ove anche queste opportunità non siano vietate dal costume e dalla legge islamica.

    Una tolleranza complice si esprime nei paesi occidentali, e in ambito democratico, nei confronti di tale oppressione. Un recinto politico materiale e simbolico in cui le religioni maschili dispongono delle donne come ritengono più opportuno.

    Non mi pare infatti che, nella annosa polemica sulla violazione dei diritti umani all’interno di alcuni paesi, vengano citati i diritti delle donne a partire dalla elementare forma di una identità personale riconoscibile nella dimensione pubblica. Un diritto all’ essere.

    Che il volto e la testa di una donna, e di tutte le donne, sia possesso familiare e maschile indica una “COSALITA'” dell’essere femminile nella sua dimensione sessuata e di genere.

    Che nella nostra società da parte di molte donne venga compresa la soggezione femminile a tale sistema e anche le ragioni profonde su cui si struttura la psiche femminile, nella relazione con il dominio e la seduzione esercitati dal potere maschile e religioso, non significa che si debba essere sostenitrici di una sudditanza a un sistema di valori che alcune donne immigrate sostengono essere una libera scelta.

    Il relativismo culturale, strumento utile negli studi di antropologia, può diventare indifferenza culturale nella pratica dell’integrazione. La tolleranza di forme di oppressione e di discriminazione di genere può significare distratta complicità.

    Il problema è sempre il comprendere cosa intendiamo per libertà femminile. E se tale libertà non comporti anche una pratica dolorosa di liberazione.

    Giusi Ambrosio

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  4. Nemi
    23 maggio 2016

    ho conosciuto donne, che sono anche state “amiche”, che il velo se lo sono tolto e poi se lo sono rimesso, e ho anche provato a discutere con loro del fatto che se ne andassero con 30 gradi in giro bardate di tutto punto e sull’orlo di squagliare e che il velo lo consigliassero vivamente alle figlie adolescenti…francamente non credo di rientrare nelle categorie proposte dall’autrice, non credo di essere una che si nasconde dietro ad un dito ma ho anche cercato di discutere con queste amiche e ho anche cercato di informarmi per conto mio, leggendo varie cose tra cui consiglio Islam e democrazie, La posta in gioco delle donne [di Renate Siebert in Marita Rampazi e Anna Lisa Tota (a cura di), La memoria pubblicaTrauma culturale, nuovi confini e identità nazionali. Utet, Torino 2007, pp. 148-167.] ma anche Quando il corpo è delle altre. Retoriche della pietà e umanitarismo-spettacolo, di Michela Fusaschi, Bollati Boringhieri maggio 2011, prefazione di Franca Bimbi e ci sarebbe molto altro ancora. Questo per dire che a volte è più facile lanciare strali piuttosto che trovarsi faccia a faccia con “l’altra” per discutere e cercare un confronto.

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  5. laboratorio donnae
    23 maggio 2016

    Chi ha pratica di femminismo sa che il patriarcato più difficile da sconfiggere è quello che abbiamo dentro di noi. Ciascuna ha il suo. Detto ciò, sono anche convinta che ci sono regimi patriarcali più feroci di altri nei confronti delle donne. Se una donna, oggi, in Italia, decide di diventare suora e di coprirsi dalla testa ai piedi, anche a quaranta gradi e magari in clausura, so che lo fa liberamente. Oggi non ai tempi della Monaca di Monza.
    Quindi non critico chi liberamente decide di velarsi dalla testa ai piedi. Permettetemi però di dubitare di questa libertà se le donne che non usano il velo vengono severamente punite, ferocemente in alcuni casi. Pina Nuzzo

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    • Nemi
      23 maggio 2016

      assolutamente sì, pina, certamente su quest’ultima cosa che dici siamo d’accordo. io mi riferivo alla difficoltà di parlarne e discuterne faccia a faccia con chi quel velo sostiene fermamente di indossarlo per scelta e ti posso assicurare che stare di fronte ad un’amica velata e cercare di trovare parole che per lei non risultino offensive senza perdere la propria autenticità è cosa davvero ardua e mi ha posto (e mi pone) dei conflitti interiori che non liquiderei facilmente come si tende a fare, parlando delle “altre”

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      • laboratorio donnae
        23 maggio 2016

        Durante la “Staffetta di donne contro la violenza sulle donne”, e più complessivamente nella fase in cui sono stata Delegata nazionale dell’Udi, ho avuto modo di incontrare donne con e senza velo, provenienti da altri paesi, che avevano il problema di sottrarsi al controllo del patriarcato d’origine perchè il nostro patriarcato, la nostra democrazia, è accondiscendente verso le forme di “controllo” esercitate su di loro dalla famiglia, sia da parte degli uomini che delle donne. Comunque hai ragione tu, parlarsi in presenza è l’unica forma di confronto produttiva.

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  6. paroladistrega
    23 maggio 2016

    Un contributo. Libro della mia prof all’Università di Firenze, antropologia: “Perché siamo musulmane” Giovanna Campani. Ed. Guerini Studio

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  7. Laura Piretti
    24 maggio 2016

    Il relativismo culturale può funzionare anche “al positivo”, nel senso che non avendo risposte sicure da dare (almeno io) alle differenti motivazioni che le donne portatrici di velo danno, mi pare che l’unica strada sia quella della legalità del paese dove le donne si trovano a vivere. In Italia credo sia proibito girare con il volto coperto, dunque no al velo integrale, senza se e senza ma, tutto il resto passi. In Francia, per legge, sono proibiti segni religiosi nelle scuole (e forse anche in altri luoghi pubblici) dunque no a veli, crocifissi, copricapo ebraico, ecc. Io mi fermerei qui. Poi la libertà femminile rimane collegata all’autodeterminazione e alla possibilità di esercitare entrambe. E qui le donne possono e debbono confrontarsi e discutere.

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  8. valentinate
    24 maggio 2016

    Suggerisco la lettura del saggio L’harem e l’Occidente di Mernissi. La taglia 42 è il velo dell’Occidente: parto da qui per dire che se parliamo di velo delle mussulmane in Occidente occorrerebbe anche parlare dei veli che coprono non solo il capo di noi occidentali

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    • Marilena Maffioletti
      24 maggio 2016

      La taglia 42 è comunque una scelta libera fatta non in nome di una religione. Il velo è un simbolo religioso portato per non tentare il maschio che però, guarda un po’, quando morirà avrà non ricordo più quante vergini a disposizione. Anche noi occidentali abbiamo sicuramente dei condizionamenti indotti ma non si possono paragonare a quello del velo imposto solo alle donne.

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  9. Paolo
    27 maggio 2016

    non sopporto più lo slogan “la taglia 42 è il velo dell’occidente” non è vero! La Mernissi con tutto il rispetto voleva relativizzare (e sminuire) il maschilismo della sua cultura di origine, cultura che comprensibilmente voleva difendere ma resta il fatto che questo slogan relativista è falso! Le donne taglia 444 non vengono ripudiate o picchiate dalle loro famiglia, se una donna taglia 44 subisce violenza sessuale non le viene detto che il suo “non essere una 42” ha provocato la violenza. Mi spiace ma il velo non è equiparabile a nessun indumento femminile laico.
    qua il problema non è il velo ma ciò che simboleggia (arma contro gli sguardi maschili? Non fatemi ridere, a parte il fatto che uno sguardo non uccide e uomini e donne si guardano e si ammirano da sempre e si può guardare senza sbavare o essere volgari, ma allora le donne che passeggiano con braccia e capelli al vento sono disarmate e possono essere molestate? E’ la donna che si deve coprire e non l’uomo che deve capire quando è molesto?). Il velo musulmano ha un significato religioso e morale e identitario che nessun indumento femminile laico ha. Il fatto che un uomo musulmano possa vestirsi come un uomo ateo, mentre invece le donne musulmane debbano differenziarsi anche nel look da una donna atea o di altra fede cosa vi fa capire? Mettersi il velo vuol dire che la donna che non lo mette è una sgualdrina agli occhi di Dio quindi se un uomo la tocca contro la sua volontà è colpa di lei che non si è “protetta” coprendosi. Io auspico che questo personaggio immaginario chiamato Dio, Allah, Jahvè stia fuori dal guardaroba, il mondo si è evoluto man mano che la religione ha influenzato sempre meno la vita delle persone non appartenenti al clero e io non ci sto a tornare indietro nel nome di un malinteso “rispetto per le altre culture”. Detto questo, credo che le donne musulmane col velo siano libere come ogni altra donna, non è corretto pensare che siano tutte sottomesse agli uomini come non sono sottomesse agli uomini le donne occidentali che si fanno una laicissima depilazione alle ascelle MA c’è una differenza, e la differenza deriva dalla religione: la donna musulmana che liberamente si mette il velo lascerà la figlia altrettanto libera di non mettersi il velo e magari diventare atea? Oppure la ripudierà? Lo chiedo perchè non ho mai sentito di figlie ripudiate o uccise dai familiari perchè rifiutavano la minigonna, non si depilavano e insistevano per coprirsi, invece ci sono state ragazze uccise o scacciate di casa perchè rifiutavano le usanze religiose della famiglia usanze che passavano non solo ma anche dal look

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    • Marilena Maffioletti
      27 maggio 2016

      Commento esauriente. Purtroppo ho notato che qui nel mio paese di provincia le donne marocchine con il velo aumentano ogni giorno, anche chi prima non lo indossava ora lo porta. Ho l’impressione che vogliano “segnare” il loro passaggio fra la gente, mi dispiace perchè io non sono per niente razzista ma soffro per questa loro sudditanza.

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      • Paolo
        27 maggio 2016

        E’ probabile che loro non si sentano suddite di nessuno se non di Dio e va bene così io non metto in dubbio la loro libertà, spero che le loro figlie avranno la stessa libertà di non velarsi senza rischiare la pelle o essere cacciate

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  10. Marilena Maffioletti
    30 maggio 2016

    Paolo ma tu stesso hai scritto che il velo è il simbolo imposto dalla sudditanza a un dio. quindi non sono libere!

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    • Paolo
      30 maggio 2016

      per me che sono ateo e ostile alle religioni è sudditanza ma loro si sentono libere nell’obbedienza a ciò che ritengono essere i dettami della loro fede (fede che nel caso delle italiane convertite non è stata imposta loro dalla famiglia) e a me non resta che rispettare questo sentire. Spero che lascino le figlie libere di allontanarsi dalla religione

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Questa voce è stata pubblicata il 21 maggio 2016 da in conosciamoci, donne con tag , .

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