laboratorio donnae

maternità e asimmetria dei sessi

di Pina Nuzzo

Il dibattito pubblico divampato con stepchild adoption mi ha fatto capire  che ero dentro un grande equivoco.  Non ho compreso subito cosa stava succedendo e mi chiedevo perché un gay o una lesbica dovesse desiderare così tanto di adottare il figlio del partner, nato da una precedente relazione eterosessuale. Così pensavo, condizionata dalle storie di donne incontrate  con il femminismo, che avevano scoperto l’amore per un’altra donna già adulte e pure madri. Ho visto da vicino lo sforzo che hanno fatto per mantenere un buon rapporto con l’ex marito per amore dei figli e le energie spese per favorire un rapporto con la compagna.  Storie complesse, vissute con la prospettiva (la pretesa?) di ridisegnare le relazioni senza ricorrere, necessariamente, alle leggi. Ho anche conosciuto lesbiche con un forte desiderio di maternità, nel senso che desideravano vivere l’esperienza della gravidanza e del parto, da sole o in un progetto di vita con un’altra donna. Anche ai miei tempi, nelle coppie lesbiche, si poneva il problema del ruolo che avrebbe avuto l’altra: quella che non partoriva.

E’ evidente che, nel frattempo, molte cose sono cambiate: è cambiata la geografia delle relazioni che nascono dalle pratiche politiche; agiscono nuovi equilibri, nuovi negoziati tra i sessi. Del desiderio di diventare padri da parte dei gay sapevo (e so) poco, perché non ho frequentazioni; ma sapevo, tramite i media, di cantanti famosi, di giocatori che “ordinavano” bambini, rigorosamente senza madri. Visto così sembrava un fenomeno lontano, circoscritto al mondo dello spettacolo. Poi sono arrivati gli articoli sui padri “vicini di casa” con le foto dei figli avuti con la  gestazione per altri. Ricordo un servizio su Rai 2 in cui la giornalista e i due uomini non hanno speso una parola – un commento – su la “gestazione per altri”, mentre si sono dilungati  sul matrimonio contratto in Canada e sui differenti diritti rispetto ai figli. In Canada sono entrambi genitori dei tre bambini, di cui due gemelli; in Italia uno è genitore di uno, l’altro è genitore dei gemelli. Non mi addentro su questioni giuridiche, ma mi sono fatta tante domande.

Chi, come me, ha cominciato ad avanzare dubbi sull’utero in affitto, è stata accusata di essere omofoba e retrograda. Accusa rivolta anche a gay e lesbiche che hanno preso le distanze da questo modo di diventare genitori. Proprio in questi giorni, Raúl Solís ha scritto un articolo in cui racconta, tra le altre cose, il sentimento che ha provato quando si è accorto che anche i gay che frequenta abitualmente vogliono diventare padri con la maternità surrogata, non solo quelli ricchi e famosi. Solís, gay dichiarato, prende le distanze dalle campagne mediatiche avviate da alcuni militanti LGBT per convincere l’opinione pubblica che essere a favore della maternità surrogata significhi essere tolleranti. Mentre, opporsi all’utero in affitto significhi andare contro la comunità omosessuale e fiancheggiare la gerarchia ecclesiastica. Tiene poi a precisare che le associazioni LGBT, in Spagna, sono sovvenzionate con soldi pubblici per promuovere i diritti di  gay, lesbiche, transessuali e bisessuali e non l’utero in affitto.

Questo avviene in Spagna, ma anche in Italia il dibattito è ancora aperto. Allora, è bene sapere cos’è la stepchild adoption. Questa espressione inglese indica un istituto giuridico che consente al figlio di essere adottato dal partner (unito civilmente o sposato) del proprio genitore. Ma deve essere, appunto, già figlio di uno dei partner. Infatti non si tratta dell’adozione di un  figlio di genitori terzi, come si intende comunemente l’adozione: una coppia che adotta un bambino. Se così fosse, la legge che in Italia regola le adozioni, del 1983, prevede «casi particolari» e decide il tribunale, vale per coppie sposate da almeno tre anni o che convivono more uxorio da almeno tre anni, ma sposati al momento della richiesta. Il testo Cirinnà puntava ad estendere questa possibilità alle unioni civili «tra persone dello stesso sesso». Ne ho dedotto che, per adottare un bambino all’interno di una coppia dello stesso sesso con la  stepchild adoption, è opportuno che un genitore biologico scompaia.

Nel linguaggio corrente la parola genitore indica, indifferentemente, il padre e la madre, ma  la capacità di generare è cosa ben diversa rispetto all’essere genitori. Eppure, non ce ne siamo fatte carico abbastanza. Ci siamo occupate di gravidanze e di bambini nel quotidiano, ci siamo preoccupate delle singole madri, ma non ci siamo fatte carico della potenza del nostro corpo generativo; che concepisca o no, che partorisca o no. Se lo avessimo fatto, avremmo capito che non ci si può chiamare fuori dall’esercizio del potere. Perché il potere che non esercitiamo, lo esercitano altri su di noi. Il femminismo non ha saputo (voluto) sciogliere questo nodo, anzi ha rafforzato la diffidenza femminile verso il potere, in tutte le sue forme. Pagando un prezzo altissimo. Non siamo state capaci di elaborare una visione politica per far fronte alle sfide avanzate dai mutamenti sociali e dalla tecnologia. Così abbiamo perso l’occasione di avere titolo nel dibattito sulla PMA, nel giro di pochissimo è passata una legge come quella sull’affido congiunto, e stiamo ancora a discutere se la PAS ha un valore scientifico.

Più recentemente ci sentiamo dire che la maternità ha un prezzo.

Alla luce di tutto questo, penso che il problema, oggi, non sia spenderci in lotte parziali, ma rovesciare l’approccio alla politica che vogliamo fare, a cominciare dalla maternità. Restituendo il giusto valore al corpo generativo, sapremo che viene prima. Assumendo questa asimmetria, e finora non l’abbiamo fatto, potremo stabilire un patto tra noi –  anche con quelle che i figli non li faranno mai, che non li vogliono – che ci renda capaci di negoziare con l’altro lo spazio pubblico e quello privato.

Donne e uomini troveranno la misura dell’essere madre e padre quando la società in cui viviamo accoglierà come un corpo che fa ordine il corpo generativo delle donne.

Da un’altra prospettiva e con strumenti diversi Silvia Niccolai, costituzionalista, critica l’espressione neutra ‘genitorialità omosessuale’ e “propone di accostarsi in termini di differenza sessuale al tema della maternità lesbica e della paternità gay”. Sostiene “che la rivendicazione universalistica dei diritti delle persone omosessuali alla procreazione e alla genitorialità nasconde il conflitto tra uomini e donne intorno al materno, e sacrifica gli interessi delle lesbiche (e in generale delle donne), mostrati come coincidenti con quelli dei gay, quando invece non lo sono.” 

In questo tempo, il materno, di cui tutte/i/* abbiamo esperienza come figlie/i/*, ci interpella prepotentemente. E nessuna donna, che si dica femminista o che abbia un ruolo nella politica delle donne, può sottrarsi, non dare una risposta, non dire dove sta. Ma neppure attestarsi su una contrapposizione che non sappia replicare, argomentando.

Per me il confronto è ancora possibile, mettendo però le carte in tavola.

link di riferimento:

 Ddl Cirinnà

Articolo di Raul Solis in lingua originale

Maternità omosessuale e diritto delle persone omosessuali alla procreazione. Sono la stessa cosa? Una proposta di riflessione. di Silvia Niccolai

A mio vantaggio di Pina Nuzzo

immagine di Pina Nuzzo, desiderio in viola, 1997 acrilico su tela cm50x60

3 commenti su “maternità e asimmetria dei sessi

  1. zapgina
    2 aprile 2017

    Anch’io, come te, mi sono sentita coinvolta in un grande equivoco con la stepchild adoption. Mi sono interrogata, ho consultato testi e ricerche, ho partecipato a dibattiti dove si discuteva di gender e usciva sempre il tema della genitorIalità omosessuale. Nella foga di ostacolare la visione ideologica di oltranzisti cattolici ho perso di vista l’altro versante e solo dopo qualche mese è uscita tutta questa storia della GPA. Colpa mia non averla considerata prima, aver trascurato tutto questo agire. Però la questione mi ha spiazzato e vedere il corpo femminile e la sua potenza generativa considerato alla stregua di un contenitore lo considero un rischio enorme. Inoltre non mi piace la violenza offensiva contro chi si pone in disaccordo con la legalizzazione della GPA. Apprezzo quindi le tue riflessioni

    Liked by 1 persona

    • laboratorio donnae
      2 aprile 2017

      Grazie, ho già scritto su questo argomento, ma in questa fase mi interessa condividere con altre i passaggi mentali, le emozioni che mi hanno portato a definire un pensiero. Pina Nuzzo

      Liked by 1 persona

  2. giusi ambrosio
    3 aprile 2017

    Grazie cara Pina per aver ripreso e rilanciato con energia questo argomento. Su laboratorio donnae il dibattito è stato vivace e intenso ma purtroppo non si registra memoria e conoscenza diffusa neanche tra le femministe. A me pare si sia negli ultimi anni annebbiata la riconoscenza delle figlie nei confronti delle madri e con l’effetto di un impoverimento non solo nel sentire ma anche nella visione filosofica e politica.
    Propongo due ordini di riflessione:
    I) Una esperienza semplice.Mi è capitato in occasione di un ricovero in ospedale per un intervento chirurgico di condividere lo spazio e i lamenti con altre donne ricoverate e alcune anche molto avanti negli anni. Tra di loro una di circa novant’anni invocava frequentemente “mamma! mamma!” Dopo qualche ora di queste invocazioni, un’altra ricoverata ha commentato: ” mamma, è la prima parola e l’ultima”.

    II) Una riflessione storica che collochi il problema tra biologia e diritto.
    Lo svuotamento di senso che un dibattito pubblico opera sul corpo generativo della donne testimonia quanto il predominio maschile possa affermarsi fino a spingersi a superare quel limite della sua finitezza in cui l’evoluzione biologica lo ha posto. Molto grave la disattenzione di tante donne e anche femministe.
    Ne riparleremo e a lungo spero. Un bacio Giusi Ambrosio

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Questa voce è stata pubblicata il 1 aprile 2017 da in corpo generativo, diritti, donne, maternità con tag , .

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