laboratorio donnae

corpo generativo

di Pina Nuzzo

Dopo tanti anni di politica sono giunta alla conclusione che la società, per come è pensata e strutturata, non sarà mai ‘casa’ per una donna. Il tempo della vita  strutturato in modo lineare – prima si fa questo, poi questo, poi quest’altro ancora – è funzionale al modo di pensare e di essere di un uomo. Dentro questa linearità egli è a proprio agio, il suo corpo non solo si adatta, ma vi corrisponde.

Mentre una donna, per quanti aggiustamenti si possano operare, per quante leggi si possano ottenere, rimane estranea in una società così concepita. Il corpo di una donna ha un suo ciclo di vita che non può essere costretto dentro un tempo  che non preveda discontinuità. Il desiderio di fare un figlio non può essere messo sullo stesso piano di altre scelte: prima finisco gli studi, poi faccio un master, poi mi specializzo, poi faccio un figlio…

Non si può più accettare che il concetto di autodeterminazione sia subordinato alla necessità del momento, che rimanere incinta sia una scelta  procrastinabile quasi all’infinito. Non possiamo più accettare che il corpo fertile di una donna venga sottoposto alla coercizione di un tempo lineare, progressivo perché, mentre si domanda cosa sia meglio fare prima, perde di vista il suo corpo, non riesce più ad ascoltarlo, a decidere cosa è meglio per lei. Il tutto accompagnato dall’angoscia  di dover essere all’altezza e perfette, sempre più aliene da sé. Anche la politica ha un prima ed un dopo ma l’agenda dovrebbe essere segnata dai corpi – dalla loro “pesantezza” – che dovrebbero indurre alla concretezza e a rivedere i sistemi di welfare vecchi e nuovi.

Ma se io metto al centro del mio pensare il mio corpo fertile, che non vuol dire corpo che necessariamente genera, devo accettare che venga prima.

E che nella relazione con l’altro sia asimmetrico. A mio vantaggio. Essere una donna è un privilegio.

Se assumo questa asimmetria, e finora noi donne non l’abbiamo fatto, posso stabilire un patto con le altre –  anche con quelle che i figli non li faranno mai, che non li vogliono – che ci renda capaci di negoziare con l’altro lo spazio pubblico e quello privato. Capaci di determinare i tempi e i modi della convivenza civile che nel nostro Paese si chiama Democrazia. Una democrazia condivisa che preveda e comprenda la differenza sessuale come un diverso punto di partenza per affermare differenti diritti, differenti doveri.

Donne e uomini troveranno la misura dell’essere madre e padre quando la società in cui viviamo accoglierà come un corpo che fa ordine il corpo fertile delle donne. Allora il generare – nel senso di fare un figlio proprio con quell’uomo – diventerà anche  un progetto con quell’uomo. Questo sarebbe uno spostamento ENORME che può avvenire con il supporto di pensatrici e di politiche.

Per la mia esperienza, nella politica, o almeno quella che interessa a me, è superata la fase delle azioni parziali, a tema – rappresentanza, lotta agli stereotipi e perfino il contrasto alla violenza – perché quanto abbiamo fatto, in termini di leggi e di campagne, cammina sulle gambe delle donne e le istituzioni sono sempre più costrette a farci i conti per il buon motivo che le cittadine votano.

Serve una politica che sappia prendersi il tempo della crescita e della cura del pensiero, che torni a occupare lo spazio pubblico con forme nuove. La consuetudine alla piazza virtuale ha trasformato la vecchia piazza in una piazza mediatica – spesso gridata – sempre più oggetto di consumo. Tutto questo ha reso irrilevanti le forme tradizionali della politica.

(dal mio intervento alla Giornata di studio promossa dalla redazione di IAPh Italia, mercoledì 21 marzo  2012, a Roma : Lavoro o no? Crisi dell’Europa e nuovi paradigmi della cittadinanza)

 

PAGINA DEDICATA

 

immagine, Semi di pinanuzzo

3 commenti su “corpo generativo

  1. Non sono d’accordo sul termine “privilegio”. Che ci sia una sostanziale differenza, concordo in pieno. Che debba essere riconosciuta, ancora di più. Ma la parola privilegio è inopportuna. Privilegio è una parola composta che deriva dal latino lex, legge, ma nessuna legge ci rende corpi che possono generare: non è uno stato che ci viene attribuito da convenzioni stipulate dalla comunità umana. Se “donna” si diventa, diceva Simone de Beauvoir, l’apparato riproduttore invece ci viene assegnato dal caso.ben prima di nascere. Privilegio è una parola antipatica, perché rimanda ad un campo semantico che ricomprende tutta una serie di situazioni nelle quali a determinati soggetti venivano concesse posizioni più favorevoli di quelle concesse dal diritto alla generalità degli altri soggetti. E non è questo, credo, che significa davvero parlare di differenza. Non mi sono mai sentita “favorita” dalla sorte, anzi, e non soltanto (sebbene soprattutto) per motivi inerenti al mio status sociale. Si soffre, ad essere donna gravida, fisicamente: la nausea, la stanchezza, il gonfiore, lo stimolo continuo a urinare… per non parlare dei dolori del parto. Non la definirei una condizione “più favorevole”, anzi. Mi ricordo che dopo il parto ero molto irritata: dopo tutta quella sofferenza eravamo entrambi genitori, alla pari, ma ero io quella che non si poteva sedere, ero io quella col seno duro come un mattore e i capezzoli piagati, era la mia pelle, il mio odore che il bambino voleva sentire per calmarsi, anche quando ero troppo stanca, quanche quando volevo disperatamente dormire, nessuno poteva sostituirmi, perché lui continuava a piangere, piangere, e si calmava solo quando lo prendevo io. Pensavo che fosse la “parità” di fronte alla legge, ad irritarmi, ma era altro. Era che non mi sentivo accolta nella mia diversità. Il problema era che le mie esigenze venivano classificate come “disagi” da chi riceveva le mie richieste di supporto e aiuto: io non ero una donna gravida o una mamma, ero un fastidio, perché non ero più la lavoratrice di prima, la compagna di prima, la figlia di prima, l’amica di prima, la collega di prima: ero una creatura diversa e per questo li infastidivo. Fingiamo che esistesse un pesce in grado di dialogare con noi: pretenderemmo che lo facesse fuori dall’acqua, o piuttosto escogiteremmo un sistema per dialogare rimanendo noi all’aria e lui immerso nel fluido che gli permette di sopravvivere? Lasciarlo in acqua equivarrebbe a concedergli “un privilegio”? Anche se siamo diversi possiamo convivere, senza bisogno di stilare gerarchie, non c’è chi merita di più e chi meno: simao creature che hanno esigenze diverse.

    Liked by 1 persona

    • Pina Nuzzo
      5 luglio 2017

      Avere un corpo che – volendo, non è obbligatorio – genera, mette al mondo l’umano è un potere che noi donne non abbiamo mai assunto. Questo non ci ha reso migliori, ma messo, invece, nelle condizioni delle eterne adolescenti, da tutelare. Corpi da manomettere a piacimento del patriarcato che – questo sì – ha capito il valore della maternità e ci ha, perfino, fatto credere che fossimo invidiose del pene, mentre l’unica vera invidia è quella che i maschi provano per l’utero. Sappiamo bene, proprio attraverso il diritto come le donne sono state espropriate dei figli, del nome, della discendenza ecc ecc
      Tutte le sovrastrutture che conosciamo: il matrimonio come esposizione forzata e continuata alla sessualità maschile; la proibizione di usare anticoncezionali; le gravidanze indesiderate; gli aborti clandestini o impraticabili; l’impossibilità, in queste condizioni, di conosce i tempi e le forme del proprio desiderio, anche in un rapporto eterosessuale, hanno fatto sì che la maternità fosse portatrice di disagio, fatica e sofferenza. Nel medioevo, per dirne una, i padri allontanavano il neonato dalla madre e lo davano alla balia che “loro” avevano scelto, perché non si creasse un legame tra la madre e il figlio; uguale uguale a certi contratti per la GPA. ( a tal proposito suggerisco il libro di Maria Giuseppina Muzzarelli : Nelle mani delle donne. Nutrire, guarire, avvelenare dal medioevo a oggi , Laterza editori, 2013 http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788858107331)
      Il movimento di emancipazione, il femminismo hanno fatto tanto in termini di leggi e di cambiamento del costume, ma non hanno scalfito la rappresentazione, che le donne hanno introiettato, della maternità tutta in negativo, come fosse un accessorio del corpo femminile.
      Ripensando a tutto questo, all’arte, all’autorappresentazione, alla violenza subita sopportata taciuta, alla politica…sono giunta alla conclusione che dovevo partire da un dato di fatto e farne il mio punto di forza. Poter fare figli è un privilegio del sesso femminile e io mi sento privilegiata per questo. Sentimento che non è scalfito dall’esperienza della gravidanza parto allattamento seni duri pancia molle, perché l’esperienza del materno è l’unica forma di potere ( se una donna dice sì, una creatura viene al mondo) che viene esercitata attraverso la cura, il farsi cibo per l’altro/a con l’allattamento. La gestazione e la maternità sono forme di un potere esercitato con uguale amore da un genere verso i due generi. Se questo fosse a fondamento di tutte le leggi, sarebbe un privilegio per tutta l’umanità. Grazie per il commento, se credi possiamo vederci il 10 settembre a Roma e confrontarci di persona. Un saluto, Pina Nuzzo

      Mi piace

  2. Giusi Ambrosio
    9 luglio 2017

    L’articolo di Pina ” corpo generativo” enuncia il più semplice e il più complesso dei tanti problemi che si pongono nella relazione politica tra eguaglianza e differenza. Per molto tempo il desiderio femminile di superare il ghetto del focolare domestico e del ruolo femminile, determinato e condizionato dal senso attribuito a un corpo fecondo e alla sua capacità generativa, si è modulato sulla relatività temporale di tale funzione fino a negarne il valore simbolico e la visibilità sociale. Intanto il paterno si allargava definendo una nuova e più potente invasività del maschile
    nel sistema delle relazioni e dei fondamenti valoriali.
    Affermare la maternità come un Assoluto e ridefinire la paternità come un Relativo dovrebbero a mio avviso entrare in quel patto tra donne di cui Pina parla come forma costituente della politica.
    Non possiamo trascurare come la modernità e la democrazia siano state vissute e interpretate nel senso di una negazione dei corpi fecondi, quasi un inciampo per la vita delle donne e come le belle madonne che riassumevano tutte le funzioni
    e i poteri delle antiche dee, delle divinità femminili che reggevano il ciclo della vita
    siano divenute sinonimo di arretratezza e di miseria sentimentale.
    Dobbiamo davvero ripensare e ricostruire una vita e una storia di genere.
    Un abbraccio Giusi Ambrosio

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 3 luglio 2017 da in appuntamenti, corpo generativo, donne, maternità con tag , .

Blog Statistiche

  • 129,376 visite

lascia il tuo indirizzo mail se vuoi sapere quando verrà pubblicato un nuovo post o un commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: