laboratorio donnae

noi esistiamo dall’inizio della vita

di Franca Clemente

Trovare la misura nei rapporti tra donne. L’ interlocuzione con l’altra, nel separatismo, è l’imprescindibile presupposto, l’unico mezzo per ritrovare l’identità persa ad opera di un millenario lavoro di condizionamento, di cui non riusciamo a prendere veramente atto, perché non vediamo la sua profonda pervasività.  Ci ritroviamo perciò annichilite e balbettanti emule, affascinate dal sistema di pensiero maschile che governa e dà forma alla nostra società e dalla cui ombra non riusciamo ad uscire. Solo da questo deriva la stasi della politica delle donne e la confusione, il disorientamento, di cui la manifestazione dell’8 marzo è stato solo un episodio.

Siamo così  stordite che neanche quando ci uccidono riusciamo più a gridare e ci affidiamo ancora agli uomini, come se potessero, con le loro leggi, difenderci da sé stessi. La società scaturita dalle rivoluzioni maschili, millanta l’ideale di uguaglianza, ma accetta le donne solo se dimostrano di aver capito bene la lezione dei padroni, entrando nelle loro istituzioni, imparando i loro lavori, parlando e  comportandosi come loro. Non abbiamo alcuna velleità di cambiamento, ma solo un atteggiamento di pietosa, inascoltata preghiera di essere da loro considerate. Così andiamo dietro al canto delle sirene, inseguendo diritti, senza voler vedere che non esistono neanche per gli uomini. Dietro il sipario delle leggi e della tecnologia rampante, c’è solo una società e un ambiente in disfacimento. Siamo così ingenue da credere ancora alla favola dell’uomo col grande cervello che lascia dietro di sé scimmie ignoranti, perché il suo dio, maschio, lo ha messo al mondo per dominare? Ma nella società da lui costruita non c’è una cosa che funziona e da millenni si ripete lo stesso cliché fatto di guerre, distruzioni, uccisioni, inquinamento, sfruttamento, da cui non riesce a venire fuori. Ci sarà pure un motivo!

Siamo sicure che questa società, in cui viviamo con disagio ormai insopportabile, sia l’inevitabile esito del sistema di pensiero che attribuiscono alla specie? I nostri corpi però e la nostra mente sessuata testimonia che la differenza esiste ed è indomabile, ineliminabile.

Noi esistiamo dall’inizio della vita. La vita è necessariamente femmina perché capace di riprodursi. Necessariamente noi abbiamo inventato la riproduzione sessuata perché lo scambio di materiale genetico era vantaggioso per la conservazione della vita. I maschi quindi li abbiamo voluti e inventati noi. Ce lo conferma perfino la scienza maschile. Ci siamo però tenute ben stretta la capacità e il sapere di costruire la vita. E’ quindi questa, la nostra, l’intelligenza della specie. I corpi e i cervelli dei due sessi si sono evoluti perciò in modo diverso, perfino morfologicamente.

Perché non guardiamo a tutto questo e ci sminuiamo continuando a ragionare secondo i concetti neutri maschili, come quello di essere umano, che non corrispondono a niente di reale? Ci raccontano che il processo di astrazione è il modo di funzionare del pensiero umano, ma quando noi pensiamo un essere umano non pensiamo ad un androgino, ma a un essere reale e sessuato e la sovrapposizione di un concetto astratto unificante è una forzatura in direzione del modello mentale dei maschi. Il loro corpo non genera e non conosce cosa sia la vita perché non la esperisce. Per questo non ha consapevolezza dell’altro e la cui differenza cerca sempre di azzerare. Il loro pensiero astratto è lontano dal rispecchiare la realtà delle persone e può solo generare simulacri semplici e mostruosi, ma purtroppo è intorno ad essi che si pretende di costruire una unificante teoria sociale.

Le donne però non vivono di idee. Abbiamo a che fare da sempre con cose e persone reali, nessuna uguale all’altra. E’ questo che intendiamo con il termine di ‘relazione’. Lo sforzo millenario di omologarci è dovuto proprio al fatto che incarniamo un modo diverso di pensare il mondo, che va annientato perché opposto a quello maschile. Noi non siamo, per fortuna, come loro, né vogliamo esserlo.

Trovare la misura nelle relazioni tra donne allora non può limitarsi al riferimento simbolico, né alla pratica politica. Non può essere neanche il pappaeciccia, la cui connotazione totalizzante somiglia troppo agli amori totalizzanti, esclusivi, proprietari che solo gli uomini sanno concepire e che purtroppo godono ancora per noi di un fascino smielato e vischioso. In simile melassa si perde identità, appagate dal piccolo angolo caldo, e insieme lo sguardo largo sul mondo che è caratteristica della mente di donna, e che ci dà appunto la misura. La misura di donna che cerchiamo di ritrovare è una prospettiva da cui guardare il mondo, un punto di osservazione da cui le cose risultino nelle loro reali dimensioni. Le forme dell’agire politico dipenderanno da questo nostro riuscire a smitizzare le frottole che continuano a raccontarci gli uomini e cancellare dalla nostra mente il concetto di noi che ci hanno inculcato.

 

Simonetta Spinelli ci ha lasciato in dono la sua intuizione della identità femminile: ‘restituire orgoglio al materno’. Il punto finale della elaborazione di una intera vita è l’oggetto del suo ultimo scritto e ne affida la descrizione al personaggio di Daydanda.

Mi ricordava Angela Giuffrida che il patrimonio di oociti che abbiamo alla nascita e che ci spendiamo durante la vita, si forma nel nostro stadio embrionale. I miei figli sono nati nel grembo di mia madre ed io in quello di mia nonna, fin dall’inizio dei tempi. Per queste radici profonde che ci legano e per la responsabilità che abbiamo di tramandare la sapienza accumulata, le donne, al contrario degli uomini e a dispetto della scarsa considerazione sociale di cui godono, invecchiando diventano sagge e lungimiranti. Noi siamo esseri interi e la saggezza si accumula in tutte le nostre cellule e il nostro corpo intero diventa sempre più sapiente e ciò che tramandiamo è ben diverso dal sapere cosciente, che riguarda solo il cervello.

Daydanda non è un qualunque individuo, una determinazione di genere femminile dell’individuo neutro, cui fanno capo desideri di individuo, diritti di individuo, per i quali lottare in vista di quella ridicola parodia che si chiama ‘parità di genere’ e che io chiamo ‘dare via un regno per un piatto di lenticchie’. Daydanda, come noi, è ‘tanto di più’: il ‘topos del materno’, non ha niente di simbolico, è una mente reale, una intelligenza grande, capace di contenere e indirizzare l’intera comunità.

Quando Simonetta tratteggia il panorama della fantascienza maschile, descrive, con un tratto sintetico, le caratteristiche, non solo degli scrittori, ma dei maschi.  Anche la fantascienza, come tutti gli altri aspetti della cultura e della società, soggiace alla logica interpretativa maschile del mondo: ‘la diversità pericolosa dell’alieno, la lotta per la conquista di altri mondi, la saga dell’esplorazione spaziale con i suoi eroi e il mito della tecnologia impersonato dai robot’.  Questo nostro mondo, che lo contiene e lo nutre, è troppo ristretto per il grande homo, gli è estraneo, lo tratta con il disprezzo del padrone e la natura come un oggetto inerte da sottomettere dopo tortura.  E’ perciò alla eterna ricerca di mondi altri, per esplorarli e conquistarli. Contrabbanda per desiderio di conoscenza quello che è solo desiderio di conquista: ogni ‘scoperta’ è finalizzata alla appropriazione e riproduzione dei processi naturali e all’assoggettamento di essi ai propri fini. La tecnologia è divenuta ormai tecnocrazia perché è il prodotto, il parto dell’uomo, la figlia della mente maschile e, così come reputa di sé, non ha limite, è onnipotente e può risolvere ogni problema.  Può perfino metterlo in grado di creare la vita. L’eroe, il superuomo è il suo modello, il suo obiettivo di vita, il piccolo dio in cui homo si impersona, per superare i ristretti limiti della sua natura corporea. Il robot rappresenta l’obiettivo finale, perseguito da secoli, di sostituire con una macchina il corpo, zavorra della mente, troppo scomodo perché vivo e disubbidiente.

La conquista significa sempre sottomissione dell’altro, alieno appunto, diverso, esterno. L’altro sfruttato come strumento, inferiore, massa, povero, esiliato, disoccupato, emigrato, donna. E questa relazione ‘aliena’ è quella del maschio con i suoi simili oggi e sempre, perché gli uomini, per biologia, non possiedono il sapere esperienziale di costruire la vita e l’altro come parte di sé. L’altro, persona o natura, resta sempre fuori, lontano, minaccioso nemico.

Le donne invece, hanno i piedi per terra. Anche come scrittrici di fantascienza, nota Simonetta, mettono al centro la quotidianità, l’oggi, la sopravvivenza, le relazioni con le persone reali che hanno accanto. La realtà per noi è ben più interessante, intrigante, varia, ma difficile per le menti infantili dei maschi, che usano rifugiarsi nei sogni, negli ideali irrealizzabili, per tentare di tenere sotto controllo un reale, l’altro, che sfugge alla loro comprensione. La società in cui viviamo ne è chiara dimostrazione.

Judith Merril ha elaborato la sua esperienza di madre con intelligenza profonda e l’ha trasferita nel suo personaggio. Daydanda sa  ‘notare piccole falle nel sistema prima che diventino pericolose, … gestire, con la comprensione ma anche con il rimbrotto seccato, gli innumerevoli figli e lo stesso piccolo marito’. Da lei, dalla sua intelligenza materna, dipende l’organizzazione della intera società; lei ne esercita la ‘manutenzione lungimirante’ che ne garantisce la sopravvivenza. La sua mente è diversa, è in ascolto, sintonizzata sulla realtà, su come sono le persone reali e le cose. Come madre quindi sa quali sono le necessità della comunità e del singolo e affida i compiti a ciascuno. Solo lei può farlo perché la sua mente, per biologia, è orientata alla vita e alla sua conservazione.

Non so se Merril sia venuta a conoscenza delle società matriarcali e della loro organizzazione, ma funzionano proprio così perché guidate da menti materne.

Solo lo sguardo orientato alla vita di Daydanda permette la liberazione della creatività, ‘pronta a sconvolgere i ritmi della sua esistenza affrontando il diverso da sé’ e confrontandosi alla multiformità delle situazioni. Il maschio invece esprime la sua creatività attraverso l’inutile e cervellotica invenzione continua, affidata alla scienza e alla tecnica. La sua fantasia non è applicata alle esigenze della vita, ma ad indurle, spinte dal bisogno irrefrenabile di andare oltre, superare lo svilito presente. Non agganciata col reale, non conosce il senso del limite, la ‘misura’ appunto. Gli uomini, non colgono la multiformità del reale, ma pretendono di gestirlo dettando le loro regole attraverso leggi, che devono essere buone per tutti.

Il potere delle donne è nella ‘titolarità dell’enorme potere di generare vita’, che si traduce nella responsabilità e non nella lotta per affermare sé stesso sopra gli altri, come lo concepiscono i maschi. ‘Generare l’altro da sé implica la comprensione e l’accettazione della diversità’ indispensabile per l’armonia della società, proprio come la biodiversità garantisce l’equilibrio in natura ed è ciò che ci ha spinte a inventare l’altro sesso. Per gli uomini la diversità si basa sulla equazione diverso = pericolo, sulla ‘diversità pericolosa dell’alieno’, quel Altro che non hanno generato e non possono conoscere, ma solo conquistare e sottomettere.

Il racconto che ci ripropone Simonetta tocca molti altri temi, come: la differenza tra società femminile, che vive in simbiosi con la natura, e società maschile, dominata da tecnologie folli e sfruttamento selvaggio delle risorse; il concetto di vita, non considerata una ideologia; la relazione prediletta della madre con le figlie femmine, come future forze generatrici; la resistenza psicologica della figlia, che sente la vicinanza materna come una intrusione e un ostacolo alla sua realizzazione e indipendenza; la differenza tra la comunicazione non cosciente, la sintonizzazione per assonanza, che Daydanda sceglie per mettersi in contatto quando sorge un contrasto e una incomprensione. La sintonizzazione, l’andare insieme è il mezzo di comunicazione profondo della madre con l’embrione, così differente dal concetto di comunicazione maschile, che si sviluppa in tecniche manipolative come quelle di vendita dei prodotti e di propaganda politica.

Mi sembra che Merril tenti perfino una lettura dell’avvento del patriarcato e della affermazione del  dominio del pensiero maschile. Daydanda sa che, se la madre morisse, per la comunità sarebbe il caos e si scatenerebbero le ‘teste rosse’, i guerrieri tenuti dalla madre sotto ferreo controllo, pericolosi perché programmati a reagire ad ogni cambiamento con un attacco, con la guerra, che indirizzerebbero ciecamente contro la famiglia e alla fine contro loro stessi. Sembra proprio la descrizione della storia degli uomini e del prevedibile epilogo della loro società.

 

Potremmo scegliere questo racconto, lucida metafora del femminile come base, anche divertente, per riprendere la discussione. Se era questo l’intento discreto con cui Pina ce lo ha presentato, lo condivido in pieno.

Spero di rivedervi tutte a settembre

 

 

Semi di pinanuzzo, olio e acrilico su tela, 2005 cm 80 x 70

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 22 luglio 2017 da in appuntamenti, corpo generativo, maternità con tag .

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