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tecnocrazia e riduzione a niente della vita

di Angela Giuffrida, autunno 2017, l’articolo è uscito in inglese (pag.216) su Bumerang, n.3 (autunno 2017), rivista austriaca di critica del Patriarcato.   pubblicato anche su Fe53

L’atto di nascita del patriarcato coincide con l’usurpazione da parte degli uomini del ruolo di guida delle comunità svolto dalle donne. Il loro confinamento nella dimensione domestica e il deprezzamento delle attività di produzione e cura dei viventi hanno avuto esiti rilevanti e disastrosi non solo per la nostra specie, essendo stata dispersa la gran mole di saperi scaturiti da una profonda ed ampia conoscenza degli organismi e oscurata la forma mentis femminile, la sola in grado di contenere ed intendere la complessità del mondo, di seguirne il divenire e nel contempo di radicarsi saldamente nella realtà.

Ridotte al silenzio le donne, gli uomini hanno cominciato ad ingegnarsi per realizzare i loro desideri più reconditi. Senza contraddittorio si sono sentiti liberi di inventare teorie fantasiose, facendole passare per verità inoppugnabili, e di manipolare a piacimento il reale nella convinzione che tutte le cose del mondo siano state fatte apposta per loro. D’altronde non è stato Dio in persona a creare l’uomo a sua immagine e somiglianza, autorizzandolo ad assoggettare e dominare tutti gli altri esseri viventi? Ubbidendo all’ordine divino, Bacone ha affidato addirittura il riscatto dell’uomo dal peccato originale alla scienza e alle tecniche, capaci nientemeno di ristabilire la sua condizione originaria di dominio su una natura “costretta e tormentata”.

Così scienza, tecnica, tecnologia sono diventate il canale privilegiato per la realizzazione del delirio di onnipotenza maschile, ma tutte le altre discipline, politica ed economia comprese, concorrono capillarmente all’instaurazione e all’ampliamento del dominio dell’uomo sul mondo intero. Una fame di potere così generale e smodata non può che scaturire dalla percezione di un’intima, profondissima “mancanza”. Sappiamo che la carenza di cui soffre l’uomo è l’impossibilità di creare col corpo nuova vita, carenza che ha generato un complesso di inferiorità radicatosi stabilmente nella sua psiche. L’odio nei confronti della madre, che “l’ha mandato per il mondo così poco equipaggiato” [S. Freud – La vita sessuale – Boringhieri – Freud attribuiva alla bambina l’odio per la madre, secondo il meccanismo proiettivo, tipicamente maschile, rovesciando di fatto la realtà], e un insopprimibile spirito di revanche sono la spia di una peculiare, drammatica condizione esistenziale.

Il principale sogno del maschio è quindi produrre viventi col proprio organismo, la qualcosa, se realizzabile, permetterebbe il superamento del trauma e il risanamento della ferita psichica. All’inadeguatezza del corpo egli cerca di sopperire con la creatività della mente che, però, può esercitarsi solo ai margini del mondo della vita, di cui non ha adeguata cognizione. Nasce dalla percezione della struttura matematica del reale l’eccessivo privilegio accordato alle discipline fisico-matematiche, che ha sovrimposto al mondo concretamente esperito dai viventi un mondo astratto di idealità matematiche. La fitta rete di concetti matematici e strutture formali dovrebbe permettere e favorire la comprensione della realtà; di fatto la nasconde e la sostituisce, rendendo inattingibile, quindi inintelligibile la sua vera natura.

La rivoluzione scientifica seicentesca, avvalendosi del modello fisico-matematico, ha prodotto la meccanizzazione del mondo, culminata nel sistema del mondo di Isaac Newton, il quale ha messo i fenomeni del moto a fondamento assiomatico della fisica che si sviluppa da essi in modo deduttivo: le leggi, i principi vengono posti prima di studiare i fenomeni.

Simon Baron-Cohen [Simon Baron-Cohen – Questione di cervello – Arnoldo Mondadori Editore] arriva a sostenere che il cervello maschile sia “programmato” per la comprensione ed elaborazione dei sistemi. Magnifica le qualità della sistematizzazione, ritenuta capace di predire il comportamento della maggior parte dei sistemi inanimati, nonostante riconosca che l’eccesso di sistematizzazione produce individui autistici e che “l’autismo è un’espressione estrema del cervello maschile” [Ibidem, pag. 10]. I limiti di un approccio meramente sistematico al reale sono stati evidenziati proprio nel campo della fisica dalle teorie dei quanti e della relatività che hanno prodotto radicali mutamenti non solo nei concetti di spazio, tempo, materia, ma anche in quello di rapporto causale, superando i principali aspetti della visione del mondo cartesiana e della fisica newtoniana. Quando Heisenberg ha scritto: “Il mondo appare così come un complicato tessuto di eventi, in cui rapporti di diverso tipo si alternano, si sovrappongono e si combinano determinando la struttura del tutto” [Werner Heisenberg – Fisica e filosofia – Il Saggiatore 1966 – pag. 128], pur riferendosi alle particelle subatomiche ha registrato uno spostamento generale dell’attenzione verso le connessioni e le interrelazioni, poiché la teoria quantistica ha mostrato che il mondo non può essere compreso dividendolo in elementi isolati, esistenti l’uno indipendentemente dall’altro, e disponendo tali elementi secondo leggi causali. In effetti la crescente consapevolezza della fondamentale correlazione e interdipendenza dei vari fenomeni ha portato ad una visione sistemica che considera il mondo in termini di rapporti e integrazioni.

Il pensiero sistemico, nato nei primi decenni del novecento dal seno della biologia organismica, si è sviluppato per tutto il secolo estendendosi alle altre scienze ed ha prodotto numerosi modelli che descrivono diversi aspetti del fenomeno della vita. Tale pensiero ha rappresentato un effettivo progresso rispetto all’approccio sistematico ma, come sostiene Edgar Morin [Edgar Morin – Il pensiero ecologico – Hopefulmonster 1988], tutti i modelli, anche quelli sistemici presentano dei limiti:
Le idee, nate nelle società di homo sapiens, sono ancora molto meno complesse, nella loro organizzazione in sistemi teorici, dell’organizzazione dell’infimo essere vivente. Esse sono ancora assai barbare nella loro rigidezza, scempiaggine, rozzezza. Gli sviluppi della complessità si trovano a oltrepassare la nozione di sistema…l’essere, l’esistenza, la vita oltrepassano da ogni dove la nozione di sistema; la circondano, ma non sono da essa circondati. Intuiamo già che ridurre la vita alla nozione di sistema significa rendere la vita un concetto scheletro, necessario come ogni scheletro, ma senza carne, senza cervello, senza vita. Bisogna parlare non soltanto del polisistema vivente, ma degli esseri viventi, termine evidente eppure ignorato dal vocabolario sistemico ed anche biologico. Benché l’essere vivente sia sistema, non si può ridurre il vivente al sistemico. Ridurre al sistema significa eliminare l’esistenza e l’essere. Il termine ‘i sistemi viventi’ è un’astrazione demenziale quando faccia scomparire ogni senso della vita”.

Morin ha ragione: il sistema di pensiero dominante è troppo rozzo, rigido e parziale per poter comprendere la complessità del vivente. Anche la matematica della complessità, pur adoperando un formalismo non lineare, continua a scarnificare la natura, racchiudendola dentro schemi che nulla dicono sulla sua verità. D’altronde sarà sempre così fintanto che il pensiero calcolante continuerà a prendere il posto di una ragione aperta, operante a tutto campo, con l’assurda pretesa di raggiungere la conoscenza vera del mondo scrutandolo dal buco della serratura.

Come si vede il matematicismo ha configurato fin dall’inizio un mondo senza vita che ha favorito la tecnica e la tecnologia come le conosciamo. Esse hanno fornito uno sbocco alla guerra mai dichiarata, ma perseguita con ferrea determinazione, contro la donna e la natura stessa, rea di averla privilegiata. Il progetto ambizioso di superare la creatività di entrambe è responsabile dell’esagerato proliferare di congegni, dispositivi, macchinari che sta subissando il pianeta e dintorni. La bulimia di invenzioni sempre nuove nasce dall’impossibilità di qualunque marchingegno di competere con la creazione della vita, perciò la ricerca maschile si è indirizzata verso la sostituzione del mondo naturale con uno artificiale di sua invenzione. Laddove persino il corpo biologico è assimilato alla macchina, è giocoforza che essa prenda il sopravvento.

Le ricerche sull’intelligenza artificiale permettono di cogliere meglio la virulenza del macchinismo. Inoltre la caparbia volontà determinata a costruire robot sempre più vicini a noi per intelligenza e persino sensibilità, rivela appieno l’inadeguatezza dei meccanismi mentali maschili a comprendere la distanza incommensurabile tra un vivente e un non vivente. Nel tentativo di comprendere meglio il funzionamento del cervello per “insegnare” alle macchine a pensare, in realtà gli uomini si allontanano viepiù dalla sua reale conoscenza perché usano lo strumento matematico che impedisce di cogliere il cervello come organo di un organismo in un contesto variabile e in movimento.

Le Scienze ha pubblicato un Dossier sulle “magnifiche sorti e progressive” dell’intelligenza artificiale [Scienze n. 576 agosto 2016]. Dopo decenni di grande sfiducia, dall’anno 2005 le ricerche hanno ripreso slancio grazie alle tecniche di deep learning (apprendimento profondo) che si ispira alle scienze del cervello. “Capire come funziona l’intelligenza umana e definire i meccanismi della cognizione per poi trasferirli e applicarli alle macchine” è l’obiettivo che ha portato a “combinare scienze cognitive con neuroscienze e computer science”. Tale combinazione ha fatto fare molti progressi alle ricerche, ma ha evidenziato dei problemi. “L’apprendimento automatico mira a stabilire procedure – algoritmi di apprendimento – che permettono ad una macchina di imparare dagli esempi proposti”, ciascuno dei quali “va testato su compiti di apprendimento e dati specifici per una situazione” perché non c’è un algoritmo di apprendimento universale, valido “per tutte le situazioni di apprendimento del mondo reale”.

“La maggior parte della conoscenza che abbiamo del mondo intorno a noi non è formalizzata in un linguaggio scritto come una successione di compiti espliciti, che è invece una necessità nella scrittura di programmi per computer”, inoltre la nostra intelligenza non si sviluppa solo dall’esperienza personale, ma si basa su un’evoluzione durata milioni di anni. Tutto questo non impedisce però di pensare che presto o tardi “avremo sistemi in grado di eguagliare la nostra intelligenza” e che anzi impareremo dalle macchine. Secondo Tomaso Poggio [Tomaso Poggio è fisico e informatico, lavora al MIT, Massachussetts Institute of Technology e dirige il Center for Braind, Minds and Machines] “è con il cervello, con la mente che cerchiamo di risolvere tutti gli altri problemi. Se riuscissimo a capirne il funzionamento e a trasferirlo alle macchine, anche noi ci faremmo più intelligenti, perché queste stesse macchine ci aiuterebbero a pensare e a risolvere più velocemente e facilmente tutti gli altri problemi. Ecco perché…questa è la priorità massima fra tutti i grandi problemi della scienza”. (corsivo mio)

Com’è tipico della sua mente, il maschio si aspetta dall’esterno la soluzione dei problemi da lui creati; questa volta saranno le macchine, a cui insegna a pensare, a farsi maestre di pensiero e a persuaderlo ad interrompere l’immane massacro della vita e la distruzione del pianeta che da millenni sono la sua occupazione preferita. Che dire poi dei reiterati tentativi di costruire viventi al di fuori delle vie naturali, ricavando i gameti direttamente dalle cellule staminali e affidandoli a macchine “gestanti” che dovrebbero provvedere allo sviluppo della creatura? Il fine è azzerare l’organismo materno il cui compito è indebitamente ridotto alle sole informazioni genetiche contenute nel gamete, mentre dall’inizio alla fine della gestazione il vero soggetto è proprio la madre, che con il corpo intero consente al feto di svilupparsi, relazionandosi ininterrottamente con lui. Eppure ci sono già evidenze scientifiche circa le conseguenze negative per la salute mentale del neonato anche se la brusca separazione dalla madre avviene dopo la nascita.

Sappiamo però che il pensiero dominante misconosce l’organismo e il suo mondo, perciò segue una direzione che rafforza la sua ignoranza. Insegnare informatica nelle scuole sembra ormai una necessità improrogabile, per di più la capacità pratica di programmare è ritenuta insufficiente, bisogna ora acquisire i principi teorici di base con cui operano i computer, cioè il pensiero computazionale.

Esso mira a risolvere problemi complessi scomponendoli, disponendo i pezzi secondo logica e testandone un pezzo alla volta per vedere in che modo un piccolo cambiamento influenza i risultati. Agli occhi dei proponenti appare come una disciplina ricca e profonda che si avvale di logica e pensiero astratto e che abitua ad individuare regolarità e andamenti ricorrenti. Il suggerimento è la capillare estensione di tale mirabile metodo a tutto il sistema di istruzione per trasmettere un’attitudine mentale che può servire a risolvere problemi in ogni campo, come se il sistema di pensiero maschile non fosse già strutturalmente analitico e non avesse imposto, ahimè, all’intera specie la propensione a fare a pezzi il reale; come se non fosse già astratto; come se la sua logica non fosse indubitabilmente illogica.

Per rendere universale la superiore disciplina occorrerà fare una rivoluzione che comporterà “formazione degli insegnanti, revisione dei corsi, integrazione dell’informatica nelle altre materie di studio e modifica dei programmi d’esame” [Istruzione: Rapporto 2016 in Le scienze n. 578 ottobre 2016]. La Casa Bianca ha lanciato la Computer Science for All che con Obama ha avuto un buon successo. Tanto spreco di tempo e denaro a favore dell’intelligenza artificiale va a detrimento dell’intelligenza naturale che, contrariamente a quanto si crede, subisce un progressivo impoverimento poiché le “macchine pensanti” sostituiranno sempre più le persone in molte loro funzioni. Non solo, l’acquisizione dell’impalcatura del pensiero computazionale, imposta universalmente come chiave di risoluzione dei problemi, appiattisce l’intelligenza su un percorso già tracciato, isterilendo di fatto la creatività naturale che abbisogna per operare di un ampio orizzonte.

Il modo in cui ogni maschio guarda sé e il mondo è analitico. Egli è prigioniero del quantitare della ragione da cui dipendono i meccanismi mentali che ho più volte descritto. Poiché essi sono presenti ovunque la veridicità delle mie tesi è accertabile da tutte/i sempre, ma il pensiero filosofico è certamente un osservatorio privilegiato. Soprattutto quando si occupa di conoscenza la filosofia mostra come le speculazioni di tutti i filosofi si arenino invariabilmente in un punto cieco da cui emergono per defilarsi nell’astrattezza. Il percorso è obbligato visto che il reale complesso, il vivente ad esempio, non può in alcun modo essere attinto dalla scomposizione. Non ci si può meravigliare se l’uso privilegiato dello strumento matematico, a cui è estranea la vita, produce tecnologie sempre più distruttive. E’ un circolo vizioso che solo un’altra mente può interrompere, non certo quella che lo genera. So che questa verità è difficile da riconoscere ed accettare malgrado sia di un’evidenza abbagliante; ma siccome riconoscerla è necessario, mi vedo costretta ad insistere.

L’accusa più comune alle mie tesi è di enfatizzare l’importanza del corpo biologico perché non tutto è riconducibile a lui. Purtroppo da millenni ignoriamo che le nostre capacità di esperire, pensare, agire, reagire e creare, dipendono esclusivamente dal fatto che siamo organismi viventi e senzienti. Dal corpo biologico emanano tutte le potenzialità – compresa la tanto osannata spiritualità – che fanno del vivente il soggetto, protagonista sulla scena del mondo. Esserne consapevoli permetterebbe una sua doverosa rivalutazione e una salutare presa d’atto della diversità delle menti femminile e maschile.

Confonde spesso le idee la constatazione che nei matriarcati ancora esistenti gli uomini condividono con le donne la visione del mondo matriarcale e lo stesso vale per le donne nelle società patriarcali. Ma ciò che tale osservazione evidenzia è che comunità organizzate per sostenere i viventi sviluppano qualità appropriate, ostacolando sul nascere il prodursi di comportamenti distruttivi, e che società finalizzate al dominio promuovono e sdoganano condotte prevaricatrici e violente. Inoltre il fatto che le organizzazioni sociali matriarcali siano pensate e guidate dalle donne e quelle patriarcali dagli uomini, prova al di là di ogni ragionevole dubbio la diversità tra le due menti. Al fondo della riluttanza ad individuare la suddetta difformità resta l’idea che il pensiero sia sostanzialmente neutro, dovuta al misconoscimento maschile dell’organismo che cosalizza la mente e la separa dal corpo e dalla sua esperienza. Comunque, anche volendo negarla, l’irrazionalità e la ferocia insite nel fermo proposito del maschio di attuare la distruzione della specie di cui fa parte e la devastazione della natura che lo nutre, sostituendole in tutto o in parte con prodotti artificiali, dovrebbero instillare qualche dubbio sulla razionalità del genere che produce simili mostruosità. Secondo me gli uomini migliori dovrebbero cominciare ad assumersi la responsabilità di genere, ponendosi qualche domanda invece di limitarsi a fare denunce contro i “cattivi” di turno.

L’universalità e la persistenza del dominio maschile che ha colonizzato il mondo, l’assoluta gratuità delle sofferenze e dei lutti inflitti ai viventi, l’enormità dei danni prodotti all’ambiente, non possono essere imputabili soltanto ad alcuni uomini, implicano in una chiamata di correo ogni maschio, anche chi non nuocerebbe intenzionalmente neanche ad una mosca. Tempo fa in una trasmissione televisiva è stata presentata come un vero e proprio capolavoro la rosa con i petali più numerosi. Peccato che fosse diventata sterile! Di sicuro il suo “creatore” non era consapevole di averla danneggiata, sostituendosi con immotivate manipolazioni a lei, alla sua autonoma, intelligente, vitale creatività, orientata alla sopravvivenza.

Ad un altro livello di gravità si colloca l’accelerazione evolutiva impressa al grano a partire dalla seconda metà del ventesimo secolo, grazie al mutamento radicale nelle tecniche di ibridazione. Il grano di oggi ha subito cambiamenti genetici consistenti che lo hanno danneggiato, rendendolo “nano”, rigido e incapace di sopravvivere senza l’intervento dell’uomo. Durante il processo di trasformazione, finalizzato ad incrementarne la produttività e ridurre i costi, nessuno si è chiesto se le sue nuove caratteristiche fossero compatibili con la salute umana. Solo di recente è stato scoperto che, così conciato, il grano è altamente nocivo perché può causare gravi malattie e dipendenza [William Davis – La dieta zero grano – Mondadori Editore].

Come si vede trova piena conferma la tesi della “creazione attraverso la distruzione” sostenuta da Claudia [Claudia von Werlhof – Nell’età del boomerang – Edizioni Unicopli]. Purtroppo la violenza distruttiva è connaturata nell’assetto cognitivo maschile che costringe la natura a conformarsi ad intenzioni e desideri a lei estranei, a rientrare nella camicia di forza delle sue categorie. La natura maschile, impossibilitata a creare la vita, genera ovunque una cultura portatrice di morte. E’ fuor di dubbio che “non esiste cultura senza natura, eppure una verità così elementare ed auto evidente è del tutto oscurata e combattuta come la peggiore delle menzogne nelle società androcentriche. Ma una cultura che rinnega le sue origini naturali e se ne allontana non può non essere perniciosa: l’aspirazione a diventare macchine o puri spiriti da parte di organismi quali noi siamo si traduce in una decisa autonegazione, nell’arretramento da viventi a non viventi, quindi nella dissennata scelta della morte” [Angela Giuffrida – La razionalità femminile unico antidoto alla guerra – Bonaccorso editore pagg. 369, 370].

Il mondo non necessita di sempre nuova tecnologia, ha invece “urgente bisogno di uno sguardo che non lo riduca in pezzi, che non voglia dominarlo e distruggerlo, che lo colga nel suo insieme e lo accolga unitariamente nel proprio orizzonte; manifesta la necessità impellente di quello sguardo pensoso, capace di comprendere l’unicità e la sacralità della vita, di ogni vita, che è patrimonio del genere femminile in quanto promana dalla capacità di generare” [Angela Giuffrida – Il corpo pensa. Umanità o Femminità? – Prospettiva Edizioni pagg. 235, 236]. Poiché sono analfabeti della vita gli uomini, pretendendo di governare il mondo, hanno interrotto il cammino evolutivo della specie, imprimendogli una pericolosa regressione verso la morte. La donna è l’unico soggetto che può convogliare le energie della specie a sostegno della vita e guidarla verso assetti sociali realmente civili. Questa è la scomoda verità che dobbiamo accettare se vogliamo evitare l’auto annientamento.

 

immagine, “sulle tracce delle dee” 2016, pinanuzzo

 

3 commenti su “tecnocrazia e riduzione a niente della vita

  1. PAOLA CAVALLARI
    18 ottobre 2017

    Femminista da sempre e Docente di filosofia (in pensione), mi riconosco in pieno con questo articolo e ringrazio Angela Giuffrida della sua analisi molto puntuale. Ora, dopo aver compiuto studi teologici classici, sto entrando in una fase di profonda revisione che si avvale della la guida della teologia femminista specie tedesca e americana. E ho scoperto che ci sono novità esegetiche molto rilevanti sul concetto patriarcale di Dio così come viene interpretato per lo più. Sono disponibile a parlarne.
    Paola Cavallari

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  2. Pingback: corpo generativo  corpo pensante | laboratorio donnae

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Questa voce è stata pubblicata il 18 ottobre 2017 da in corpo generativo, filosofia, generi con tag .

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